Editoriali e Interviste

I territori produttivi tra sgocciolamento e trascinamento

di Aldo Bonomi Microcosmi – Il Sole 24Ore

I grandi flussi che sorvolano il sistema mondo per atterrare nei luoghi, dalla finanza alle internet company alle imprese transnazionali, s’interrogano sulle strategie. Se continuare con verticalità da “sgocciolamento” con la retorica del trickle-down e comando dall’alto verso il basso o adottare logiche da “trascinamento inclusivo” verso la green economy e il digitale di massa. Grandi questioni del capitalismo in metamorfosi che toccano anche, nel suo essere o di sgocciolamento dall’alto o di trascinamento inclusivo, l’attuazione del Pnrr che verrà.

Raccontando microcosmi mi pare importante interrogarmi su quale ruolo da protagonista, e non da passivo percettore di flussi, possa giocare il mondo vasto e articolato del capitalismo molecolare, dell’artigianato, di quel lavoro autonomo di piccola impresa e di seconda e terza generazione che nel manifatturiero e nel terziario urbano rappresenta la moltitudine del tessuto d’intrapresa. Come portare il modello della fabbrica diffusa dentro il Pnrr? Come evitare che l’innovazione si configuri come modernizzazione selettiva dall’alto e tradurla invece in un percorso capacitante? Occorre assumere il territorio sia come bene comune e capitale sociale, risorsa centrale per reggere la metamorfosi nell’epoca dell’accelerazione incrociata del Tecnocene, del digitale e dell’Antropocene, del limite ambientale. La transizione del capitalismo molecolare e della nebulosa terziaria è davanti ad una doppia sfida, una metamorfosi verticale e una orizzontale per agganciare saperi e capacità ai nuovi processi. Da un lato, la spinta iper-tecnologica apre le porte ad una nuova globalizzazione in cui l’organizzazione produttiva e il lavoro possono essere “smontati” e decentrati in modo capillare, oggi tra ufficio e casa, domani tra città e tra nazioni. Allo stesso tempo le filiere allungate diventano sempre più verticali e coese, reparti di una fabbrica diffusa entro la quale il possesso di conoscenza pregiata è condizione indispensabile per non venire schiacciati. Metamorfosi da capitalismo adattivo che abbiamo già visto nel passaggio dai distretti alle piattaforme produttive andando oltre i localismi. I distretti che hanno saputo adattarsi sono ancora lì, e il territorio allargato a piattaforma sembra ancora in grado di rigenerare attrattività di flussi e lavoro oltre che produttività. La lezione che se ne può trarre è che oggi senza coinvolgere la società non si dà né sostenibilità né digitale. Qui si gioca la partita di un’innovazione che depotenzi paradossalmente le tante faglie e polarizzazioni sociali e produttive che la pandemia ha acutizzato. Le politiche dovrebbero sostenere un’impresa che esce dalle mura della fabbrica per divenire organizzatore sociale e rafforzare una morfologia di filiere del valore capaci di estendere e non concentrare i benefici. Bisogna far rientrare nel calcolo economico la rigenerazione di beni collettivi come ambiente e salute, per farne i legami a garanzia della relazione produttiva tra l’impresa e il territorio. Ciò che per molto tempo abbiamo chiamato “esternalità”, la qualità collettiva della vita materiale e immateriale, oggi è diventata una “internalità” a cui dobbiamo applicare nuove metriche del valore, senza le quali l’impresa singola o in filiera, non riuscirà a cogliere i nuovi filoni del valore che intravediamo all’orizzonte. Il territorio mi sembra poi divenire una dimensione rilevante anche per ricucire i destini del capitalismo molecolare terziario e urbano alla metamorfosi che le città grandi, medie e città-distretto dei territori industriali, attraverseranno nei prossimi anni. Il decentramento del lavoro verso i luoghi di vita, potrebbe favorire un nuovo policentrismo urbano e una riorganizzazione delle grandi aree metropolitane in città-arcipelago, poli attrattori di flussi pazienti generatori di nuovi mercati per servizi e filiere urbane di prossimità. Che sono alimentate da quella nebulosa che va dalla Gig economy delle biciclette ad Uber, al terzo settore del welfare di comunità sino alle partite Iva della creatività e della conoscenza. Scomporre la nebulosa e ricomporla in diritti di nuovi lavori e nuove imprese mi pare importante. Potrebbe dare nuova cittadinanza alla città che viene avanti. I grandi quartieri e le aree metropolitane possono diventare luoghi di reinvenzione nelle forme del fare economia e impresa, ma occorre redistribuire chance di vita e saperi pratici per rafforzare capacità diffuse di progettazione sociale. Questo però passa da politiche che affrontino nodi profondi del vivere urbano che oggi sono ostacoli allo sviluppo di nuove forze produttive e sociali: la questione della difficoltà e del costo di abitare nelle città, a fronte di un mercato del lavoro molto più difficile che nei territori non metropolitani. Partendo dalle filiere sul territorio e dalle città in cambiamento, forse possiamo riconnettere le passioni e gli interessi, il senso e il reddito, senza aspettare solo lo sgocciolamento dei flussi.

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