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La vita nuda tra Immunitas e Communitas

di ALDO BONOMI – Volerelaluna.it

Quante volte, scavallando il secolo, ci siamo detti “nulla sarà più come prima”. Nel fine secolo con la fine del fordismo, con la sua metamorfosi. Con la caduta del muro ed il riapparire nella ex Yugoslavia in frantumi della comunità maledetta del sangue, del suolo e delle religioni e dei campi di concentramento etnici nella Europa che aveva perso memoria ed il senso del tragico. Con il farsi avanti delle “guerre giuste” poi dopo L’ 11 settembre diventate “guerre per la democrazia” sino all’oggi delle “guerre a pezzi” continuate. Poi il 2008 con il fallimento della Lehman Brothers che data l’inizio di una crisi ben presente da tempo nelle lunghe deriva del turbo capitalismo finanziario. Balzi d’epoca ove ha sobbalzato la nostra capacità di continuare a cercare per continuare a capire nell’apocalisse culturale del non riconoscersi più in ciò che ci era abituale. Ma adesso il salto d’epoca di covid 19, sempre per citare De Martino, evoca la “Fine del Mondo” che va letto, non solo per speranza, ma per ricercare e capire che siamo di fronte alla fine di UN mondo. Mi dico gramscianamente tra pessimismo ed ottimismo che ad ogni balzo, ad ogni perturbamento del capire cosa non era più e cosa veniva avanti nel non ancora, ho cercato di rispondere con il fare conricerca con i tanti travolti da ciò che non era più e con i pochi che mi indicavano la via del non ancora.
Così mi hanno insegnato i miei maestri di ricerca sociale: Romano Alquati con la conricerca e De Rita con una fenomenologia empatica. Fare conricerca e ricerca azione con gli orfani del fordismo e del suo sistema ordinatorio fatto di classi e conflitto, ai bordi del vulcano della company town con il torinese Revelli, per poi camminare nel postfordismo del capitalismo molecolare della fabbrica diffusa della classe operaia frammentata e delle nascenti partite iva, con Sergio Bologna, fu un andare oltre il nulla sarà più come prima.
Così come il riflettere sulla comunità maledetta, il proliferare delle guerre a pezzi, in una Europa sempre più Europa della indifferenza di fronte alle migrazioni ci portò ad individuare la comunità del rancore spesso orientata alla ricerca del capro espiatorio nel migrante e nello straniero come fenomenologia sociale dilagante nella moltitudine. Ci mettemmo in mezzo e dentro la moltitudine, che non era solo soggetto in divenire, ma anche masse senza più la barra della lotta di classe per capire e cambiare. Non funzionava più la domanda secca “dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei”. Dovevi almeno aggiungere dimmi di che genere sei, di che etnia da dove vieni e qual è il tuo sentire.. Da qui il tornare all’essenziale del come “essere in comune”, alla voglia di comunità di Bauman, di cui ricordo una conversazione sul Manifesto con il compianto Benedetto Vecchi, perché di fronte alla retorica imperante dell‘individualismo proprietario, come ci ricorda Marc Auge’, “un individuo totalmente solo è inimmaginabile cosi come è insostenibile un futuro senza avvenire”.
Ecco covid 19 pare sbatterci in faccia un futuro senza avvenire con la contraddizione lacerante di una solitudine da Immunitas, con la voglia di comunità per mangiare futuro da Communitas. Ne avevamo ragionato con il filosofo Roberto Esposito delle polarità Immunitas/Communitas avendo ben chiaro che la “voglia di comunità“ non è buona in sé. Anzi più proliferavano le guerre a pezzi più si strutturava la comunità maledetta, più il migrante si faceva profugo più proliferava la comunità del rancore alimentate dagli imprenditori politici delle paure che ci portavano nel labirinto delle paure. Da qui il nostro teorizzare come antidoto la comunità di cura e la comunità operosa come alternativa possibile. Ed anche oggi che ci sentiamo tutti nel labirinto della grande paura della pandemia non saprei che evocare queste due polarità per ritrovare il filo di Arianna per uscirne. Per evitare di passare subito per inguaribile buonista preciso subito che oltre che spinti dalla angoscia della solitudine ci salverà l’interesse a metterci in comune. Non è stato forse così nella malattia del corpo il riscoprire la comunità stretta della cura di infermieri, medici, ricercatori a cui ci siamo affidati, parola di genere che avevamo dimenticato? Per poi accorgerci di quella comunità di cura larga che va dai contadini agli operai ai bottegai alle cassiere ed ai banconisti nei supermercati ai camionisti che ci hanno garantito luce calore nelle nostre case e poter mangiare… tutti lavoratori dell’ultimo miglio che ci erano invisibili.

Ma la comunità di cura larga non è solo questo, che non è poco. Mettersi in comune per interessi porta a riscoprire quello che l’arroganza della disintermediazione in nome dell’individualismo proprietario e la teorizzazione dell‘uno vale uno, tanto si fa community, aveva cercato di cancellare: le forme e la cultura della rappresentanza le forze sociali e la società di mezzo di cui mai come oggi avvertiamo la necessita che si metta in mezzo. La comunità di cura larga evoca pratiche che rimandano al vuoto della rappresentanza piegata come legno storto nella rappresentazione da società dello spettacolo che, nel loro declinar crescendo come allegoria, avevano trasformato la dialettica sociale in un rituale stantio di tavoli, manco fossero diventati tutti una falegnameria.

Covid 19 ha riportato il rappresentare all’essenzialità: il sindacato per difendere corpo e salute, artigiani e commercianti nel deserto del capitalismo molecolare e dei turismi e nel riapparire delle mappe dei negozi di prossimità hanno riscoperto il senso del rappresentare. Per non parlare dei senza rappresentanza, iniziando dalle partite Iva per poi scendere giù verso il lavoro sommerso, gli immigrati, i poveri, i carcerati per cui rimane la pietas di pochi politici che li hanno resi visibili e le parole interroganti del Papa. Parole che ci interrogano intalpati nelle nostre case dove, a proposito di fame e povertà, qualcuno riscopre il piacere del fare il pane, in basso manca il pane, ed in mezzo panificazione per i supermercati che speriamo non diventino i forni di manzoniana memoria. Dentro la moltitudine avevamo già visto e studiato la faglia tra NUDA VITA e VITA NUDA. Definivo la prima il nostro essere dentro la società automatica dei big data al lavoro con il nostro sentire, pensare e comunicare, realtà aumentata ed intelligenza artificiale. Tant’è che eravamo preoccupati non del virus, ma di avere nel nostro macchinario comunicativo antivirus potenti che non interrompessero il nostro storytelling. Ci eravamo dimenticati, avevamo delegato al volontariato ed alle Caritas, a proposito di welfare, della vita nuda che mangia, si copre ed abita. Qui siamo e qui occorre rimettersi in mezzo, rifare comunità di cura larga, rifare società di mezzo nel salto d’epoca da una società del ‘900 dai mezzi scarsi con fini certi ad una società del nuovo secolo con mezzi sempre più potenti ma con fini totalmente incerti, che oggi scopre anche l’incertezza dei mezzi per immunizzarci dal coronavirus.

Non conosco altro metodo, anche in tempi di metamorfosi delle forme della civiltà quotidiana in cui siamo, che cercar di capire i mutamenti profondi della civiltà materiale che ci aspettano nel non ancora dentro la composizione sociale e nelle forme di produzione che verranno. Sento un rullar di tamburi da futurologi, già sentito ai tempi della new economy, che esalta il nostro smart working come destino. Non tiene conto del destino appunto dei tanti lavoratori autonomi di seconda e terza generazione terziaria apolidi dentro e per la rete, che si ritrovano oggi valutati e assistiti con 600 euro a partita Iva. Chi negozia e chi rappresenta chi nel capitalismo della RETE? Chi determina algoritmi, informazioni, saperi e tecnica nella società automatica? Auspico e sostengo da tempo una rinascita sindacale per un sindacato in grado di mettersi in mezzo tra NUDA VITA E VITA NUDA negoziando in alto con il capitalismo della rete ed in orizzontale facendosi sindacato di comunità. Così come per il capitalismo delle RETI, quelle hard della logistica, fondamentale per fare viaggiare le merci dentro e fuori imprese 4.0, ma anche moltitudine di lavoratori dell’ultimo miglio con camion e camioncini, sino ai fantasmi in bicicletta dei nostri cibi caldi ai tempi del “ci manca il Pane”… In mezzo rimane il capitalismo manifatturiero in metamorfosi da robotica, innovazione e cambiamento alto, che discende giù in forma selettiva dentro distretti e piattaforme produttive, dove la crisi ecologica aveva già posto il nodo di un umanesimo industriale, parola grossa!
Per una green economy che altro non significa che un capitalismo che incorpori il concetto del limite. E, a proposito di limite, se non abbiamo imparato ora … Per questo ho sempre scritto che non si dà green economy senza una green society che la impone. Non esistono capitalismi che cambiano senza un po’ di conflitti e senza rovesciare almeno concettualmente il termine capitalismo in capitale sociale e, come ci hanno insegnato da Sebregondi a Napoleoni, senza mettere in mezzo tra economia e politica la società. Partendo dal territorio, studiato e praticato come spazio intermedio tra flussi e luoghi, come arcipelago da cui salpare e tornare, non come spazio del rinserramento, ma come eterotopia della democrazia di luogo, direbbe Magnaghi il territorialista. A maggior ragione oggi ai tempi del “resto a casa” che ha evidenziato non solo differenze sociali, ma le differenze territoriali nella città infinita metropolitana nell’urbano ragionale nei comuni polvere. Non è più una questione da sindacalismo di territorio né da urbanisti, ma di confini e spazi in metamorfosi. I corpi non volano abitano uno spazio di posizione da cui partire per darsi una rappresentazione non da “heimat nella foresta nera” ma da comunità che viene direbbe Agamben. La materialità dei lavori, le economie con ricerca di senso e reddito sino all’abitare ci dicono che per il nostro interesse diventa quindi fondamentale che la comunità di cura larga, ben oltre il volontario, recuperi uno spirito militante interrogante e di stimolo al cambiamento della comunità operosa in divenire, ponendo cosi la questione essenziale che rimane, in epoca di covid 19, il passare dalla fine di un mondo ad un altro mondo possibile. Ce la faremo quando, riprendendoci per mano, capiremo che non è solo questione di economie di lavori, di interessi, il fare comunità di cura, ma, come mi hanno insegnato Eugenio Borgna ed Ulrich Beck, è un riconoscersi nella comunità di destino esistenziale.

Una versione più breve è stata pubblicata sul quotidiano Il Manifesto col titolo La nuda vita, capace di svelare di quale comunità abbiamo bisogno

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