Libri, Rassegna stampa

Oltre le mura della fabbrica

di Marco Revelli Volere la luna.it

“Oltre le mura della fabbrica c’è il territorio”. Si apre così il corposo saggio di apertura di questo prismatico libro – firmato da Aldo Bonomi che ne è il curatore – nel quale è raccolta una sistematica mappatura della sempre più articolata, e troppo spesso indecifrata, metamorfosi del capitalismo italiano e della nuova composizione sociale che ne è il prodotto. Vivere, abitare, lavorare nelle piattaforme territoriali, è il sottotitolo, che ci dà subito un segnale forte di quanto sfera produttiva  e sfera riproduttiva si siano venute fondendo tra loro, all’interno dell’universo delle vite messe totalmente al lavoro, nel punto più alto, e feroce, dell’ipermodernità che avanza. Ma in filigrana, nella lettura, traspare una storia più lunga rispetto a questa “sporca ultima meta”: una vicenda raccontata attraverso le ricerche a piedi scalzi e le riflessioni a cervelli aperti del gruppo variegato e creativo che si è raccolto attorno al Consorzio Aaster: quel collettivo di “agenti di sviluppo e operatori di comunità”, nomadi nella metamorfosi dei territori, che trent’anni fa, nello snodo tra ’80 e ’90, in un sottoscala “messo a disposizione da un sindacato milanese”, aveva deciso di rinnovare radicalmente la propria “cassetta degli attrezzi” di creativa origine operaista, avendo preso coscienza che ”la fabbrica quale luogo centrale dell’organizzazione produttiva imperniata sulla dialettica tra capitale e lavoro … era esplosa sul territorio, perdendo centralità, ma al contempo portando fuori dalle mura la sua logica dell’industrializzazione”.

Si erano trovati così, potremmo dire “sotto i piedi” – e avevano potuto misurare in tutta la sua estensione e raccontare nei suoi articolati linguaggi – la “scomposizione del lavoro fordista”, e il tumultuoso “farsi della società nel salto d’epoca”, tra de-composizioni (tante) e ri-composizioni (poche, ibride e provvisorie). Avevano sperimentato rimedi nuovi, anche se non necessariamente inediti, che si chiamavano “missioni di sviluppo” “patti territoriali” ovvero “coalizioni locali in forma pattizia”, tecniche di ricucitura dei lembi di una società in via di frantumazione in cui risuonavano antichi echi olivettiani, tracce lasciate a Partinico dal lavoro sommerso di un santo laico come Danilo Dolci, pragmatiche visioni deritiane e utopie concrete rimesse in corso dall’evaporare dei blocchi granitici della passata centralità operaia di grande fabbrica e dagli scricchiolii sinistri delle nuove fragili impalcature. Avevano imparato in fretta l’importanza dell’”ascolto dei margini” e la fecondità conoscitiva di una “postura metodologica” sperimentata al Sud ma rivelatasi feconda anche per leggere la risorgente “questione settentrionale” dove appunto il vero non sta più nei “centri” ma nei cerchi esterni. Non nelle concentrazioni ma nelle disseminazioni…

Anche per questo – per il loro “sincretismo eretico” – avevano potuto cogliere praticamente in tempo reale, e a “occhio nudo”, quando ancora la paludata “ortodossia accademica” brancolava nel buio, l’incipiente profilarsi del “post-fordismo” che veniva avanti tra le pieghe della “città infinita” dando forma informe alla pervasiva “industrializzazione del territorio” e alla contigua “iper-industrializzazione della vita quotidiana”, con la loro disseminazione di ibridi (sorta di post-moderni “grillen” à la Ieronymus Bosch) come il “casannone” (forma composta di casa e capannone) o la “famiglia-impresa” e le conseguenti patologie da spaesamento. E allo stesso modo erano stati tra i primi, se non gli unici, a leggere, dopo quella precoce fase della metamorfosi post-fordista, segnata dalla sussunzione reale del tessuto artigianale fino ad allora relativamente indipendente dentro i cicli espansi della fabbrica esternalizzata e dall’emergere di quel fenomeno nuovo che Sergio Bologna aveva definito come “lavoro autonomo di seconda generazione”, l’incalzare rizomatico di un “secondo post-fordismo”. Ovvero di una nuova tipologia del produrre per competere segnata da un’inedita messa al lavoro del sapere, non solo come prodotto formalizzato della scienza ma come attività creativa dell’umano identificata nella stessa facoltà individuale riconfigurata in “mezzo di produzione”, che pone “il Sé come autonoma unità bio-produttiva” all’interno di cicli terziari orientati all’ ”economia della conoscenza” (la vita agra dei nuovi “capitalisti personali”: il corpo fattosi “capitale fisso” nella forma della “macchina desiderante”).

Era, quella, una punta dell’iceberg che segnalava una più generale tendenza del capitalismo “di ultima generazione”, ovvero quella che Bonomi definisce la “messa al lavoro” delle filiere corte della riproduzione dentro le filiere lunghe della globalizzazione iper-competitiva, con le sue inevitabili ricadute sugli stessi nervi sensibili dei “processi di civilizzazione che nel salto d’epoca sembrano lasciati pericolosamente a se stessi”. Una dinamica che dal terreno dell’analisi sociologica della nuova composizione tecnico-produttiva passa, senza soluzione di continuità, all’esplorazione psico-antropologica della metamorfosi del costume e dell’immaginario collettivo, con lo sconvolgimento delle precedenti “economie morali” e l’emergere di rappresentazioni della relazionalità segnate dalla nuova collocazione della sfera riproduttiva nel campo di quel nuovo, più esasperato dispositivo che è la competizione per competere, e dell’individuo nel contesto di una comunità trasformata.

Si scopre allora che quei processi abbandonati a se stessi lasciano “sul terreno grumi di rancore sociale” – forme di ressentiment, rivendicative e vendicative verso il basso, rinchiudimento e ostilità – “sia tra gli stressati della competizione che tra gli esclusi”, impattando (negativamente, in certi casi distruttivamente) sul “senso pre-politico delle forme di convivenza”. E arrivando a segnare la stessa superficie politica tout court, in cui l’esplosione di un populismo inedito (un populismo a sua volta di “seconda generazione”) è l’”emergenza” – nel senso dell’emergere ma anche della minaccia – più evidente. E’ il tema, a cui Aldo Bonomi ha dedicato ampie riflessioni, della “comunità rancorosa”, emersa come il mostro di Loch’Ness a fianco della “comunità operosa” e contro la “comunità di cura”, di cui è possibile identificare il nesso genetico con l’inedita “potenza estrattiva dei flussi dell’economia-mondo” e con il loro impatto sui luoghi, sui loro consolidati livelli di “coscienza” sfidati e spesso devastati da una “modernizzazione economica che cannibalizza la società”.
Potremmo dire, sulla scorta delle sollecitazioni di questo libro e della più ampia lettura delle riflessioni che lo precedono e preparano, che lo spirito che anima la “comunità del rancore” è, per molti aspetti, la coscienza incosciente di chi ha smarrito il senso del proprio esser-ci in un contesto che avverte non appartenergli più. Una sorta di versante cavo di quella che un tempo era la “coscienza di classe” rimasta ora senza classe. Il modo – l’ultimo rimasto, forse – per tentare di ricomporre forzatamente i frammenti di una comunità pregressa andata in frantumi, attraverso il rinserramento dentro “nuove mura” (o muri) e l’antica tecnica del capro espiatorio, della minaccia esterna antropizzata nella figura dello straniero e del migrante (povero).

Possiamo anche aggiungere – e la cosa è, se possibile, ancora più inquietante – che questa del Rancore è la forma comportamentale “antagonistica” che ha sostituito funzionalmente la precedente insorgenza del Conflitto. E’, per citare direttamente la fonte (un libro di Bonomi del 2008 dedicato a Il rancore. Alle radici del malessere del nord), la modalità espressiva collettiva “di soggetti che invece di riflettere sul conflitto possibile per riequilibrare il rapporto tra flussi e luoghi, si fanno portatori di conflitti autoreferenziali contro l’altro da sé”. Oppure, detto in altro modo, l’effetto più evidente dello spostamento d’asse dell’espressività antagonistica, da verticale che era (basso contro alto, lavoro vs capitale) a orizzontale (dentro contro fuori, autoctoni vs stranieri, penultimi contro ultimi…), in cui è drammaticamente leggibile il modo in cui il conflitto rimosso nella nuova composizione socio-produttiva si riconfigura in rancore covato e carsicamente esplodente. Un mutamento di scenario che da una parte spiega come, quasi senza soluzione di continuità, i vuoti lasciati dall’inabissarsi delle precedenti culture lavoristiche (quelle costitutive dell’identità politica del movimento operaio, per intenderci) siano stati riempiti dalla galassia regionalista e poi sovranista d’impronta leghista. E dall’altra implica un inedito ruolo giocato dal “territorio” – dalle dinamiche “di luogo” – non più solo contesto dei fenomeni ma soggetto e protagonista di giochi competitivi e/o cooperativi a geometria variabile, in uno “spazio-mondo” sovraordinato in continua trasformazione e in continua pressione sulle proprie molecolari componenti.

E’ una dura nemesi che per chi si è abituato, nel suo primo ciclo di formazione alla ricerca sociale, a leggere i processi tellurici della trasformazione attraverso il filo d’Arianna del conflitto (la forma principe con cui la composizione sociale parla e si racconta), si presenti ora come bussola piuttosto la geografia del rancore per ritracciare le proprie mappe. O quantomeno per cogliere i segnali che da sotto la superficie avvertono del mutamento in corso, che ha – bisogna sottolinearlo e il libro lo ricorda quasi a ogni pagina – negli spazi del vivere e del produrre il proprio focus cruciale, nell’intersezione tra flussi globali e identità locali. Tra processi “trans” e concretizzazioni “in”. Tra reti lunghe e reti corte, che non veicolano più solo valore di scambio ma lavorano con – e su – la vita vissuta, fino ai suoi precordi nel “bios”.

Per questo l’ultimo passo nella ricognizione rabdomantica del gruppo di Aaster ci porta nel cuore dell’attualità immediata, all’ultima metamorfosi post-fordista che va sotto il nome di “capitalismo delle piattaforme”: l’ultimo sviluppo evolutivo del “capitalismo delle reti”, frutto a sua volta di un’accelerata selezione della specie che nella disseminazione territoriale (e molecolare) delle imprese ha innestato il vettore verticale di una parziale – e intermedia – ri-centralizzazione nella terra di mezzo che sta tra reti corte localizzate e reti lunghe globalizzate. “Cluster” gerarchizzati, “grappoli d’imprese” medie e medio-grandi che si pongono come hub capaci di “attrezzare” il territorio riconfigurandone le filiere di subfornitura con criteri competitivi misurati su scala allargata, ridisegnando una volta ancora le disseminazioni molecolari delle vite messe al lavoro secondo standard esigenti. E riscrivendo per questa via il quotidiano bollettino dei sommersi e dei salvati. Dei marginali emarginati e dei marginali (provvisoriamente) inclusi.

La piattaforma, ci si spiega, “non è un ‘distretto più grande’”. E’, piuttosto – l’espressione è complessa ma se ci si sofferma sopra il tempo necessario illuminante – “un costrutto euristico che descrive, innanzitutto, una combinazione a geometria variabile tra territorialità e globalità, tra logiche della simultaneità e della prossimità”. Infine, e qui sta il nocciolo, “uno spazio ibrido tra luoghi e flussi” in cui “l’intimità dei nessi” (come la definì Bacattini) convive con l’esigenza di connessione a reti  lunghe” rimescolando come ingredienti fondamentali, accanto alle vite e ai saperi personali messi al lavoro, segmenti di tecnologia avanzata, movimentazione di capitali, economie di apprendimento e centri di elaborazione di tecno-scienza, fino a configurare il profilo di una vera e propria “fabbrica territoriale sistemica”. Un panorama, questo, perfettamente esemplificato dal Lover: il “triangolo iper-industriale” disegnato da Lombardia-Veneto-Emilia Romagna, su cui è focalizzata la parte centrale del libro e che ha sostituito il precedente “triangolo industriale” fordista costituito da Torino-Milano-Genova.

E’ qui, in questo spazio ibrido per eccellenza, che si può cogliere appieno la fenomenologia della “vita sociale messa al lavoro” o, se si preferisce, “la messa a valore diretta della vita sociale e personale fuori le mura della fabbrica, attraverso reti produttive  che ormai arrivano alla casa e al singolo, entrambi ricostruiti come figure produttive”. Con uno sguardo, tuttavia, non più focalizzato solo sulle “scomposizioni”, giunte per molti versi a mordere sull’osso la nuda vita, ma orientato anche, e in primo luogo, a tentare di intercettare “linee possibili di ri-composizione”. “Fili d’erba” suscettibili, crescendo, d’intrecciarsi. Linguaggi embrionalmente articolati in grado di rivelare la nascente (se c’è) “dimensione sociale del lavoro”, lungo i sentieri e le pratiche “che vanno dalla cura al conflitto fino all’operosità” intesa, quest’ultima, come “propensione ad agire la potenza delle forze produttive per forme di organizzazione della civiltà materiale autonome e diverse”.

Entra, a questo punto della narrazione, ospite inatteso ma ampiamente congruente, il Gramsci di Americanismo e fordismo: il Gramsci cioè testimone e interprete dell’altra grande, epocale, trasformazione socio produttiva che diede il segno al secolo scorso. E in particolare il Gramsci del secondo paragrafo di quel capitale ventiduesimo “Quaderno del carcere”, dedicato alla Razionalizzazione della composizione demografica europea. Si descriveva lì, in tutto il suo potenziale impatto antropologico e sociale oltre che politico, l’affermazione egemonica della grande fabbrica meccanizzata e razionalizzata sull’intera società. L’imporsi della razionalità tecnica di fabbrica sul sistema complessivo delle relazioni, fino a generare da una parte un “nuovo tipo umano” antropologicamente altro rispetto al precedente “animale sociale”; dall’altra un sistema delle relazioni sociali – e, appunto, una composizione demografica: una forma nuova del “Demos”, ovvero del popolo – semplificata e sfrondata di ogni aspetto che non fosse direttamente produttivo e plasmato sull’”ordine nuovo” affermatosi “dentro le mura”. Un modello che trovava il proprio “territorio” ideale nei grandi spazi storicamente vergini americani, e che in Europa doveva fare i conti con un’eredità di longue durée complessa e zeppa di pietre d’inciampo, stratificazioni di storie pregresse destinate a produrre attrito, senza tuttavia che si rinunciasse a un sia pur più lento, e coercitivo, processo di industrializzazione del sociale e di tendenziale riduzione a linearità dell’eterogeneità originaria.

Il riferimento è fecondo perché ci aiuta a misurare continuità e, soprattutto, rotture rispetto a quel paradigma seminale, richiamandoci – come continuità – al permanente ruolo di comando delle forme della produzione sociale sulle forme della riproduzione. Ovvero sul primato reificante delle cose sulle persone. E indicandoci – come rottura – l’inversione di posizione tra ordine produttivo di fabbrica – “entro le mura” – e disseminazione irrelata all’esterno di essa, perché qui, a differenza da allora, non è in corso un gigantesco processo centripeto, ma al contrario una direzione centrifuga del principio di comando dai luoghi del produrre ai luoghi del vivere. Dalla linearità dell’ordine tayloristico alla disseminazione vitalistica dell’esternalità messa a valore. E il problema non è quello di affermare una razionalità tecnica univocamente definita dagli Uffici Tempi e Metodi, ma al contrario mettere in opera dispositivi di disciplinamento complessi almeno quanto la complessità sociale su cui si trovano a operare. Sapendo che in luogo dell’antica fabbrica egemonica, che si chiamasse Mirafiori, o River Rouge, o Togliattigrad, c’è, in un qualche spazio oscillante tra il reale e il virtuale, un’entità territoriale anfibia, composta da ”università, ospedali, utility, fiere, piattaforme, grandi progetti di rigenerazione urbana” (con i loro connessi processi di gentrification), ecc. ecc. Conglomerati privi di mura e anche di cinte daziarie, galleggianti nel mare apparentemente piatto della città infinita, la cui metafisica influente è scritta nel linguaggio indecifrabile dei “padroni degli algoritmi” i quali applicano, e impongono, “razionalità industriale” anche là dove l’industria sembra aver levato gli ormeggi ed essersi sollevata nel cielo dei flussi, lasciando sul terreno le tracce materiali della logistica, insediata ormai nei capannoni in cui prima lavoravano le macchine utensili, reticolo visibile di un ordine invisibile che ha quasi sempre l’aspetto del disordine.

Ne è un esempio vivente quella micro regione piantata nel cuore della macro-regione Lover che è l’area che con epicentro Piacenza – la nuova Mirafiori del XXI secolo – estende le proprie ventose (la propria operatività egemonica, direbbe Gramsci) verso Lecco, Cremona, il parmense e l’alessandrino: là dove più radicale è stato di recente il conflitto con una manodopera non più rappresentata dai sindacati tradizionali ma protagonista di una nuova militanza (conflitto che ha lasciato a terra anche corpi e persone: si pensi alla morte di Adil Belakhdim, militante e dirigente SiCobas schiacciato da un camion crumiro a Biandrate). Sono forme, potremmo dire, e Bonomi lo suggerisce (p. 20), che insinuano l’idea di una sorta di “fordismo de-socializzato”, il quale non “ha niente a che vedere con i ‘trenta gloriosi’ del welfare” ma che a sua volta potrebbe alludere, tanto più se coniugato con un qualche tipo di “taylorismo a base digitale”, ad un incombente “secondo fordismo, per molti versi ancora più radicale del primo, nella sua tensione a creare una antropologia conseguente”.

La questione è posta sotto forma di domanda – è lasciata cioè aperta -, a cui seguono, in rapida successione, altre domande. Per esempio: “Quando Amazon diventerà committente diretto del made in Italy”, che ne sarà delle “filiere manifatturiere/artigianali del Nord Est o dei mobilieri brianzoli”, cioè di quelle “comunità operose  dei produttori che per lungo tempo hanno strutturato l’identità sociale del Nord, prima come distretti poi come piattaforme”? “Avranno voce in capitolo nello strutturare i cataloghi digitali del mondo, oppure saranno passive piattaforme di ricezione degli ordinativi”? O ancora: Quanto “le rappresentanze sedimentate del Novecento saranno in grado di ‘mettersi di mezzo’ tra i flussi del nuovo capitalismo e la composizione sociale e produttiva”? O ancora, a chi spetterà l’”egemonia” nei diversi punti della galassia iper-moderna che si fa e disfa costantemente nei punti d’interconnessione tra piattaforme e mercati, i produttori materiali, i “signori degli algoritmi”, gli “eventologi”?

Di tutto questo parla il libro, con lunghi tratti d’immersione nei microcosmi territoriali e produttivi che compongono il mosaico della metamorfosi, in tutta l’estensione del Grande Nord, dal cratere torinese (orfano della one company town) e più ancora genovese, alle “quattro Lombardie in metamorfosi nell’economia-mondo” analizzate da Simone Bertolino e Albino Gusmeroli, al “policentrismo delle molecole” nel Nord-Est letto da Luca Romano, fino al viaggio “lungo il grande fiume” nella pianura emiliana, “dagli scariolanti ad Amazon” e al passaggio “dalla company town alla Mirafiori padana della Motor Valley firmato da Salvatore Cominu, il quale partecipa anche al denso dialogo finale con Bonomi e Giuseppe Molinari sulla transizione “Dal capitalismo molecolare al nuovo capitalismo politico”. Tutto da leggere e da meditare, se si vuole uscire dall’afasia che gela il dibattito oggi su questioni cruciali, a cominciare dalla questione attualissima del PNRR e dal rischio che da questa nuova “bomba di denaro” incombente dall’altro, più che i processi virtuosi siano alimentati e accelerati quelli distruttivi.

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