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Nanni Balestrini: un poetare da intelletto collettivo sociale

di Aldo Bonomi
Articolo pubblicato su Alfabeta2 n°33 novembre/dicembre 2013

Nanni Balestrini

Quella che si affaccia fuori dalle macerie della guerra è un Italia che il boom economico di pochi anni dopo non se l’aspetta ancora. E’ un paese che nella sua autorappresentazione sociale rimane ancorato all’immagine della grande proletaria, un paese stretto tra arretratezze secolari che non passano e una povertà di massa solo resa più acuta dalle cicatrici del conflitto. La modernità industriale è confinata in isole urbane ancorate su un oceano di campagne in cui condizioni di vita e culturali non sono molto diverse da quelle di inizio secolo. Nel 1951 il 42 % lavora ancora in un’agricoltura dove povertà e latifondo la fanno da padrone. Il realismo e poi il neorealismo inquadrano le stimmate sociali di un paese che dal punto di vista dei rapporti tra élite, classi dirigenti e popolo nonostante l’ascesa di partiti e sindacati di massa, per molti versi resta quello descritto dal Leopardi centocinquant’anni prima, con una società stretta ridotta. Nonostante i fermenti, come nell’Italia risorgimentale un primo popolo di massa viene pensato dall’alto da un secondo popolo d’élite che poco ne condivide le trasformazioni molecolari che pure stavano iniziando ad agire. Per molti versi quello del 1951 è l’ultimo censimento di questa vecchia Italia: nell’arco di un ventennio il salto è di duecento anni e la geografia sociale ed economica dell’Italia pauperistica non c’è più. Fra 1948 e 1963 il PIL sale a ritmi che oggi diremmo cinesi con un 6 % annuo, gli occupati nell’industria sono il 44 % e nei servizi il 38 % mentre le campagne si svuotano scendendo al 17 %. Non c’è più l’Italia di Riso Amaro o di Ladri di biciclette e viene avanti un’Italia il cui soggetto emergente è la moltitudine e i suoi bisogni rappresentati in film come il Maestro di Vigevano piuttosto che Rocco e i Suoi Fratelli o in romanzi come Vita Agra. E’ una nuova composizione sociale sradicata che da Sud a Nord passa nell’arco di pochissimi anni dai ritmi della campagna al crogiuolo sociale della città industriale. L’esodo è biblico dalle campagne del Sud alle città del Nord ed altrettanto imponente verso paesi stranieri dove nei venti anni del boom si trasferiranno 5,5 milioni di italiani. Una moltitudine per la cui narrazione e interpretazione non bastava più il vecchio realismo sociale o sul fronte ideologico la figura dell’intellettuale organico degli anni trenta. Una moltitudine giovane in primo luogo, visto che alla vigilia del grande balzo nel 1951 il 51,7 % degli italiani ha meno di 30 anni (oggi è il 29,4 %). Una moltitudine che finalmente troverà accesso all’istruzione con l’introduzione dell’obbligo scolastico a metà degli anni cinquanta ma che dovrà attendere lo scossone del ’68 per vedere aprirsi le porte dell’Università. In quell’Italia del boom a cavallo tra ’50 e ’60 in cui le scienze sociali dovevano ancora conquistarsi la loro legittimità per l’egemonia della tradizione idealistica, gli scossoni e gli strappi della modernizzazione capitalistica attendevano soggettività e categorie nuove, produzioni culturali che ne accompagnassero l’insorgenza. Emerge forte l’esigenza di un nuovo racconto della composizione sociale che viene avanti. Ciò avviene sul fronte del marxismo critico con l’emergere di piccoli gruppi di avanguardia attorno a riviste come i Quaderni Piacentini, con l’attivarsi dell’operaismo a contatto con la nuova composizione sociale di fabbrica e i conflitti che essa esprimeva fuori dalla tradizionale dialettica sindacale e politica. E avviene sul fronte dei diversi percorsi che la fabbrica moderna assume nel triangolo industriale e nel dibattito sullo sviluppo locale a Sud. A Nord si confrontano il fordismo hard di Valletta e Olivetti con il suo fordismo dolce comunitario, con la fabbrica posta quasi ad intellettuale collettivo del territorio; a Sud, nelle terre dell’osso e nelle campagne siciliane con l’esperienza empatica di Danilo Dolci nelle campagne siciliane a ricucire le ferite dello sviluppo dall’alto trainante un balzo che ingrossa potentemente la dimensione metropolitana con 11 milioni di italiani che nel ventennio in questione si spostano nelle città, ma prosciuga i territori interni. Una composizione sociale urbana in rapido divenire che inizia a percepire come praticabile l’accesso ai consumi con il reddito pro-capite che quadruplica tra 1948 e 1969 e le famiglie che escono dal modello del reddito per la sopravvivenza: per la prima volta abitazione, vestiario, salute, trasporti, tempo libero superano il cibo. E’ l’avvio di un processo di cetomedizzazione del paese, per citare De Rita e il Censis, che da lì partirà per prolungarsi ed estendersi con l’espansione del debito pubblico e dei “bot peple” degli anni ’80, forma autoctona di prima finanziarizzazione della vita quotidiana a traino pubblico. Sempre in quegli anni arriva la televisione con gli abbonati che tra 1954 e 1958 balzano da 88.000 a oltre 1 milione. Le figure centrali dello sviluppo divengono nella città fordista l’operaio-massa e nei distretti industriali prossimi al decollo il metal-mezzadro espressione di un modello alternativo che fino a quel momento non rompe la connessione tra tempo della campagna e della città. E’ un processo che nel suo complesso produrrà una crisi di senso e l’esigenza di una rottura culturale su cui il Gruppo ’63 lavora fino a quando con il ‘68 i soggetti sociali prendono direttamente parola politica. E oggi? Oggi l’Italia è immersa in una nuova transizione un nuovo passaggio storico, in verità di lunga lena, che dal conflitto capitale-lavoro incentrato sull’operaio-massa ci ha condotti ad una polverizzazione dei soggetti sociali privi di forme di rappresentazione e narrazione collettiva all’altezza del nuovo salto. Dalle nuove moltitudini migranti portatrici di uno sradicamento globale fino alla massa delle soggettività prese in mezzo tra le due polarità dell’imprenditorializzazione diffusa e del precariato, quello che sta venendo avanti è una sorta di “Quinto Stato” le cui avanguardie culturali fanno enorme fatica ad emergere. La crisi da questo punto di vista ha solo aumentato questa dissonanza tra soggetti emergenti e una narrazione nelle arti figurative e narrative (così come in politica) che ne vede soltanto i tratti di debolezza e subalternità. Ribaltare questo nuova rigidità di un certo realismo della precarietà incentrato solo sulla “sfiga” della generazione X potrebbe essere il terreno su cui c’è bisogno di riparlare di Gruppo ’63.