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Il “tetto di cristallo” del capitalismo di territorio italiano

di Simone Bertolino Fondazione Transita

Nell’ultimo rapporto annuale sui distretti elaborato da Intesa San Paolo e presentato poche settimane fa, si conferma che le aree distrettuali continuano ad essere importanti motori territoriali dell’industria italiana. I dati mostrano che tra 2017 e 2018 fatturato, produttività, export e occupazione sono cresciuti a tassi maggiori rispetto all’industria manifatturiera non distrettuale.

Certo una crescita che non è anticiclica ma accentua le tendenze generali e rimane molto concentrata nelle sue sedi storiche: i distretti più performanti tendono ad addensarsi nel cosiddetto LOVER, il triangolo compreso tra gli assi pedemontano ed emiliano a cavallo di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. E lo stesso rapporto registra anche nei distretti l’approssimarsi del rallentamento generalizzato dell’economia. Protagoniste sono le “locomotive”, ovvero oltre 1.600 imprese champion che fanno da traino e da connettori tra filiere e mercati. Interessante è anche il dato sulla penetrazione delle tecnologie “4.0” nei distretti.
Insomma l’effetto distretto, ovvero il valore intangibile dell’operare in un territorio dotato di infrastrutturazione industriale densa e radicata, è ancora oggi un vantaggio competitivo fondamentale.

La lettura del rapporto solleva tre questioni importanti. La prima riguarda l’utilità di utilizzare ancora il concetto di distretto per comprendere lo sviluppo italiano. E’ ben vero che la disponibilità di un tessuto di filiera articolato e di prossimità rappresenta tutt’ora un fattore competitivo e attrattivo centrale. Ma la verticalizzazione e l’estensione dei processi produttivi fa si che il valore della filiera stia in primo luogo nel suo innesto in catene del valore internazionalizzate che danno vita a sistemi produttivi sempre più integrati, piattaforme produttive che integrano territori e distretti anche lontani tra loro: sono questi cluster a competere più che il distretto localizzato. La seconda domanda, sottolineata anche nel rapporto, riguarda il ruolo sempre più importante delle turbolenze geopolitiche e geoeconomiche per un sistema fortemente internazionalizzato come il manifatturiero italiano.

La “nuova globalizzazione”, ovvero un mondo sempre meno piatto e sempre più recintato in aree commerciali divise da dazi, implica che forse il semplice export probabilmente inizia a non bastare più. E allora la domanda da porsi è se il capitalismo di territorio non abbia forse trovato il suo “tetto di cristallo”. La nuova globalizzazione impone il salto ad una internazionalizzazione produttiva che tuttavia richiede una dimensione di capitali, organizzazione, saperi che ad oggi è limitata ad un nucleo troppo stretto di imprese. Questo è il punto. Come affrontiamo questa sfida in quanto sistema-paese?

Ciò che oggi si può osservare è che le imprese stanno facendo da sé. Tendono a trovare le proprie modalità di adattamento al nuovo scenario che viene avanti. Crescono accordi, joint ventures, scambi di pacchetti azionari in cui il capitalismo famigliare e territoriale delle medie imprese si ibrida con il capitalismo manageriale multinazionale, utilizzando la forza di quest’ultimo per superare i propri limiti strutturali. Sta venendo avanti una nuova tipologia di media impresa evoluta che non è più soltanto lo sviluppo della piccola impresa famigliare, ma un ibrido che pur rimanendo il frutto di una “storia di vita imprenditoriale” è sempre più anche una “molecola” di capitale internazionale. Questo è lo sviluppo che dovremmo mettere al centro del mirino. Infine, è arrivato il momento di guardare all’ambiente urbano come nuovo ambito “distrettuale” o meglio di piattaforma, per inquadrare lo sviluppo di forme di produzione collettiva/cooperativa di valore e di lavoro, che sotto l’etichetta abusata e molto generica di smart city stanno spingendo la crescita e il peso delle città come motori dello sviluppo economico. Non solo le grandi aree urbane Milano in testa, ma il ruolo della rigenerazione urbana nelle città medie in connessione con i rispettivi territori e con l’addensarsi di economie miste di servizi urbani, turismo, manifattura sostenibile, impresa sociale ed economie civiche potrebbe costituire il nuovo modello di sviluppo territoriale su cui appuntare l’attenzione, fondato su un asse molto italiano tra smart city e smart land.