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Le nuove rotte della crescita

di Aldo Bonomi Territori IlSole24Ore

La Toscana è una regione crocevia. Sin dalle lunghe derive della storia crocevia del nostro Rinascimento. È uno snodo delle virtù civiche dei Comuni e delle Signorie definito da Putnam il territorio dove “L’Italia è più Italia”. È stato laboratorio della seconda via dello sviluppo, altro dal fordismo, basato su impresa diffusa, distretti e radicamento nella società. Seconda via dello sviluppo che nel suo evolversi in piattaforme produttive vede questa regione crocevia in metamorfosi dell’Italia di mezzo (Toscana, Umbria, Marche) e scavallare gli Appennini verso il nuovo triangolo industriale LoVER (Lombardia, Veneto Emilia Romagna). Il passaggio dalla orizzontalità della fabbrica diffusa condensata nei distretti alle piattaforme ove si produce per competere, ha prodotto un duro confronto con la modernizzazione e una crisi del modello manifatturiero che ha cambiato la fisionomia dei distretti. Lasciando tuttavia in eredità, un repertorio sufficientemente nutrito di medie imprese competitive con buone capacità di export e di cambiamento tecnologico.

Sul territorio si osservano le fibrillazioni del capitalismo molecolare supportate da una cultura del lavoro e del fare impresa diffuso in metamorfosi nei passaggi della crisi e dell’innovazione tecnologica. Dati alla mano, la struttura produttiva si è mostrata più resiliente e capace di agganciare le spinte di rinnovamento; si è ampliata la distanza rispetto alle altre regioni dell’Italia di Mezzo (Marche e Umbria) con cui condivideva traiettoria di sviluppo, cultura politica e organizzazione societaria. Per ricchezza prodotta la Toscana si colloca oggi tra le regioni inseguitrici del gruppo trainante, coincidente con il nuovo triangolo Lombardia-Veneto-Emilia. Tra 2008 e 2018 il valore aggiunto pro capite è calato del 3,6%, molto meno che nella media Paese (-8,4%). La Toscana rimane un mosaico che ha tasselli forti nel capoluogo, Pisa e Siena, e altri più deboli (Grosseto) o fragili (Massa Carrara). Anche l’occupazione, nonostante il 7% di disoccupati, meno del resto del centro ma anche di Piemonte e Liguria, è in ripresa, grazie al vigoroso recupero degli ultimi anni (aveva raggiunto il 10,1% nel 2014). Resta però problema a Massa Carrara, Lucca, Arezzo e Grosseto. Rimane, quella toscana, una composizione del lavoro ancorata alle professioni intermedie (tecnici, profili di medio livello nei servizi, lavori artigiani, operai specializzati) più che sui lavoratori della conoscenza, presenti in nuclei consistenti nelle città più importanti, a partire dal capoluogo. Le piattaforme produttive si snodano in geografie urbano-regionali. Nell’asse dell’Arno, tra Firenze e Pisa, si rinnovano le reti d’impresa e alcuni attrattori evoluti; la meccanica avanzata e la robotica con i suoi poli scientifici (Pisa) e high tech (spesso multinazionali, come nell’automotive tra Pisa e Lucca), convive con la problematica evoluzione dei distretti storici (carta a Capannori, tessile e abbigliamento di Prato e Arezzo, pelle e calzature tra Firenze e Lamparecchio, oro ad Arezzo, mobili e arredi a Poggibonsi, marmo di Carrara e altri), alcuni in transizione, altri più in difficoltà – Carrara su tutti. Nel senese si guarda al biotech, blocco di conoscenza oltre che di produzione, dopo la crisi economica, identitaria e professionale del Monte dei Paschi. Il sistema cartario di Lucca è oggi una piattaforma di multinazionali, imprese internazionalizzate, autonomie funzionali.

In un contesto che rimane caratterizzato da luci ed ombre, è da sottolineare la capacità – anche in virtù di un uso pragmatico dei fondi comunitari – di attrarre nuovi investimenti, con la recente o prossima inaugurazione di diversi impianti di qualità (da Yves Saint Laurent a Fendi, da Loro Piana e Bulgari alle concerie e accessori ad Arezzo, Pistoia, Montevarchi, al farmaceutico Menarini nel senese, e altri). Impresa e lavoro si spostano però sui servizi, sebbene questa transizione premi (come in larga parte d’Italia) più i servizi operativi che quelli knowledge intensive. Fa ben sperare un dato; la Toscana ha un’alta concentrazione di popolazione laureata, inoltre risulta attrattiva anche per la forza-lavoro laureata di altre regioni. Il sistema universitario toscano è molto attrattivo, il saldo migratorio degli studenti in rapporto agli immatricolati è tra i più elevati in Italia grazie ai poli universitari soprattutto di Firenze e Pisa. Per incidenza della spesa in ricerca e sviluppo sul Pil e per numero di imprese partecipanti a programmi internazionali di ricerca, la Toscana esprime numeri superiori ad esempio al Veneto. Per quanto siano in corso trasformazioni e un processo di qualificazione che interessa selettivamente alcuni comparti, la Toscana rimane una delle regioni industriali del Paese: un quarto circa degli occupati del settore privato lavora tuttora nella manifattura, a fronte di una media Paese del 21,7%.

Il turismo nelle sue articolazioni – balneare, artistico-culturale, enogastronomico – resta volano importante: negli ultimi dieci anni, a fronte di un drastico calo del commercio al dettaglio (con variazioni negative talora – Lucca, Grosseto, Arezzo e Siena – prossime o superiori al 10%), si è registrata un’impennata delle imprese turistiche, con incrementi a due cifre ovunque e punte a Pisa (31%), Firenze (27%) e Arezzo (18%). Nella portualità, la performance di Livorno è positiva, con un incremento di merci da 28 milioni di tonnellate (2013) a 36,6 milioni (2018).

La Toscana, infine, ha beneficiato di un’economia dell’entroterra di prestigio (vini del Chianti, olio), per quanto una certa narrazione sulle qualità slow ad alto valore simbolico – la tuscany way of life per capirsi – abbia probabilmente raggiunto il limite. Dati che disegnano il profilo di un’economia con buone fondamenta anche se la Toscana Felix è forse un ricordo. Il benessere è più concentrato nel capoluogo e in alcune città capoluogo di piattaforme. Il resto del territorio resiste. Le economie disegnano uno spazio di posizione a geometria variabile. Lo si è definito un tempo per via politica come il modello tosco-emiliano e per le riflessioni sulla governance tendente a costruire la macroregione tosco-umbro-marchigiana delineata dal Presidente Rossi nel suo libro “L’Italia Centrata” (Quodlibet). Oggi le economie in metamorfosi e le nuove geografie territoriali pongono il tema di una rappresentazione adeguata ai tempi.

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