Communitas 41 – Zidane, anatomia di una testata mondiale

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Comunitas n. 41

di Aldo Bonomi

In alto, molto in alto, si raccomanda con senso della storia il bene dell’unità nazionale. In basso, a volte molto in basso, le molecole locali in preda a piccole fredde passioni si agitano nel riperimetrare confini comunali, provinciali, regionali. In mezzo, tanto per cambiare, il territorio come spazio di posizione e spazio di rappresentazione. Che da quando ci si è accorti che è anche uno spazio della politica, sembra non aver pace. E allora dai. Frosinone e Latina vorrebbero secedere, non si è capito bene se “oppressi” dall’area metropolitana romana o dal Lazio intero. Dotte e approfondite analisi, con tanto di proposte di legge, scavano sulle differenze tra Emilia e Romagna e sui benefici che deriverebbero se si togliesse il trattino di congiunzione. Per non parlare dei comuni dell’area di Cortina che, certamente non in deficit di sviluppo, volevano farsi annettere dalla provincia autonoma di Trento. O del vizio localistico proliferante per cui ogni spicchio di territorio, per darsi visibilità, per fare marketing territoriale, si vuol far provincia.
Se si vuol scendere ancora più a livello micro, fa riflettere nelle città il proliferare quartiere per quartiere dei comitati dei cittadini che incarnano una nuova modalità dei conflitti urbani. Il conflitto molecolare ad un colpo solo o per una movida che disturba i residenti o per il verde o per la sicurezza o per il traffico e l’inquinamento… Insomma ogni occasione è buona per mettersi di traverso. Nel piccolo caso dei piccoli comitati dei cittadini si risponde spesso appellandosi con nostalgia al contenitore storico dell’appartenenza di classe. Nel fenomeno, più preoccupante, delle fibrillazioni territoriali ci si appella alla lunga deriva che ci ha fatto nazione da centocinquanta anni. Si evocano giustamente le passioni calde, le parole pesanti, come classe e nazione, a fronte delle passioni tristi dei movimenti locali ad un colpo solo e dei particolarismi territoriali. Suggerisco una terza via per leggere e contenere ciò che ci appare come dissolvenza della coesione sociale e territoriale. Occorre scavare nelle piccole fredde passioni economiche ai tempi della globalizzazione. Raccomandando che il fare coriandoli del territorio in tempi di dominio delle economie di scala non sempre giova. È vero che parte consistente del nostro tessuto imprenditoriale è partito dal micro, dal locale. Dal campanile e dal capannone per arrivare ai distretti ma, in tempi in cui si compete non solo tra imprese ma tra sistemi territoriali, si è evoluto in filiere produttive, in reti di imprese e in piattaforme produttive. Gli interessi e le passioni economiche più che ai coriandoli tendono a forme di capitalismo coalizionale. Si fa coalizione per chiedere l’andare oltre la modernizzazione incompiuta delle infrastrutture: dalle pedemontane ai porti alla banda larga. Ci si coalizza per resistere alla crisi nei consorzi fidi, o chiedendo alle regioni interventi per la cassa integrazione o per chiedere alle banche più attenzione al sistema dell’economia diffusa. In preda alle passioni tristi del locale che vuol contare di più ci si fa provincia a Lecco, a Monza. Ma per entrambe è vitale costruire la pedemontana lombarda che tiene in rete il territorio. Così come Andria e Barletta affermano la loro specificità rispetto a Bari ma nel contempo non possono prescindere dal loro essere cerniera tra il tavoliere e il salento. Per arrivare infine al trattino debole che tiene assieme l’Emilia-Romagna. Risponderei con la metafora della bicicletta, poco scientifica ma efficace, evocata da Guido Caselli nell’ultimo rapporto Unioncamere Regionale. Analizzando le due ruote della regione, la piattaforma emiliana più prettamente manifatturiera con all’interno filiere globali e la Romagna più agroalimentare e piattaforma turistica, Caselli raccomanda di “guidare il sistema territoriale come se fossimo su una bicicletta in un equilibrio instabile e proficuo.” Cioè in movimento. Pedalare sul territorio è davvero un equilibrio instabile se si guarda alla vibratilità del margine. La provincia di Rimini si ritrova con sette comuni in più. L’alta Val Marecchia con un referendum del dicembre 2006 aveva votato per passare dalle Marche alla Romagna. Era dai referendum di centocinquanta anni fa per l’annessione dei territori pontifici al nuovo regno d’Italia che non si verificava una trasmigrazione giuridico amministrativa così significativa. Invece se si governano regioni la spinta delle ragioni economiche che animano le piattaforme produttive, spesso transregionali, chiede per la logistica o l’innovazione in ricerca e sviluppo o per dinamiche del capitalismo delle reti, basti l’esempio dell’alta velocità, che si firmino protocolli di collaborazione per sostenere investimenti da macroregioni. Dovendo tener conto anche del protagonismo delle città-regione e della loro funzione di motore terziario e di servizi per il capitalismo di territorio. Il tutto in un delicato equilibrio tra contado e metropoli che è l’apparire moderno dell’antico iato tra città e campagna. Essendo che, per rimanere ai territori sinora raccontati, la capacità di competere nella globalizzazione dipenderà molto dall’evoluzione di città come Milano, Bologna , Bari, Roma…. A loro volta attraversate dal fenomeno del comitatismo di quartiere che non è solo sintomo di un conflitto che si fa molecolare. È anche domanda di una visione, di un progetto di area urbana in grado di essere contemporaneamente città-regione e territorio ad elevata qualità della vita. Ma questa è un’altra storia che merita un altro microcosmo.