Editoriali e Interviste

La Green Economy plasma il nuovo capitalismo

Se stai nei luoghi, sul territorio, sei a rischio di spaesamento ed euforia. Mai come oggi la parola territorio è usata e abusata. Se guardi in alto verso l’Europa geoeconomica e geopolitica ti senti spaesato. Con la Via della Seta che arriva e l’avvicinarsi delle elezioni europee. Se guardi in basso, alla terra, ti prende un’euforia da ecologia della mente assieme a milioni di giovani che – era ora – fanno propria la questione ambientale. Troppo per mettere in mezzo alla geoeconomia un microcosmo nell’Europa delle pluridentità che non riguardano solo la politica, ma anche le economie. Perché, come ci ha insegnato Fernand Braudel, sono plurali anche i capitalismi nati nelle lunghe derive della civilizzazione. Occorre alzare lo sguardo. Nell’isola una volta capitale di un impero vediamo la Brexit. Con il suo modello anglosassone che ha nella City il simbolo dei mercati finanziari dove le imprese sono una molecola del capitale. Il racconto del capitalismo renano, con il suo surplus nell’export in rallentamento che ci preoccupa non solo come subfornitori, ma anche per la tenuta di un modello: grande impresa, grande banca, grande sindacato e cogestione al vertice. Così come ci confrontiamo con i cugini francesi e i loro campioni nazionali sostenuti da una statualità agente, vedi Luxottica e Fincantieri, e temiamo di fare la fine della Parmalat con Lactalis.

Osserviamo a Nord il capitalismo anseatico con il suo Stato provvidenza in difficoltà a includere tutti, un mercato del lavoro a equilibrio di genere e il loro fare innovazione e ricerca. A Est ci colpiscono i numeri del Pil in crescita del capitalismo postcomunista nell’Europa dell’allargamento del suo spazio di posizione a cui corrisponde un debole spazio di rappresentazione. Noi siamo, come lo definii anni fa, il capitalismo di territorio. Dove il fare impresa, a proposito di civilizzazione, è un progetto di vita molecolare e diffuso, con tracce di condensa nei distretti e di irrobustimento nelle medie imprese e con poche verticalizzazioni da grandi Gruppi. Giorgio Foà lo definì un capitalismo adattivo, il Made in Italy di oggi che si mette in mezzo pur non essendo leader né nella finanza, né nel fordismo da grande impresa, né da statualità agente. Per capire basta guardare la metamorfosi e la composizione della rappresentanza di impresa, l’evoluzione dei distretti e dei nostri campioni di impresa anche piccoli, che attraversano il rischio di recessione. Siamo i più grandi dei piccoli, grandi nell’essere la seconda economia manifatturiera europea. Nell’Europa delle differenze, delle pluridentità culturali, politiche e anche economiche per cui voteremo. Che può frammentarsi nei nazionalismi o diventare davvero un’unione, un continente con un’identità di relazione. Avendo coscienza che, anche per i capitalismi, l’identità non sta nel soggetto, ma nella relazione (Emmanuel Lévinas). A maggior ragione oggi, nell’epoca dell’economia-mondo che può distruggere il mondo, come ci allertano i giovani timorosi del loro fragile futuro. Temi da summit globali. Troppo grandi per i miei microcosmi e anche per il capitalismo di territorio dell’Italietta in transizione nello spazio europeo. In preda all’euforia da speranza nelle giovani generazioni, mi permetto di segnalare che forse anche qui abbiamo qualcosa da dire. Il capitalismo di territorio, nel suo fare impresa come progetto di vita, ha radici terranee nella coscienza di luogo, si alimenta nel fare distretto nella prossimità del fare comunità, diventa media impresa, incorporando filiere di saperi e di creatività, avendo cura dei luoghi e delle piattaforme da cui si alimenta, pena il venir meno della sua spinta creatrice. Senza cura delle reti corte di prossimità, non diventano percorribili le reti lunghe delle relazioni europee e globali.

Questo è quello che ci hanno insegnato Giacomo Becattini, Arnaldo Bagnasco, Giuseppe De Rita ed Enzo Rullani. Bel racconto. Anche se so bene che il gene egoista dell’impresa con i suoi capannoni si è mangiato terra e territorio. Guardare la nuvola-cappa sulla Padania per capire. Oggi, anche sull’onda di una maturità da innovazione tecnico-produttiva e di conoscenza che chiamiamo Industria 4.0 che va oltre i saperi contestuali, vedo venire avanti una cultura d’impresa da ambientalisti riluttanti. Calabrò la definisce impresa riformista, non solo dentro le mura, ma nella società. Da green economy, da capitalismo di territorio che incorpora i limiti della terra nelle piattaforme territoriali da innovare per fare dell’impresa, un attore della green society come ci chiedono i giovani desiderosi di continuare a mangiare futuro. Poco, si dirà per cambiare il mondo, ma molto se, partendo anche dalle pluridentità dei capitalismi europei in metamorfosi, ci daremo una visione da continente terra della green economy.

Aldo Bonomi
Microcosmi – Il Sole24Ore