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Città medie venete capaci di fare rete e creare sviluppo

di Aldo Bonomi Il Sole 24ore – Microcosmi

Vale sempre la pena un passaggio a Nord Est per capire i tanti richiami alla politica a non dimenticarsi del Nord e del tema dell’autonomia, visti anche i risultati del referendum e le difficoltà della locomotiva tedesca. Tema che si può affrontare con una logica da “partito del Pil” che si occupa delle strategie delle imprese eccellenti agganciate ai processi di globalizzazione, oppure occupandosi dei tanti che stanno sospesi nella transizione.

L’economia flessibile e aperta al mondo del Veneto ha vissuto per intero gli sbalzi e scossoni della crisi. Una economia che oggi appare molto più connessa con le vicine Lombardia ed Emilia Romagna, a formare la nuova grande piattaforma del capitalismo medio-padano. Nel Veneto cuore del nuovo triangolo industriale, i numeri elaborati dalla Cgia di Mestre, indicano il prodursi di una divaricazione tra la forza della macchina produttiva e una società veneta che appare più smarrita. Questione centrale, in un modello come quello del capitalismo molecolare nordestino, geneticamente abituato alla stretta integrazione dell’economia nella società. Lo si vede dai dati di investimenti ed export che pur rallentando continuano a essere caratterizzati dal segno positivo. E però questo fatica a produrre integrazione sociale. L’occupazione ha ormai superato il dato precrisi (+1,9 % rispetto a 11 anni prima), ma anche qui la qualità del lavoro che si crea è polarizzata tra un alto e un basso, con la parte più cospicua dei nuovi lavori a tempo parziale (+26,6 %) o più dequalificati. Continua la metamorfosi granulare dei ceti medi e della piccola impresa: il venir meno di 17mila imprese artigiane dal 2009 a oggi, ha coinciso con un rimescolamento interno delle categorie professionali e di ceto. Il vecchio lavoro autonomo di prima generazione composto da commercianti, artigiani, camionisti e contadini cede, mentre nuovi servizi crescono ma non a sufficienza per rimpolpare i ranghi del lavoro indipendente, perché il “nuovo” lavoro autonomo di seconda generazione non produce un ceto medio omogeneamente affluente ma è spaccato in un alto e in un basso. Nell’industria le imprese artigiane in dieci anni sono calate del 20%, -34% gli autotrasportatori, -33% nelle costruzioni, a fronte di un +78% nel design e +38% nei servizi di pulizie, tassisti, gelaterie, parrucchieri, ecc. Il credito riduce gli impieghi vivi, ed è da capire se il problema stia più nella crisi delle banche intermedie di territorio o nel restringersi della capacità delle imprese di affrontare il rischio in un contesto che sembra complicarsi. Tiene di più l’impresa non artigiana che anzi tra 2016 e 2018 ha ripreso a crescere.

Mi pare evidente che una serie di nodi di lunga durata siano venuti al pettine. Un ciclo è finito e viviamo la fase lunga e difficile del trapasso a un nuovo modello, che tuttavia si fatica a focalizzare e a metabolizzare. A fronte di una economia che nei suoi strati d’élite è probabilmente già in grado di superare il “tetto di cristallo” dei limiti genetici del capitalismo molecolare, c’è un corpo dell’impresa diffusa che continua a essere sotto stress; e soprattutto una società che appare più smarrita. Le difficoltà demografiche, l’invecchiamento e la caduta delle fasce anagrafiche più produttive, l’esodo giovanile sono sintomi che la capacità generativa di nuovo sviluppo allargato da parte della società veneta è entrata in affanno. I redditi tengono e i consumi sono ripartiti, ma si spende molto meno di prima rispetto alle altre regioni ricche, Lombardia, Trentino, Emilia Romagna. A me pare che questa incertezza, interroghi soprattutto la crisi di quelle élite e organizzazioni intermedie che in altra epoca hanno giocato un ruolo determinante nell’accompagnare il lungo ciclo dello sviluppo diffuso. Occorrerebbero nuove istituzioni o una evoluzione radicale di quelle esistenti, in grado di ripensare i fondamentali dello sviluppo. Perché il rischio è che oggi, di fronte alla complessità crescente e in assenza di risposte adeguate, le imprese – in particolare quelle eccellenti – si rifugino nell’idea di dover fare da sole, quasi a prescindere da un territorio sociale e politico diventato un problema, dimenticando il rancore di coloro che stanno sospesi. È in questo contesto che sarebbe da ragionare su quale ruolo possono ancora svolgere il territorio e le tante città medie in trasformazione della pedemontana veneta; quanto siano in grado, oltre alla crescita turistica, di fare società e di essere anche nodi di una rete di intelligenza connettiva larga in grado di accompagnare con università e reti una società e un’impresa che si interrogano sulla direzione da intraprendere.