Tutta la Milano possibile Il racconto del 2° forum delle politiche sociali 2012

Anno: 2013 | Territorio:

 

SOMMARIO

Introduzione 3

Apertura del 2° Forum delle Politiche Sociali 6

Verso l’immigration center 12

Le persone con disabilità. Al centro i diritti 15

Una nuova politica per assistere e bene gli anziani. Confronto a partire dal progetto di fusione delle ASP Pio Albergo Trivulzio e Golgi Redaelli 19

Un patto tra pubblico e privato. Per reperire le risorse e sviluppare una nuova progettualità 21

inaugurazione sportello seconde generazioni 24

Visita al Centro Socio Ricreativo Culturale Segesta 25

Contro la violenza di genere 26

Incontro con le associazioni studentesche della “Rete della conoscenza” 30

Per i diritti civili contro le discriminazioni. 32

Firma del protocollo d’intesa con l’Ordine degli Psicologi per il progetto Psicologia Sostenibile 35

“Minori non accompagnati: dall’emergenza all’accoglienza. Sperimentazioni in atto e ipotesi future” 37

Percorso di attuazione del Piano di Sviluppo del Welfare sulla salute mentale e presentazione del Progetto “Habitat Sociale” 39

Presentazione progetto punti sociali 41

Housing Sociale. “Cenni di cambiamento”. Nuove politiche dell’abitare 43

La Sanità nell’Area Metropolitana 45

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo a cura di Aldo Bonomi, Laura D’Alessio, Albino Gusmeroli, Domenico Letterio

INTRODUZIONE

 

Le pagine che seguono, a cura del Consorzio Aaster, ripercorrono le tappe più significative del 2° Forum delle Politiche Sociali, tenutosi a Milano dall’11 al 19 gennaio 2013. Sono da intendere come un “racconto”, un contributo di memoria utile a fissare i concetti, i paradigmi culturali e le dimensioni di senso che hanno trovato espressione nel corso di quelle giornate. Si tratta di un possibile punto di partenza da cui muovere per un’ulteriore elaborazione di una nuova visione per la politica sociale di Milano, che condivida il più ampiamente possibile con altri i propri principi ispiratori e le proprie pratiche e che sia pronta a raccogliere i contributi di tutti. Tale racconto non è esaustivo di tutti gli incontri tenutisi nel corso del Forum, ma restituisce uno spaccato significativo di ciò che tali giornate sono state e dei temi che vi sono stati trattati.

Il 2° Forum delle Politiche Sociali ha esplicitato i principi ispiratori della nuova politica sociale della città di Milano, già in parte delineati nel corso del Primo Forum delle Politiche Sociali. Principi che si pongono in netta discontinuità rispetto alle politiche sociali promosse dalle amministrazioni precedenti. Prendendo le mosse dalla centralità assegnata ai diritti, alla persona, al fare comunità, alla coesione sociale, gli incontri del Forum hanno indagato la possibilità di trovare risposte concrete ai tempi nuovi e difficili che la città sta attraversando, valorizzando al meglio il capitale umano e di pratiche che si è accumulato negli anni sul territorio.

Il primo dato che emerge dagli incontri è l’enorme desiderio di partecipazione dei soggetti del sociale che hanno accettato l’invito e la sfida dell’Assessorato. Un desiderio che pone l’esigenza di un rinnovato ruolo del “pubblico”, oggi più che mai chiamato a svolgere una funzione di coordinamento, indirizzo e regolazione. Le amministrazioni sono oggi chiamate a gestire in maniera più oculata le risorse, prendendo le distanze dalle vuote retoriche sullo “spendere di meno” o lo “spendere di più”, ma trovando gli strumenti più efficaci per “spendere meglio”.

Il 2° Forum delle Politiche Sociali ha mobilitato centinaia di persone, quella comunità del sociale nella quale si intravede una “Milano possibile”, e le ha portate in alcuni dei luoghi più significativi della città, dal carcere di San Vittore all’ex Ansaldo, dal Pio Albergo Trivulzio all’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, come in un simbolico pellegrinaggio. Sono stati nove giorni intensi, ricchi di invenzione e partecipazione emotiva. Si sono affrontati temi complessi, senza tralasciare nessuno dei settori all’interno dei quali è oggi urgente ripensare una nuova politica sociale. Sono state avanzate proposte, soluzioni e progetti, accogliendo il contributo di tutti. Ma in alcuni casi ci si è dovuti fermare, per dire che senza politiche di livello più alto, regionale e nazionale, non ce la si può fare. È il caso delle politiche per l’immigrazione e per i richiedenti asilo, o di quelle che cercano di intrecciare il sociale e il sanitario. A tale proposito, è positivo che da parte dell’Assessorato si sia dichiarata piena disponibilità al dialogo dopo l’imminente tornata elettorale, a prescindere da quello che sarà il colore politico dei futuri governi regionale e nazionale.

Si è parlato molto di ascolto nel corso del 2° Forum delle Politiche Sociali. C’è chi ha ascoltato, chi si è mostrato meravigliato di essere stato ascoltato, chi ha voluto essere ascoltato proprio in quella occasione, come i richiedenti asilo dalla Libia. Ma i primi ad ascoltare sono stati gli esponenti delle istituzioni, in primis l’Assessorato alle Politiche Sociali, con la propria presenza a ogni incontro e la manifestazione di un chiaro desiderio di voler recepire istanze e suggerimenti provenienti da tutti i soggetti coinvolti, tanto che si trattasse dei relatori degli incontri, quanto nel caso di proposte emerse nei dibattiti con il pubblico in sala.

Nel corso del Forum delle Politiche Sociali, l’Istituto di Ricerche Aaster ha distribuito un questionario ai partecipanti. I principali risultati di tale indagine sono presentati nel documento “Indagine Quantitativa sui Partecipanti agli Incontri”.

Dal quadro anagrafico che emerge dai circa 500 questionari raccolti da Aaster, i partecipanti al Forum possono essere grosso modo divisi in tre principali categorie: i dipendenti e i collaboratori della macchina pubblica; i soggetti attivi nella cooperazione sociale; il variegato mondo dei volontari. Al di là delle differenze anagrafiche, questi mondi condividono alcune idee sul welfare e sul suo futuro. Ad esempio quella relativa al fatto che il welfare rappresenti uno dei pilastri della civiltà europea, così come quella relativa al fatto che esso potrà mantenere il suo carattere di universalità solo con il protagonismo dei soggetti sociali.

I valori intorno ai quali costruire il nuovo welfare sono innanzitutto “onestà e trasparenza”, specie secondo l’opinione dei dipendenti pubblici, seguiti da “merito e uguaglianza di opportunità”, “senso di comunità” e “partecipazione alla vita sociale”, valori particolarmente cari ai soggetti della cooperazione sociale e ai dipendenti pubblici orientati alla cura.

La costellazione dei valori che ruota intorno al tema della responsabilità sociale prevale nettamente sulla triade che configurava un certo profilo dell’homo ante crisi: libertà di iniziativa, spirito di sacrificio e tradizione famigliare. D’altro canto, come confermano i risultati dell’indagine, una crisi di questa natura in un contesto metropolitano non genera spontaneamente solidarietà diffusa, anzi determina crescente polarizzazione sociale, cui l’autorganizzazione del sociale fatica a rispondere se lasciata a se stessa. Tanto più quando le emergenze e le priorità riguardano temi hard che rimandano alle condizioni materiali di base nella vita delle persone. E lo si vede bene dal confronto tra i dati raccolti nella prima edizione (fine 2011) e quest’ultima. Nel 2013 cresce la preoccupazione per la “disoccupazione giovanile” e “la precarietà del lavoro”, mentre rimane aperta la questione casa e il tema dell’integrazione dei migranti. Cresce sensibilmente la richiesta di sostegno ai redditi e di controllo sulle tariffe dei servizi di pubblica utilità, mentre scendono temi relazionali e di servizio rivolti agli anziani, ai disabili, ai malati mentali, ai carcerati, persino ai servizi per la conciliazione famigliare.

Nelle opinioni sul metodo di ascolto e compartecipazione portato avanti dal Comune prevale la prudenza: per oltre un intervistato su tre si tratta di un’iniziativa importante sulla quale è prematuro esprimere un giudizio in termini di efficacia. Gli entusiasti non abbondano, pochi esprimono invece un giudizio chiaramente negativo, mentre una piccola quota la ritiene utile ma comunque insufficiente rispetto al quadro dei bisogni sociali. In definitiva emerge un invito a proseguire ben sapendo che la sfida del nuovo welfare non produce risultati immediati, ma che su questi si viene pragmaticamente valutati, come istituzione e come società.

 

(Nota. Alla relazione vengono allegati tre documenti messi a punto dall’amministrazione comunale e distribuiti durante le giornate del sociale in cartellina e cui si fa riferimento anche qui di seguito: Il Piano di Sviluppo del Welfare, La carta dei Diritti per la Salute e l’Area Metropolitana Milano, Ricoveri Ospedalieri in Regime Ordinario Anni 2000-2010)

APERTURA DEL 2° FORUM DELLE POLITICHE SOCIALI

11.01.2013 Teatro Elfo Puccini, Milano

 

Il 2° Forum delle Politiche Sociali – Milano 11–16 gennaio- si è aperto al teatro Elfo Puccini in una sala gremita di persone, soprattutto operatori del settore sia pubblici che privati. L’aver accreditato le Giornate del Sociale come momento formativo per il personale pubblico ne ha favorito la grande partecipazione.

Il Forum si è aperto con Seble Woldeghiorghis e Reas Syed, due giovani immigrati di seconda generazione, che hanno letto alcune parole del Cardinal Martini.

L’intervento di apertura dell’Assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino ha preso spunto proprio da quella lettura iniziale per parlare in prima battuta della cittadinanza per le seconde generazioni: “Seble e Reas” ha detto Majorino “sono per me, a tutti gli effetti, dal loro primo giorno di vita, milanesi ed italiani” e si è augurato che il prossimo Parlamento in tempi brevi riformi la legge italiana sulla cittadinanza.

Majorino poi è entrato nel vivo della sua introduzione alle giornate della politica sociale indicando il filo rosso dei diritti a tenerla insieme: mettere al centro delle politiche del welfare i diritti vuol dire da un lato mettere al centro la persona e dell’altro riscoprire la centralità dell’istituzione pubblica come pianificatore e gestore delle risorse monetarie ma soprattutto operative sul territorio. È da qui che prende corpo il concetto di ‘rete’, tanto caro alla nuova amministrazione comunale che vuole essere il punto di riferimento, la “cabina di comando” organizzativa e di ottimizzazione e valorizzazione delle realtà operative presenti sul territorio. Il censimento di tali realtà che operano nel settore del sociale sul territorio è il punto iniziale di qualsiasi politica di welfare anche settoriale –dai disabili alle donne agli anziani…- e si rivela centrale sia per l’ottimizzazione operativa che per la comunicazione informativa ai cittadini-utenti.

Il discorso dell’Assessore ha poi fatto cenno al Piano di Sviluppo del Welfare alla cui stesura ha preso parte, ciascuno per il suo settore, tutto il mondo che opera nel sociale a Milano -“tutta la Milano possibile”, per dirla con l’Assessore- in un’ottica di pianificazione condivisa e di ascolto che è il primo passo per il coinvolgimento e la responsabilizzazione di tutte le realtà che operano nel sociale a Milano, dalle istituzioni al volontariato passando per il no profit e il privato sociale. Anche il Piano è tenuto insieme dal filo dei diritti, “i diritti di cittadinanza per vivere dentro la comunità, per fare comunità”, dice Majorino e infatti il “fare comunità” e la coesione sociale è un altro dei capisaldi e degli obiettivi da cui si parte per una piena responsabilizzazione e partecipazione alla cosa pubblica da un lato e per la risoluzione operativa di molti bisogni sociali dall’altro.

Il concetto di big society, anche se mai nominato, traspare dai metodi di pianificazione delle politiche sociali espressi e che vogliono coinvolgere tutti nella responsabilità e nell’operatività. È una nuova sussidiarietà quella a cui si fa riferimento con, sembrerebbe, un baricentro istituzionale più forte da un lato e un allargamento del coinvolgimento dall’altro: istituzioni interagenti, terzo settore, privato sociale, imprese, forze sindacali e culturali, cittadine e cittadini… Un modo per fare comunità nel tempo del “pubblico partecipato”.

Majorino non ha mancato nel suo discorso di parlare di legalità e trasparenza, di rispetto delle regole, e di gestione scrupolosa della cosa pubblica, temi cocenti nel dibattito politico attuale. “Gestire le risorse pubbliche in campo sociosanitario senza scrupolosa attenzione alla legalità, significa compiere due volte un atto grave. Perché è grave in sé e perché si toglie qualcosa ha chi ha bisogno della mano pubblica”, ha detto l’Assessore.

Nell’ottica del perseguire la legalità anche con fini simbolici e di rappresentazione positiva si muovono le iniziative per mettere a valore i beni confiscati alla criminalità organizzata sul territorio.

L’Assessore ha anche affrontato il discorso cocente della crisi in atto. Emblematici in questo senso sono i dati relativi all’aumento delle domande al Comune riguardanti il sostegno al reddito che nei primi sei mesi del 2012 sono raddoppiate rispetto a tutto il 2010 e l’Assessorato alle Politiche Sociali è passato a gestire ed impiegare quasi 30 milioni di euro nell’anno 2012, rispetto ai 14,4 dell’amministrazione precedente. Majorino nel suo discorso di apertura, e in tutte le occasioni durante le giornate del Forum, ha voluto ribadire che questa amministrazione di fronte alla crisi non ha ridotto le risorse destinate al sociale ma anzi le ha aumentate: “ragionare come pure noi facciamo -e dovremo fare in questi mesi in modo molto più forte- di spending review nell’ambito della politica sociale vuole dire decidere come spendere meglio non -voglio dirlo in modo ineludibile- come spendere meno”, non si è stancato di ripetere l’Assessore

Si tratta di riorganizzare e ricomporre le risorse pubbliche e private (quelle gestite direttamente dall’amministrazione Comunale sono solo il 25% ) considerando anche la trasformazione del carattere della domanda dovuta a: precarizzazione del lavoro e impoverimento dei cittadini e delle famiglie, aumento dell’aspettativa di vita, pluralismo culturale ed etnico, scomposizione della famiglia…

In questo quadro, dice l’Assessore, serve il protagonismo di tutte le istituzioni -Stato e Regioni in primis- che sono chiamate a riformare e ricostruire il welfare italiano.

E Majorino qui chiama in causa anche un welfare europeo e le politiche dell’Europa che dovrebbero “spingersi a negoziare in Europa non solo il tasso di adesione al contenimento della spesa ma pure una dimensione condivisa di welfare transnazionale oggi totalmente assente dalle riflessioni dei vertici tra i premier”.

Le istituzioni devono superare l’organizzazione ‘a canne d’organo’ non comunicanti dei loro settori interni e interistituzionali e giocare la partita collettiva della presa in carico globale della persona. Soprattutto occorre sviluppare l’integrazione tra i settori sociale e sanitario, “ambiti che è demenziale tenere separati”, dice l’Assessore.

Importante è anche andare a cercare la domanda per orientarla, senza aspettare che il bisogno ’bussi alla porta dell’istituzione’.

L’intervento di Majorino è poi passato ad elencare i punti più ‘caldi’ dei vari settori del welfare, quelli poi ripresi nei singoli dibattiti e incontri di settore durante le giornate del sociale: dai richiedenti asilo ai recenti provvedimenti sui disabili alla precarietà lavorativa e di vita dei giovani agli anziani ai senza tetto (si è passati da 1248 posti letto a 2500 con la nuova amministrazione) alla violenza sulle donne agli sportelli anticrisi per i cittadini in difficoltà al Fondo di Solidarietà della Curia milanese…

Majiorino ha poi introdotto l’intervento che ha seguito il suo, quello di Anna Pepe, un’ assistente sociale del Comune. Il coinvolgimento in prima persona di un’operatrice comunale del settore va nella direzione di una rivalutazione anche del personale del Comune che opera nel sociale.“Gli operatori pubblici e privati del sociale sono spesso precari, scarsamente retribuiti, spesso non riconosciuti professionalmente in modo adeguato…” dice l’Assessore. La riscoperta di una nuova centralità della cosa pubblica passa anche dal rimotivare e rivalorizzare le sue risorse umane.

 

L’intervento di Anna Pepe, Assistente Sociale del Comune, insiste molto sulla positiva meraviglia di essere stata chiamata a “dire la sua”, a partecipare alla pianificazione dei Piani di Zona e parlare al Forum. “È la prima volta, da quanto nel 2000 sono stati istituiti i Piani di Zona, che si è chiesto un parere agli assistenti sociali su come svilupparli”, ha detto e ha parlato dello sviluppo di un welfare totalmente diverso in cui non è l’assessore e l’istituzione a calare dall’alto il progetto, ma si avvia un percorso partecipativo in cui i cittadini e gli operatori sono protagonisti della costruzione dei Piani per il welfare.

Il saluto del Sindaco Giuliano Pisapia, ribadisce l’importanza del coinvolgimento degli operatori del sociale di cui in questa giornata di presentazione è stato emblematico e simbolico il discorso dell’assistente sociale Anna Pepe.

Poi Pisapia è passato a parlare di Milano come di un “soggetto debole”, in seguito ai tagli che sono stati fatti alle risorse, e che “ha bisogno dell’aiuto di tutti”. Un soggetto che può uscire dalle difficoltà solo con la sinergia del lavoro di tutti.

Pisapia ha poi colto l’occasione di un tema concretissimo e quotidiano rendendolo emblematico delle scelte di priorità che l’amministrazione ha l’obbligo di fare in tempi di scarsità di risorse: le scale mobili e gli ascensori per i disabili che non funzionano in metropolitana. A quali dei due dare priorità? Sono casi questi in cui bisogna fare delle scelte difficili, dice il Sindaco, e che sicuramente espongono le amministrazioni a critiche qualunque sia la decisione presa. È importante quindi decidere tutti insieme.

Pisapia ha ribadito la decisione di questa amministrazione di non tagliare sul welfare ma anzi di renderlo centrale agli obiettivi dell’amministrazione della città.

È poi intervenuto Cristiano Gori, Docente di Politiche Sociali all’Università Cattolica, che ha auspicato il passaggio dell’assessorato Majorino dalla fase 1 alla fase 2, quella che inizia oggi e arriva al giugno 2016. A quale sistema di welfare si punta per il 2016? Quali i cambiamenti di fondo che la giunta vuole mettere in atto? Si chiede Gori. Il Piano sociale fornisce indirizzi molto interessanti ma non delle proposte concrete, secondo il professore. Quali sono i cambiamenti? Ne servono pochi, ma devono essere percepiti come punti di riferimento dagli operatori.

L’opinione più diffusa, dice Gori, è quella che le amministrazioni precedenti hanno scarsamente investito sul sociale e nessuna giunta aveva mai provato a lavorare attivamente con le realtà del tessuto sociale della città. Con questa giunta il welfare è diventato una priorità politica quando prima non lo era mai stato, dice Gori.

Aldo Bonomi, Direttore del Consorzio Aaster di Milano, ha posto l’accento su un importante cambiamento nel linguaggio della nuova amministrazione e i cambiamenti di linguaggio sono sempre emblematici di quelli di sostanza.“Eravamo abituati a una città che affrontava le questioni del sociale con il linguaggio del rancore” dice Bonomi. “la nuova giunta ha prodotto un cambiamento di quel linguaggio”.

Inoltre, osserva Bonomi, la nuova amministrazione è riuscita a mobilitare la ‘comunità di cura’, “che era cresciuta in maniera carsica ma non era mai stata riconosciuta”. Questa non è più, dice Bonomi, “una stampella caritatevole, ma è un soggetto a pieno titolo della cura della città”. Quello che occorre ora, secondo Bonomi, è mobilitare la ‘comunità operosa’ e sollecitare il rapporto tra questi due soggetti, quelli della cura da un lato e quelli dell’operosità dall’altro.

I soggetti dell’operosità -imprenditori e attori creatori e dispensatori di risorse- si trovano oggi, come tutti, dentro la crisi e la precarietà, quindi non sembra il momento migliore per inventare un nuovo modello di welfare, dice il sociologo: “siamo in una fase di tagli drammatici alle risorse, in cui l’Italia e l’Europa tagliano e in particolare i Comuni sono quelli che rimangono con il cerino in mano”. Occorre ricominciare a porre la questione sociale come questione centrale e considerare Milano come un grande laboratorio dove ripartire dal territorio: “gli operatori sociali devono avere l’ambizione di diventare operatori di comunità”.

L’intervento Don Virgilio Colmegna, Presidente della Casa della Carità di Milano, parte dal cambiamento di linguaggio, cui aveva fatto riferimento Bonomi, per auspicare anche cambiamenti strutturali: “E’ cambiato il linguaggio, ma rimangono alcune visioni culturali di appartenenza, ancora improntate alla frammentazione” dice Don Colmegna.

Il sociale non deve più essere visto come qualcosa legato all’emergenza, ma come un assetto strategico e centrale per cambiare la città. In quest’ottica, dice Don Colmegna, trovandosi in linea con le indicazioni emerse dall’esposizione delle nuove linee della politica sociale milanese, la dimensione pubblica va recuperata in termini partecipativi. “La sussidiarietà non può essere solo esternalizzazione” dice.

Milano esprime eccellenza nelle risposte al bisogno ed è ricca di esperienze nel sociale che si sono depositate nel corso dei decenni. Questo è un formidabile capitale sociale, ciò di cui si ha bisogno in un periodo di scarsità di risorse come quello attuale, dice Don Colmegna .

Mauro Grimoldi, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, pone come tema centrale quello del malessere psicologico: le risposte attualmente fornite per limitare la diffusione del “disagio contemporaneo”, dice, non sono sufficienti. Sono sempre più diffusi disturbi come l’anoressia-bulimia, gli attacchi di panico, le dipendenze, le depressioni, ma non trovano oggi nel pubblico un adeguato accoglimento. Troppa domanda resta inevasa.

I medici di base impiegano la metà del loro tempo a confrontarsi con domande che sono di natura strettamente psicologica e a cui non sanno rispondere. I disturbi fisici lamentati dai loro pazienti, nella maggior parte dei casi, hanno in realtà una natura psicologica. E’ per questo motivo che gli psicologi dell’ Ordine degli Psicologi della Lombardia offrono la propria disponibilità ad avviare dei percorsi condivisi con il pubblico per offrire ai cittadini milanesi risposte adeguate ai loro problemi.

“Si esce dalla crisi solo se lo si fa insieme” dice Grimoldi, “con una comunità professionale che si modifichi profondamente nel proprio DNA”.

E sarebbe un bell’esempio di cooperazione tra comunità di cura e comunità operosa, per dirla con Bonomi.

La presentazione del Piano dello Sviluppo del Welfare (allegato in cartellina al Forum e alla presente relazione), fatta da Cosimo Palazzo del Comune di Milano e Francesco Longo del Cergas dell’Università Bocconi, oltre ad aver ribadito le linee guida cui si ispira -e già ampiamente espresse nel discorso di apertura dall’Assessore Majorino (centralità dei diritti della persona, rete fra gli operatori, sussidiarietà coordinata dall’istituzione pubblica..)- ha evidenziato alcune novità importanti che il Piano ha introdotto:

– un ufficio unico per l’interazione tra Comune e Terzo Settore inteso come uno spazio di democrazia e nello stesso tempo di miglior coordinamento

– il coinvolgimento delle imprese e della ‘classe media’ -la ‘comunità operosa’- nel reperimento di fondi per il sociale gestiti poi dal Comune e nella compartecipazione alle spese

– il tenere aperto uno spazio di ricerca-azione che monitori e intervenga nel settore del sociale

– l’istituzione del Tavolo Permanente sulla Disabilità

– l’istituzione di un Osservatorio Carcere dentro il Comune di Milano

– i progetti sociali di comunità da sviluppare nei quartieri per favorire una maggiore coesione sociale e percorsi di cittadinanza attiva

– l’ampliamento del piano per i senzatetto

– l’immigration center

 

Gli interventi che si sono susseguiti nel corso della mattinata e del pomeriggio hanno per lo più anticipato i temi che poi sono stati più ampliamente trattati nel corso degli incontri di settore tenutisi nel corso delle Giornate del Sociale. Elenchiamo qui di seguito i temi più significativi emersi:

– I diritti dei disabili dalle leggi per l’assunzione che in questo periodo di crisi vengono eluse all’impossibilità delle donne disabili di adottare bambini, sono stati messi in evidenza dall’attrice disabile Antonella Ferrari

– I ‘buchi’ nell’assistenza agli anziani nei periodi post ospedalieri e di convalescenza e comunque la mancanza di una continuità nella presa in carico delle persone anziane rimandano a una scarsa sinergia tra i settori sanitario e sociale in quei casi in cui i due servizi si sovrappongono maggiormente, come appunto in quello della convalescenza. Il tema, che ha anticipato la sessione dedicata alla sanità nell’ultima giornata del Forum delle Politiche Sociali, è stato sottolineato da Sergio Arari, Direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano

– Lorella Zanardo, l’autrice del famoso video “Il corpo delle donne” contro la pubblicità e la comunicazione sessista, ha presentato il suo progetto di educazione all’immagine per i giovani. Un sistema importante per educare a decriptare le immagini pubblicitarie e la comunicazione visiva in genere. È un passo importante per sfuggire in modo più consapevole ai messaggi spesso subliminari che passano attraverso la comunicazione, anche quella sessista, smontandone gli stereotipi.

– La necessità odierna di affrontare in modo cooperativo i problemi e le complessità delle città e quanto queste siano connesse con la complessità dell’esistenza delle persone è stata messa in luce da Ilda Curti, Assessore alla Coesione e all’Urbanistica del Comune di Torino

– La forte connessione tra sport, benessere, welfare sociale e sanità è stata indicata da Pierfrancesco Barletta, direttore di Milano Sport. Una ricerca USA ha messo in luce che ogni dollaro investito nello sport ne fa risparmiare tre in ambito sanitario, ha detto Barletta

– Quanto la tecnologia può aiutare le politiche sociali e come occorrono corsi di informatizzazione per anziani donne giovani è il tema affrontato da Roberta Cocco della Fondazione Microsoft

– La crisi sembra portare l’Europa a chiudersi al fenomeno dell’immigrazione, ha detto Floriana Sipala della Commissione Europea, tuttavia il bilancio dell’Unione Europea dedica l’1% all’integrazione e all’accoglienza dei migranti attraverso bandi cui può accedere il terzo settore

– Alla violenza di genere, e più in particolare al femminicidio, ha fatto riferimento l’intervento di Serena Dandini che ha presentato lo spettacolo teatrale “Ferite a morte” (che verrà rappresentato anche a Milano con il patrocinio del Comune). Nello spettacolo una serie di donne parlano dall’oltretomba. Sono tutte state assassinate da un uomo: il marito il compagno l’amante… Ciascuna di queste voci concorre a comporre la realtà di un fenomeno complesso anche dal punto di vista del coinvolgimento psicologico delle vittime, delle loro reazioni e a volte delle loro leggerezze nel sottovalutare la possibilità di essere uccise proprio da chi è loro più vicino.

– L’esigenza del terzo settore di avere relazioni stabili con l’istituzione comunale è stata espressa da Emanuele Patti del Forum del Terzo Settore

– Le vessazioni nei contratti di lavoro e nel riconoscimento del loro ruolo per gli operatori sociali è stato sottolineato da Onorio Rosati, Segretario Generale Camera del Lavoro di Milano

– La necessità di stabilizzare e stabilire formalmente i momenti di confronto tra istituzioni e terzo settore per evitare il funzionamento ‘a canne d’organo’, con conseguenti sovrapposizioni e mancanza di comunicazione unitaria, è stato messo in luce da Don Roberto Davanzo, Direttore della Caritas Ambrosiana

– Il tema del welfare aziendale per la fidelizzazione del personale nelle aziende è stato affrontato da Marisa Ballabio, Vice del Direttore del Settore Sociale-Coordinamento Sindacale di Assolombarda

– la necessità del funzionamento a rete del welfare cittadino anche in risposta alla scarsità di risorse è stata ribadita da Marco Rasconi, Presidente di Ledha Milano

– di un punto sociale che accentri le funzioni e registri bisogni ancora non pienamente espressi e recepiti ha parlato Teresa Bertotti di CBM (Centro Bambino Maltrattato) di Milano

– Sergio Sorgi, Vice Presidente di Progetica, ha parlato di previdenza ed educazione finanziaria per la cittadinanza milanese.

VERSO L’IMMIGRATION CENTER

Spazio Ex Ansaldo12 gennaio 2013

 

Nel corso dell’incontro è stato presentato il Centro dell’Integrazione, o Immigration Center. Un luogo virtuale -un portale internet-, ma anche fisico di accoglienza e accompagnamento dei migranti.

Il progetto di realizzazione dell’immigration Centre, portato avanti da Caterina Sarfatti ed Emanuela Losito, è finanziato dalla UE, dall’ANCI e dal Ministero della Gioventù ed è un esperimento di livello nazionale che viene realizzato a Milano Roma e Prato.

Nell’ottica di presentare un progetto che è ancora in fieri, è stato previsto, all’interno dell’incontro tenutosi allo spazio Ex Ansaldo, un momento di confronto con gli operatori dell’immigrazione che operano sul territorio milanese presenti in sala per la raccolta di spunti e suggerimenti.

Caterina Sarfatti e Emanuela Losito hanno presentato il progetto del Centro dell’Integrazione, l’Immigration Centre, descrivendo un luogo di accoglienza dei migranti che vuole concentrare, perfezionare e sperimentare pratiche per dare risposte sempre più integrate e adeguate ai cittadini migranti.

I temi importanti per l’accoglienza e l’accompagnamento dei migranti che il progetto del Centro dell’Integrazione sta affrontando e vuole realizzare:

– mettere a disposizione dei migranti il data base di tutti i corsi di lingua italiana che si tengono sul territorio milanese

– sperimentare nuovi metodi per l’insegnamento della lingua italiana

– aiutare i migranti nelle pratiche per il ricongiungimento familiare (alleggerendo anche il carico del Comune in questo senso) creando un osservatorio sui ricongiungimenti familiari ed essere punto di riferimento per convogliare tutte le esperienze di chi già opera sul territorio in questo campo

– dare informazioni sui diritti di cittadinanza

– dare informazioni su e sostenere l’impiego lavorativo dei migranti

– ospitare e organizzare eventi multiculturali (come ad es. il Festival delle Generazioni)

– fare formazione sull’immigrazione

– comparare le nostre pratiche di accoglienza dei migranti a quelle di altre realtà europee e mondiali

– certificare i servizi degli operatori sul territorio che già operano nel settore migrazione e convogliare le esperienze per non disperdere le buone pratiche che già esistono e anzi diffonderle

– affrontare e sostenere le tematiche legate al fenomeno delle seconde generazioni

 

Dal pubblico in sala, composto per lo più da operatori del settore, sono venuti alcuni suggerimenti di integrazione al progetto:

– inserire nel progetto del Centro un riferimento alla salute dei migranti

– Il centro potrebbe riesaminare le domande che vengono scartate dalla Procura perché molto spesso presentano problemi legati ai tempi troppo lunghi di espletamento delle formalità burocratiche che vanno a penalizzare il migrante ma che dipendono invece dalle istituzioni preposte alla conduzione delle pratiche

Giancarla Boreatti, responsabile del Settore Servizi per gli Adulti l’Inclusione Sociale e l’Immigrazione del Comune di Milano, sottolinea la capacità di risposta che la città già ha dimostrato, per esempio inserendo gli immigrati nelle liste di attesa per gli alloggi popolari senza differenze rispetto al resto della popolazione locale (Milano è stata una delle prime città a fare questo) oppure l’opera di inclusione ormai consolidata dei cittadini albanesi.

Inoltre sull’Immigration Centre Boreatti suggerisce che dovrebbe essere un luogo di maggiore collaborazione tra le istituzioni che si occupano di immigrazione (Comune, Prefettura…) e dovrebbe razionalizzare i servizi offerti sul territorio per una minor dispersione di energie

Antonella Colombo, Coordinatrice del Servizio Sociale al Servizio Immigrazione del Comune di Milano, descrive la situazione delle presenze dei migranti nella città di Milano come un fenomeno che sta diminuendo nei numeri.

Nel 2011 sono diminuiti sia gli ingressi che le presenze di stranieri in città rispetto al 2010. Il fenomeno è dovuto, secondo Colombo, al rientro degli stranieri nei paesi di origine o alla loro migrazione verso altri paesi europei e non.

Sull’Immigration Centre Colombo sottolinea che si dovrebbe dare molto peso alle competenze giuridiche perché nella maggior parte dei casi le richieste da parte dei migranti contengono domande che presuppongono competenze legali per una risposta competente e che è necessario mantenere il dialogo tra centro e periferia

L’Assessore alle Politiche Sociali, Pierfrancesco Majorino, ha chiuso l’incontro affermando che non si vuole con il Centro dell’Immigrazione duplicare l’ufficio immigrazione, ma creare un punto di riferimento che sia uno snodo -un hub- per tutte le realtà che già operano sul territorio in tema di immigrazione per capitalizzare meglio la forza che tali realtà già mettono in campo e per superare insieme l’autoreferenzialità che necessariamente nasce da un lavoro che non è messo in rete.

Le realtà cittadine che operano nel settore hanno bisogno di un nuovo e più deciso riconoscimento per il lavoro che fanno e che è stato spesso emarginato dalle amministrazioni precedenti. (a tale proposito l’Assessore cita anche la forte azione di opposizione fatta in Consiglio Comunale all’istituzione dell’Immigration Center). Bisogna coinvolgere come protagonisti quei soggetti che auto organizzandosi hanno operato in questi anni in città nel settore dell’immigrazione per la costruzione condivisa della politica sull’immigrazione e dell’Immigration Center al fine di realizzarli al meglio.

Il Centro vuole essere infatti la porta di ingresso dei migranti a Milano e anche il simbolo del cambio di marcia compiuto dalla città nei confronti dell’immigrazione e degli operatori sociali che se ne occupano.

Il Centro vuole essere anche un punto di riferimento per l’auto-aiuto dei migranti valorizzando in quest’ottica in particolare il ruolo delle donne straniere nel processo e nel progetto migratorio.

L’assessore ha messo in luce l’attenzione alle seconde generazioni che la nuova politica comunale sull’immigrazione vuole avere citando l’inaugurazione, sempre nell’ambito del progetto dell’Immigration Center, del Punto Informativo per le Seconde Generazioni di via Dogana,2 che è stato inaugurato durante le Giornate del Sociale.

L’assessore coglie il suggerimento sulla salute dei migranti come tema da inserire dentro il progetto dell’Immigration Center venuto dall’aula, per sottolineare che una politica per l’immigrazione deve essere fatta insieme a tutte le realtà istituzionali, compresa la Asl regionale e gli ambiti nazionali.

Al dibattito aperto in sala ha preso la parola anche un esponente dei richiedenti asilo dalla Libia che ha messo in luce la necessità non solo di accoglienza momentanea ma anche di un percorso di inserimento per scongiurare la devianza nell’assoluta indigenza -e spesso nella conseguente delinquenza- che segnano la vita dei rifugiati a fronte della profonda fragilità di queste persone. L’assessore ha dato appuntamento al rappresentante dei richiedenti asilo a dopo l’incontro non negando le forti difficoltà a dare una risposta sufficiente in quel momento, nonostante la messa in campo di tutte le forze locali -presenti all’incontro e non- che operano nel settore, senza alcun appoggio nazionale e nessuna politica generale di accoglienza in Italia al momento. Alla fine dell’incontro alcuni dei presenti, rappresentanti dell’associazionismo milanese e del Comune, insieme all’assessore si sono riuniti intorno al tavolo con l’esponente dei richiedenti asilo dalla Libia.

LE PERSONE CON DISABILITÀ.

AL CENTRO I DIRITTI

Acquario Civico12 gennaio 2013

 

Luisa Anzaghi, Direttore Servizi per le Persone con Disabilità e per la Salute Mentale del Comune di Milano, apre l’incontro facendo riferimento alla giornata di apertura del Forum delle Politiche Sociali sottolineandone la forte partecipazione di pubblico e di operatori del settore.

Quello che la Anzaghi individua come migliore espressione di quella giornata è la ‘partecipazione di senso’, cioè la reale volontà di trovare soluzioni concrete, e il mettere al centro la questione dei diritti di cittadinanza della persona.

Entrambe le esigenze –le soluzioni concrete e i diritti- diventano cruciali soprattutto quando si parla di disabilità, dice la Anzaghi.

Le persone -e ancor più le persone disabili- devono diventare, in quest’ottica, attori nella costruzione dei propri diritti e delle politiche a loro rivolte, non oggetto passivo di un intervento esterno.

Stiamo attraversando, dice la Anzaghi citando Baruch Spinoza, “un’epoca di passioni tristi” in cui il pubblico ha sicuramente meno risorse e poche probabilità di accrescerle nel prossimo futuro.”Ciò, tuttavia, non deve indurre a mettere da parte il coraggio di conciliare il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà e fare questo non può essere frutto di un’azione individuale o esclusiva soltanto dell’ente pubblico che oggi più di ieri non può fare tutto da solo”, dice la Anzaghi facendo riferimento al principio della sussidiarietà.

Sul tema della disabilità, la Anzaghi indica in prima istanza la forte esigenza da parte di chi si occupa di persone disabili e delle persone disabili stesse di sentirsi parte di una comunità e di “sentirsi agganciato ad una tensione ideale perché questo permette di avere una visione e di alzare ogni tanto un po’ le ali dal fare”.

L’Anzaghi presenta il Tavolo Permanente per la Disabilità voluto dal Piano di Sviluppo per il Welfare dell’amministrazione comunale. Il Tavolo è costituito dal Comune di Milano, dal Terzo Settore, dalla Asl di Milano e dal Presidente della Commissione Politiche Sociali ed è composto da cinque gruppi di lavoro sulle tematiche evidenziate dal documento del terzo e del quarto settore, diventato parte integrante del Piano di Sviluppo del Welfare del Comune.

A questi gruppi hanno dato la loro volontaria adesione i rappresentanti delle categorie professionali che lavorano nei servizi per la disabilità (personale amministrativo, educatori, assistenti sociali, funzionari, organizzatori…). Il Tavolo ha il compito di implementare e realizzare il Piano di Sviluppo con l’assunzione di un ruolo di regia generale delle politiche di welfare da parte dell’amministrazione comunale con particolare attenzione all’integrazione fra l’area sociale e quella sanitaria e costituisce un sistema di lavoro costante e permanente che vuole favorire l’integrazione a rete delle forze radicate nel territorio che si occupano di disabilità per rispondere a bisogni articolati e complessi. Il Tavolo vuole partire dalla progettazione condivisa e dall’espletamento ciascuno dei propri compiti e funzioni.

Le tematiche messe in campo e operate dai diversi settori o ‘sottotavoli’ del Tavolo Permanente della Disabilità sono:

– la compartecipazione alla spesa da parte degli utenti. Un principio secondo il quale le famiglie dei disabili partecipano alla spesa dei servizi con quote calcolate secondo un criterio proporzionale alla frequenza dell’uso del sevizio di cui si usufruisce e con agevolazioni previste per casi particolari di reddito insufficiente. Le quote di partecipazione verranno reinvestite per ampliare il numero delle persone disabili che possano accedere ai servizi messi a disposizione.

– le situazioni di emergenza. In particolare lo scorrimento delle liste di attesa per l’inserimento delle persone nelle residenzialità, nei centri diurni o ai servizi di assistenza domiciliare e altri. Sono stati programmati inserimenti scaglionati che dovrebbero esaurirsi nel corso dell’anno 2013. Contestualmente si stanno studiando meccanismi che abbattino la spesa e amplino la capacità di offerta. Questo piano viene fatto con la compartecipazione della Regione Lombardia.

– la sperimentazione della presa in carico globale dei progetti di vita individuali delle persone con disabilità che consideri in modo globale tutto ciò che riguarda la vita della persona prendendo in considerazione anche il ruolo dei care giving familiari e quello attivamente svolto dalle stesse persone disabili nel promuovere il loro stesso percorso e progetto di vita.

– la mobilità delle persone disabili con l’identificazione e la rimozione delle barriere architettoniche per realizzare una ‘città accessibile’. Questo anche con un aiuto informatico al superamento delle barriere non solo fisiche (quelle architettoniche) ma anche culturali e relazionali.

– il benessere e lo sport come momento importante per le persone disabili

 

L’incontro continua con l’intervento di due rappresentanti del terzo settore che siedono al Tavolo Permanente per la Disabilità istituito dal Comune:

Roberto Morali di AGPD Associazione Genitori e Persone con sindrome di Down Onlus pone l’accento su alcune questioni :

– approva il sistema del welfare partecipato e con grande capacità di sintesi da parte dell’amministrazione comunale ma ne vede anche il pericolo di creare troppe aspettative che potrebbero andare deluse

– sulle quote partecipative delle famiglie suggerisce di considerare il solo reddito della persona disabile e non quello dell’intera famiglia e di tenere conto anche del lavoro di cura che le persone disabili direttamente o indirettamente ricevono dalla famiglia.

– sottolinea che la raccolta dei dati e la ricezione dei bisogni deve essere compiuta in maniera omogenea sul territorio

Andrea Miotti, ‘L’Impronta Onlus’ che partecipa al Tavolo Permanente per la Disabilità sulle emergenze, mette in evidenza come primo tema emergenziale quello delle

– liste di attesa per i servizi -domiciliazione, assistenza domiciliare centri diurni… C’è stato un periodo di blocco delle liste di attesa per problemi di tipo economico ma anche per difficoltà organizzative e di programmazione. Il gruppo di lavoro del tavolo sulle emergenze insieme ai funzionari comunali hanno messo a punto una proposta, presentata all’Assessorato delle Politiche Sociali, per lo smaltimento delle liste di attesa entro l’anno 2013. La tabella presentata, dettagliata di tempi e costi, prevede l’inserimento scaglionato e finanziariamente coperto, di circa 500 persone disabili entro il 2013 a servizi come centri diurni, residenzialità, assistenza domiciliare, centri di formazione all’autonomia…

– Parallelamente alla risoluzione delle emergenze, ogni persona disabile necessita di un percorso creato ‘su misura’ perché insieme alla risoluzione dell’urgenza si prenda in considerazione un progetto di vita che possa, quanto più è possibile, dare progressivamente autonomia alla persona. A questo proposito è stato pensato il progetto “Progettami”, dedicato alla sperimentazione dell’emancipazione dalla famiglia delle persone adulte con disabilità in ambito residenziale, e i progetti di vita autonoma e indipendente (che fino a poco tempo fa erano finanziati dalla legge 162 sulle misure di sostegno in favore delle persone disabili mentre al momento non hanno copertura finanziaria)

– Miotti mette in luce alcune disabilità specifiche come quelle che riguardano gli adolescenti o le disabilità acquisite progressivamente con l’età -quelle degli anziani- e l’opportunità di avere servizi specifici per queste persone.

– L’ultima tipologia di emergenza messa in luce da Miotti è quella che riguarda le situazioni in cui le persone con disabilità e le loro famiglie si trovano ad interagire con diversi comparti dell’amministrazione comunale trovando discrepanze nelle regole in generale o, più nello specifico, per l’accesso ai servizi. Occorre una maggiore omogeneizzazione tra i vari comparti comunali.

Il Dott. Sirio dell’ Asl di Milano ha messo in evidenza la necessità di un lavoro condiviso e a stretto contatto tra l’Asl e il Comune sul tema della disabilità al qual fine è stato creato un Accordo di Programma tra le due istituzioni che mette in condivisione tra i due enti la presa in carico delle problematiche e mette al centro la persona disabile come soggetto partecipante.

Sirio mette in luce anche la necessità di guardare al gruppo familiare del disabile nel suo complesso, soprattutto nei casi in cui le fragilità, all’interno dello stesso gruppo familiare, si sommano. L’esempio tipico è quello di quando i genitori del disabile invecchiano divenendo essi stessi soggetti fragili.

C’è poi, dice Sirio, la necessità di omogeneizzare alcune regole. A questo proposito porta l’esempio del sussidio ai malati di Sla che è previsto per una classe di reddito diversa da quella per cui viene offerto il servizio dell’autoambulanza per il trasporto. In alcuni casi quindi chi ha il sussidio non ha il servizio dell’autoambulanza e deve spendere i contributi del sussidio per pagarsi il trasporto.

Jolanda Bisceglia dell’Osservatorio Permanente sulla Disabilità (che fa parte del Tavolo della Disabilità), pone l’accento su alcune necessità che l’osservatorio si è posto come obiettivi:

– utilizzare le risorse in modo più oculato soprattutto in questo momento di scarsità e tagli

– individuare, studiare e dare risposta a bisogni nuovi che progressivamente emergono

– sviluppare “una cultura per la disabilità e nella disabilità” fermandosi a riflettere sulla vita delle persone disabili e sulla loro condizione

– censire le fonti di dati sul territorio (tutte le organizzazioni che si occupano di persone disabili) raccogliere i dati, incrociarli in un sistema a matrice e leggerli per ottenere una panoramica quanto più possibile completa

– valutare la fattibilità di interventi che possono scaturire come esigenze dall’analisi dei dati

Marco Rasconi, Consulta Handicap (un organismo a supporto del Consiglio Comunale di Milano nato un anno e mezzo fa) mette in evidenza la difficoltà di segnare le priorità dei bisogni per le persone disabili perché sono tanti e toccano tante sfere da quella sanitaria a quella lavorativa a quella della mobilità eccetera

La Consulta vorrebbe porsi come organo di raccordo tra il cittadino e le istituzioni per snellire il rapporto tra queste due realtà avendo già sviluppato un lavoro proficuo con gli assessorati alle Politiche Sociali e alla Scuola del Comune di Milano. A questo fine la Consulta dovrebbe dotarsi di una struttura operativa, dice Rasconi, pur mantenendo la snellezza che la connota attualmente e che ne costituisce un punto di forza.

UNA NUOVA POLITICA PER ASSISTERE E BENE GLI ANZIANI. CONFRONTO A PARTIRE DAL PROGETTO DI FUSIONE DELLE ASP PIO ALBERGO TRIVULZIO E GOLGI REDAELLI

Pio Albergo Trivulzio 14 gennaio 2013

 

 

L’incontro, in apertura, è ampiamente partecipato, sono presenti circa 150 persone. Sono infatti presenti in sala molti dipendenti, personale medico e infermieristico, del Pio Albergo Trivulzio, per lo più interessati ad ascoltare la presentazione del progetto di fusione delle ASP Pio Albergo Trivulzio e Golgi Redaelli. Dopo l’apertura dei lavori da parte di Claudio Minoia, Direttore del Settore Servizi per gli Adulti l’Inclusione Sociale e l’Immigrazione Comune di Milano il primo intervento è di Giovanni Soro, Direttore Generale dell’Azienda di Servizi alla Persona Pio Albergo Trivulzio. Nelle sue parole, il progetto di fusione è considerato come un “passaggio obbligato” per consolidare e migliorare la capacità di assistenza delle RSA milanesi. La fusione, progetto di cui si è discusso a più riprese nel corso degli ultimi decenni, offre alle due strutture milanesi la possibilità di avere “più numeri”, e quindi di ampliare e diversificare l’offerta di servizi per gli anziani.

La parola passa quindi a Rodolfo Masto, Presidente dell’Azienda di Servizi alla Persona Golgi Redaelli, che sottolinea che la fusione delle due istituzioni storiche dell’assistenza agli anziani produce una capacità di ospitalità di circa tremila posti letto. Dopo essersi soffermato sulle specifiche modalità organizzative con le quali si è immaginato di dare avvio alla fusione, Masto rivolge due richieste all’assessore Majorino, presente al tavolo. La prima, riguarda l’auspicio di veder ridurre, per i prossimi anni, il carico di 3 milioni di euro di IMU che la propria azienda ha dovuto versare nel corso del 2012. Una cifra considerata eccessiva per un soggetto così centrale nelle politiche di assistenza agli anziani della città. In secondo luogo, all’assessorato si richiede di farsi attivo valorizzatore di un patrimonio secolare della città, quello delle Residenze Sanitarie per Anziani, che nel corso del tempo hanno accumulato saperi, conoscenze e capacità di attenzione ai bisogni della comunità. L’intervento successivo è di Emilio Lunghi, Presidente di Auser Milano, il quale si sofferma sul carattere definito “epocale” delle trasformazioni demografiche che interessano il territorio milanese e lombardo. Con il costante invecchiamento della popolazione, per il Comune prestare attenzione all’assistenza e alla cura degli anziani significa “promuovere il bene comune”. Lunghi si sofferma sulle difficoltà che molti anziani incontrano nell’accesso ai servizi, dal momento che continua a registrarsi una scarsa capacità di vedere l’intersezione tra “paziente geriatrico” e “paziente riabilitativo”. Spesso gli anziani “fragili” trovano risposte limitate, che inquadrano il bisogno abitativo oppure il bisogno di assistenza e riabilitazione, mentre è raro che i servizi sappiano tenere in conto contemporaneamente entrambe queste dimensioni. E’ alla luce di questi elementi, per aiutare anche a “leggere” il modo in cui si trasforma nel tempo la domanda sociale di servizi, che Auser mette a disposizione dell’Assessorato e del Comune le proprie competenze e il proprio lavoro.

L’incontro si chiude con l’intervento dell’Assessore Pierfrancesco Majorino, il quale esordisce lamentando l’assenza, nel corso della mattinata, di rappresentanti di Regione Lombardia. Per dare vita a politiche di assistenza che siano davvero efficienti e rilanciare nuove strade di sviluppo per il welfare, infatti, è necessario mettere mano a un sistema che coinvolge al medesimo tempo il livello comunale e quello regionale. Soffermandosi sul progetto di fusione tra le Aziende di Servizi alla Persona Pio Albergo Trivulzio e Golgi Redaelli, l’assessore sottolinea il carattere positivo della scelta, che a suo parere non deve tuttavia essere orientata dal bisogno di “fare cassa” o di “mandare a casa un po’ di lavoratori”, ma al contrario dal bisogno di rivisitare in maniera complessiva il sistema del welfare. Se i fautori della fusione fossero spinti unicamente dal bisogno di “razionalizzare” si mancherebbe totalmente il punto. Uno dei principi sui cui più è necessario insistere è quello della continuità assistenziale. Una volta dimesse dalla struttura sanitaria, infatti, le persone anziane necessitano di una presa in carico “sociale”. E per fare questo, è necessario produrre un “sistema di alleanze” all’interno della città. Oggi il Comune è testimone della fusione tra due soggetti, in futuro se ne potranno aggiungere altri. ma ciò che più conta, è il fatto di aver assunto una logica che è quella della rete. Un altro elemento su cui l’Assessore pone l’accento è il principio per cui il volontariato cittadino non può sostituire le lavoratrici e i lavoratori impegnati nelle professioni della cura, al limite può aggiungere qualità, cura e attenzione. L’intervento di Majorino si chiude con un principio affermato in più occasioni nel corso della settimana, a partire dall’incontro di apertura al Teatro Elfo Puccini: in una fase come quella attuale, contraddistinta da tagli e spending review, non è pensabile “fare cassa con il welfare”. Il problema non è “spendere meno” ma, semmai, “spendere meglio”. L’attuale crisi del tessuto sociale cittadino non può che essere rafforzata da un eventuale taglio dei servizi sociali. Per superare la crisi non ha senso fare affidamento sull’oramai stantia ideologia secondo cui i cittadini “possono farcela da soli”, ma occorre al contrario “rilanciare sul welfare”.

 

UN PATTO TRA PUBBLICO E PRIVATO.

PER REPERIRE LE RISORSE E SVILUPPARE UNA NUOVA PROGETTUALITÀ

Sala Commissioni. Palazzo Marino14 gennaio 2013

 

Di fronte ad una platea di 80-100 persone Cosimo Palazzo del Comune di Milano ha aperto i lavori di un incontro incentrato sul protagonismo di tre tipologie attori impegnati nella ricerca di nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato in materia di welfare: i soggetti finanziari, le istituzioni pubbliche e il Terzo Settore. Nella sua introduzione Palazzo ha ricordato come ormai da tempo questi attori stanno portando avanti una riflessione sulle modalità attraverso le quali individuare forme di collaborazione per intervenire sulle fragilità sociali del contesto ambrosiano. L’incontro, ha proseguito Palazzo, serve a fare il punto della situazione e a rilanciare in modo intelligente l’azione comune in un momento di crisi strutturale.

Il primo intervento è quello del responsabile dell’area servizi alla persona della Fondazione Cariplo Davide Invernizzi.

Fondazione Cariplo è una realtà molto importante nel panorama delle fondazioni bancrie. Ha una dotazione di 6 Mld di Euro e una disponibilità annuale di circa 150 Mln di Euro. E’ inoltre azionista di Banca Prossima, la principale banca italiana dedicata al No profit del Gruppo Intesa San Paolo

Oltre a finanziare un gran numero di progetti sociali la Fondazione si occupa di monitorare a livello internazionale quella che è la tecnicalità finanziaria applicabile alla gestione delle politiche sociali. Da questo punto di vista il mondo anglosassone offre molte soluzioni e spunti, ma essi vanno poi calati cum grano salis nella situazione italiana. Al di là di quelle che sono le caratteristiche del contesto italiano ci sono tre fattori che limitano in modo significativo la possibilità di mettere a punto strumenti finanziari adeguati.

– I criteri di formazione dei bilanci pubblici che, oltre ad essere poco trasparenti, non permettono ad un attore bancario di operare in un clima di certezza del diritto;

– La scarsa disponibilità di dati in capo alle amministrazioni pubbliche. Dati che sono fondamentali per elaborare la strumentazione finanziaria adeguata al bisogno.

– L’organizzazione a comparti stagni tra i livelli amministrativi pubblici che si occupano delle diverse aree di fragilità sociale.

Il crowd funding si sta rivelando uno strumento importante per finanziare progetti sociali, anche se in Italia la donazione ha una tradizione che non si sposa pienamente con lo strumento virtuale.

Invernizzi ha poi accennato alla sperimentazione di housing sociale portato avanti in Via Padova a Milano dove Fondazione Cariplo ha acquistato una palazzina con 50 appartamenti in corso di ristrutturazione. Dal punto di vista del capitale sociale oggi la società che gestisce l’immobile è formata da una compagine composta dalla Fondazione, che detiene il 50%, e da un consorzio di realtà del Terzo Settore (SIS, Consorzio Farsi Prossimo, La Strada, Altro Mercato), che detiene l’altro 50% e che gestisce il funzionamento dell’immobile stesso.

In Italia sono ancora pochi gli immobiliaristi sociali, così come è ancora poco diffusa la cultura del “capitale paziente”, cioè un capitale disposto a compiere investimenti sociali con rientro nel medio e lungo periodo.

Il secondo intervento è quello di Laura Corsini di Banca Prossima. Banca Prossima è la banca del terzo settore del gruppo Intesa San Paolo ed ha tra i suoi principali soci tre grandi fondazioni bancarie: Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo e Fondazione di Padova e Rovigo. Gli impieghi della banca nel terzo settore ammontano a 1,5 Mld di Euro, dei quali 2/3 sono concessi “senza la richiesta delle garanzie tradizionalI”. L’intervento sottolinea poi il buon successo ottenuto dall’iniziativa “Terzo Valore”, una piattaforma virtuale che favorisce l’incontro tra progetti sociali e donatori con la banca che interviene con pareri relativi al merito di credito e con formule per la riduzione del costo del credito per i progetti finanziati.

Il terzo intervento è quello dell’Assessore alle Politiche per il Lavoro, lo Sviluppo Economico, l’Università e la Ricerca del Comune di Milano Cristina Tajani.Il breve contributo dell’Assessore si focalizza sul tema del welfare aziendale, inteso come ambito della contrattazione di secondo livello. I dati dicono che si tratta di un ambito profondamente toccato dalla crisi ma che vede nel contempo moltiplicarsi l’offerta di prestazioni nel campo sanitario e sociale. La seconda parte dell’intervento dell’Assessore Tajani è dedicato all’attività della Fondazione Welfare Ambrosiano, organismo promosso congiuntamente da Provincia di Milano, Comune di Milano, CCIAA di Milano e OOSS dotata di un fondo di 1,5 Mln di Euro. Due sono gli ambiti di intervento della Fondazione: il credito sociale per i lavoratori in difficoltà (in particolare coloro i quali sono in cassa integrazione) e il microcredito di impresa finalizzato a finanziare forme di auto impiego. Resta aperta la sfida della mutualità per i soggetti collocati in forma precaria o intermittente nel mercato del lavoro che, allo stato attuale, risultano esclusi dalle politiche sociali. L’assessore chiude sul tema dell’open data, sul quale tutti gli assessorati del comune risultano attivamente impegnati.

Il quarto intervento è quello del rappresentante della Fondazione Housing Sociale Marco Gerevini. Anche questo soggetto è stato promosso dal Gruppo Intesa San Paolo, unitamente a Regione Lombardia e Anci Lombardia, e si occupa di housing sociale. Il breve intervento di Gerevini ha evidenziato come in Italia l’housing sociale sia un ambito di attività relativamente giovane ma altrettanto dinamico, sia sul lato finanziario, sia sul lato realizzativo.

Il quinto intervento è quello di Ugo Castellano, membro del Consiglio di indirizzo di Sodalitas. L’intervento descrive le attività di Sodalitas, realtà fondazionale promossa da Assolombarda, la quale, a differenza delle precedenti realtà, non si configura come soggetto erogatore o finanziatore, svolgendo invece funzioni di aggregatore. Da un lato essa aggrega le imprese associate (circa un centinaio), dall’altra accoglie e seleziona i progetti sociali meritevoli di essere finanziati dalle imprese socie. L’impresa e il sociale sono ancora realtà distanti e, da questo punto di vista, Sodalitas compie azioni per avvicinare questi due mondi, in particolare cercando di costruire strumenti di reciproca comunicazione e comprensione, così da aumentare il tasso di fiducia e le potenzialità progettuali. Da una parte le imprese faticano infatti ad individuare i bisogni e soprattutto ad individuare realtà del sociale organizzato competenti, dall’altra le realtà sociali non sempre esprimono la loro progettualità nei termini adeguati ad una comprensione chiara da parte delle imprese.

Il sesto intervento si configura come una puntualizzazione dell’Assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino, il quale chiede la parola per puntualizzare che promuovere il dialogo tra soggetti privati, siano essi finanziatori o operatori sociali, non significa abdicare a funzioni che stanno in capo alle istituzioni pubbliche. Nella fattispecie i soggetti privati non sono chiamati a sostituire ciò che veniva fatto dal pubblico ma semmai a progettare insieme al pubblico, ma sta a chi rappresenta quest’ultimo orientare ed indirizzare la riflessione e l’azione.

Il settimo intervento è quello di Felice Romeo, rappresentante del Forum del Terzo Settore di Milano. L’intervento del rappresentante del Forum apre con una panoramica sulla crisi che investe il settore del privato sociale, chiosando sul fatto che se da una parte esiste una certa gamma di prodotti finanziari pensati per il terzo settore, dall’altra il credito ordinario a questo stesso ambito economico è molto ridotto e costoso. In tema di investimenti si precisa che il forte della dotazione economica delle cooperative sociali destinata agli investimenti è in capo alle centrali cooperative. Da questo punto di vista ci sarebbe da domandarsi se non fosse il caso che una realtà come il Comune di Milano non entrasse a far parte della compagine associative delle stesse centrali cooperative.

INAUGURAZIONE SPORTELLO SECONDE GENERAZIONI

Via Dogana 2 15 gennaio 2013

 

 

All’interno del progetto dell’Immigration Centre, il portale virtuale ma anche fisico di accoglienza dei migranti della città di Milano presentato nell’ambito del Forum delle Politiche Sociali il 12 gennaio allo spazio Ex Ansaldo, è stato creato e inaugurato in via Dogana 2 lo sportello Seconde Generazioni che ha trovato spazio dentro il punto informativo Informagiovani del Comune.

Anche questo punto informativo, come l’Immigration Centre, è una sperimentazione di livello nazionale che viene fatta in Italia per la prima volta all’interno di un progetto più ampio.

Lo sportello Informagiovani è un servizio per i giovani gestito da giovani che offre informazioni, consulenza, consigli utili per cercare lavoro, occasioni di studio -anche all’estero- opportunità di impegnarsi nel volontariato…

È uno spazio fisico aperto al pubblico che ha una sua rappresentazione anche all’interno del sito del Comune: le Pagine Giovani.

Nel 2012 sono stati circa 8000 i giovani che si sono rivolti allo sportello e quasi la metà di questi sono stranieri. È per questo motivo che lo sportello Seconde Generazioni è stato inserito dentro il servizio più ampio e già esistente del centro Informagiovani.

Il punto informativo nasce dalla riflessione condotta dal Comune sulle seconde generazioni avviata con il Tavolo Seconde Generazioni e da cui sono nate iniziative come l’azione rivolta ai giovani stranieri di diciotto anni nati in Italia per informarli sui percorsi per l’acquisizione della cittadinanza -con il supporto dell’ anagrafe comunale- e l’adesione del Comune alla campagna ‘l’Italia Sono Anch’Io’.

Lo sportello Seconde Generazioni nasce quindi come naturale sviluppo di questa partecipazione collettiva di cui i ragazzi stranieri di seconda generazione sono stati protagonisti.

I giovani che gestiranno il centro verranno formati da funzionari della anagrafe comunale per essere messi al corrente di quanto il Comune fa su questo aspetto. Quello formativo sarà anche un ulteriore momento di progettazione delle funzioni del centro.

Lo sportello vuole essere un punto informativo ma anche di incontro sulla cultura della diversità e sulla cultura civica attiva per i giovani.

Tra i protagonisti del progetto c’è la Rete G2, la prima associazione ad attivare uno sportello legale a livello nazionale che è stato un punto di riferimento importante per la cittadinanza delle seconde generazioni in Italia. “È la prima volta” sottolinea l’esponete di G2 intervenuta al dibattito “che le seconde generazioni vengono coinvolte nella definizione di un progetto a loro rivolto”. I ringraziamenti al Comune sono proprio per il protagonismo dato ai giovani delle seconde generazioni nel definire e costruire il progetto e collaborare con le istituzioni.

Lo sportello vuole essere un luogo dove i giovani si ritrovino e in prima persona elaborino le politiche giovanili a loro rivolte all’insegna della partecipazione, della presa di coscienza e del protagonismo delle giovani generazioni.

VISITA AL CENTRO SOCIO RICREATIVO CULTURALE SEGESTA

Centro “Segesta” 15 gennaio 2013

 

L’Assessore alle Politiche Sociali, Pierfrancesco Majorino, dopo essere stato accolto calorosamente dagli anziani del Centro (questa accoglienza fatta di un riconoscimento della persona dell’assessore oltre che della sua figura istituzionale da parte delle singole persone socie si è rilevata in tutti i Centri visitati e ha messo in luce il grande lavoro di vicinanza che l’assessore è riuscito a fare nell’anno e mezzo del suo mandato) ha presentato la filosofia della nuova politica sociale che mette al centro il concetto di rete: “Milano ha una straordinaria energia da gestire in modo coerente” ha detto l’assessore, riferendosi all’attività di volontariato e di socializzazione di molti anziani da un lato e al centralismo dell’istituzione comunale come punto di riferimento organizzativo e di ottimizzazione delle energie dall’altro.

Uno dei compiti dell’amministrazione comunale è quello di informare i cittadini delle molte realtà che si occupano del sociale sul territorio. A questo fine nasce il “Tutto Città del Sociale”, uno strumento cartaceo, oltre che on line, che arrivi a tutti i cittadini, anche quelli meno informatizzati come spesso sono gli anziani, mettendoli al corrente di tutte le strutture (soprattutto quelle a loro più prossime fisicamente) che rispondono a i vari bisogni sociali.

Si punta anche sui bisogni di socializzazione come le feste di vicinato, i laboratori di quartiere i centri socio ricreativi… perché mantenere alta la socializzazione aiuta tutti e costruisce una rete diffusa di solidarietà e diffusione delle informazioni che rappresenta il primo passo per una politica sociale che non dimentichi nessuno.

Nel dibattito che è seguito all’intervento dell’assessore sono o emersi alcuni temi tra quelli che più stanno a cuore al quartiere:

– l’handicap mentale (l’abbandono nelle case messe loro a disposizione delle persone con disagio mentale alcuni dei quali in questo momento di crisi hanno perso il lavoro e non riescono più a pagare l’affitto)

– il laboratorio di quartiere come centro di raccolta delle istanze dei cittadini per la riqualificazione del quartiere come luogo di identità recuperandone i molti lati positivi e cercando di risolvere quelli negativi

– il recupero delle case sfitte e la loro messa a disposizione delle persone che ne hanno bisogno

– sostenere e facilitare i rapporti di vicinato per una convivenza quanto più socializzante che combatta il primo male sociale: la solitudine

– la percezione della sicurezza nel quartiere

– un punto di incontro per i familiari dei malati di Alzheimer che sia un luogo “istituzionale” e non solo un’associazione volontaristica

– il progetto di una Casa della Salute, con medici 24 ore su 24, che trovi il suo spazio proprio dentro il Centro Segesta

– il problema del parcheggio per il Centro.

CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

Acquario Civico15 gennaio 2013

 

L’incontro, moderato dall’avvocato Mirko Mazzali, Consigliere Comunale, si è aperto con l’intervento di Francesca Zajczyk, Delegata del Sindaco per lo Sviluppo delle Politiche per le Pari Opportunità del Comune, che ha messo in evidenza alcuni temi sulla violenza di genere in territorio milanese. Come primo dato positivo ha segnalato che oggi si parla molto di più della violenza sulle donne e di ‘femminicidio’, termine che ne designa l’espressione più grave. Le iniziative per diffondere la conoscenza del fenomeno da un lato e per ovviarlo dall’altro si moltiplicano sul territorio cittadino da parte di associazioni, enti, istituzioni… I soggetti che si occupano del tema della violenza di genere a Milano sono molti ma manca un coordinamento tra di loro per non disperdere energie in sovrapposizioni e scarso coordinamento. Proprio con questo fine, e seguendo il concetto di messa in rete dei soggetti, che caratterizza molto il pensiero dell’attuale amministrazione comunale, nascono il Tavolo Interistituzionale e il Protocollo di Intesa sul tema della violenza di genere voluti dal Comune. Il Comune, dice la Zajczyk, ha sostenuto molte iniziative sul territorio in occasione del 25 novembre -la giornata mondiale contro la violenza sulle donne- finanziando con 3000 euro ogni Consiglio di Zona per la realizzazione di momenti di incontro in quella ricorrenza.

Non esistono dati precisi per rilevare il fenomeno della violenza di genere nella sua reale consistenza numerica e ancora meno si sa sul dato parziale, ma sempre più rilevante e nel contempo sottovalutato, secondo la Zajczyk, che è la violenza sulle donne anziane, quelle che sommano le due fragilità.

La compresenza, anche all’incontro tenutosi all’Acquario Civico, dell’assessore alle Politiche Sociali, Pierfrancesco Majorino, e quello alla Sicurezza, Marco Granelli, testimonia la presa in carico condivisa del tema della violenza sulle donne come fenomeno da una parte sociale e dall’altra di sicurezza della città, secondo la Zajczyk.

È intervenuta poi Anita Sonego, Presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano, mettendo in luce che non esiste solo la violenza fisica contro le donne ma esiste anche una sottile violenza nel linguaggio e negli atteggiamenti verso le donne che si rivela molto diffusa anche in ambiente lavorativo. La Sonego ha segnalato in particolare il caso del Consiglio di Zona 3 di Milano dove le consigliere donne in un anno e mezzo hanno raccolto una serie insulti a loro rivolti in quanto esponenti del genere femminile durante i consigli di zona. Si è realizzato così un ordine del giorno che ha chiesto e ottenuto la fine di questa prassi. Il problema più grande infatti, ha segnalato la Presidente, è spesso l’educazione culturale.

La Sonego ha poi messo in evidenza che nell’ultimo Consiglio Regionale, prima che questo si sciogliesse, sono stati revocati i fondi che erano stati destinati ai centri antiviolenza nell’ambito della legge regionale contro la violenza sulle donne e l’esempio di un’iniziativa fatta dall’associazione ‘Casa delle donne maltrattate’ insieme all’associazione maschile ‘Maschile plurale’. Questo è uno spunto, secondo la Sonego, per indicare che occorre coinvolgere gli uomini in un’autocritica. L’educazione in questo senso deve partire già dall’infanzia. Coinvolgere le scuole quindi è molto importante.

Suor Claudia Biondi, Responsabile del Servizio Caritas per l’Aiuto alle Donne Vittime di Violenza, ha fatto una breve storia della mobilitazione dei soggetti territoriali sul tema della violenza di genere fino alla realizzazione del Protocollo di Intesa voluto dall’amministrazione comunale attuale e ha messo in luce alcuni degli aspetti più critici del problema come quello della tratta delle donne per lo sfruttamento della prostituzione:

La rete di associazioni che nel corso degli anni, a partire dal 2005, ha iniziato a collaborare sul tema della violenza di genere, costituendo il primo nucleo di collaborazione, era composta dalla Caritas Ambrosiana, il Centro di Soccorso di Violenza Sessuale, la Casa delle Donne Maltrattate e il Coordinamento Donne CGIL CISL UIL.. Nel corso degli anni quella rete si è allargata ad altri soggetti dando oggi corpo al Protocollo di Intesa voluto dal Comune che in questi giorni è alla firma degli aderenti.

Il Protocollo di Intesa mette insieme il pubblico e il privato sociale, costituito dalle molte associazioni che sul territorio si occupano del fenomeno. Si mettono insieme competenze diverse per poter rispondere in maniera integrata e diversificata alla violenza sulle donne, dare risposte concrete e identificare nuove ed efficaci strategie di intervento politico e sociale, fornire percorsi formativi e realizzare attività di sensibilizzazione culturale.

Il Protocollo si prefigge come obiettivo anche quello di costituire un osservatorio di monitoraggio costante del fenomeno. Anche Suor Claudia, infatti, ha posto l’accento sul problema della mancanza di dati a disposizione per descrivere anche in modo quantitativo il fenomeno della violenza di genere. A questo proposito le associazioni della rete hanno preso l’iniziativa di utilizzare una scheda di rilevazione dati comune a tutti i servizi che si occupano di dare una risposta al fenomeno sul territorio. La scheda, messa a punto con l’Università Bicocca e con i fondi della Provincia di Milano, segue ogni singola danna che si rivolge ad una delle strutture della rete anche in modo diacronico per valutare l’evoluzione del suo percorso nel tempo.

Suor Claudia ha posto il problema del pericolo di dimenticare le ‘ultime’ anche di questo fenomeno sociale: “non sempre le prostitute vengono considerate alla stregua delle altre donne, nei loro riguardi per esempio difficilmente è riconosciuto lo stupro..”. Nel 2012 vengono conteggiate 120 donne assassinate ma sicuramente, secondo Suor Claudia, questo numero non comprende le donne nigeriane o di altra nazionalità che facevano le prostitute e che sono state assassinate.

Le donne in strada, ha detto Suor Claudia, sono molte. In Lombardia in media 2500 donne l’anno vengono contattate dalle unità di strada e il 60% di queste sono in provincia di Milano. Mancano poi completamente i dati della prostituzione al chiuso. Tutte queste sono per lo più donne che subiscono la tratta e sono maltrattate e sfruttate dalla criminalità.

La legge regionale contro la violenza sulle donne cita e prede in considerazione, tra ciò che va contrastato, anche la tratta delle donne per sfruttamento sessuale e, ha detto Suor Claudia, questo è molto importante altrimenti la lotta a quel fenomeno non avrebbe strumenti legislativi adeguati a disposizione. La lotta alla violenza di genere, in famiglia e non, deve andare di pari passo con quella alla tratta delle donne per sfruttamento sessuale, altrimenti si rischia di dimenticare quest’ultimo fenomeno. Come sta avvenendo, secondo Suor Claudia.

Manuela Ulivi, Avvocato, Presidente della Casa delle Donne Maltrattate, è intervenuta indicando alcuni nodi da mettere in evidenza.

Come primo passo, ha detto la Ulivi, bisogna definire la violenza di genere per quello che in definitiva è, cioè maltrattamento e violenza degli uomini sulle donne. Nominare le cose per quello che sono, ha detto la Ulivi, serve a coinvolgere una componente determinate di questo fenomeno che sono appunto gli uomini. È per questo motivo che la Casa delle Donne Maltrattate ha stretto un sodalizio con l’associazione maschile “Maschile Plurale” e l’ha coinvolta nelle sue iniziative. Occorre il coinvolgimento degli uomini, la loro autocritica, l’influenzarsi tra loro paragonando le esperienze e andando a scovare gli atteggiamenti anche più reconditi che possono denotare un atteggiamento sbagliato rispetto al rapporto uomo-donna.

La prevenzione e l’educazione, soprattutto delle nuove generazioni, ha detto la Ulivi, rappresenta il momento più importante verso la soluzione del problema. Un problema che spesso coinvolge non solo le donne ma anche i minori i quali, assistendo alla violenza, tendono a perpetuarla nel loro futuro di adulti “con conseguenze a domino”.

L’avvocato inoltre ha denunciato che molti procedimenti di violenza sulle donne vengono archiviati dal Tribunale. Si parla di 1000 procedimenti che non hanno trovato seguito. Questo è un fenomeno molto grave che penalizza lo sforzo, che molte donne fanno con fatica, di denunciare il proprio maltrattamento o violenza.

A questo proposito, quando alla sala Vitman dell’ Acquario Civico si apre il dibattito dopo gli interventi programmati, interviene una consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Milano dicendo che l’Ordine, oltre ad aderire al Protocollo d’Intesa che vuole firmare, vuole impegnarsi per ovviare all’archiviazione dei 1000 provvedimenti “perché lasciar cadere quelle denuncie sarebbe un segnale molto negativo”. A questo proposito l’Ordine intende mettere in campo i suoi rapporti sia con la Presidente del Tribunale, Livia Pomodoro, che con il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, Edmondo Bruti Liberati.

Gli interventi sono proseguiti con quello di Tiziana Scalco, Delegata CGIL per la Parità di Genere la quale ha sottolineato che:

– il sindacato ha sempre rappresentato un sensore del fenomeno delle violenza di genere registrando molti casi di denuncia da parte delle donne.

– l’educazione culturale a tutti i livelli, specie quella nelle scuole, è importante ma ha risultati spostati nel futuro. Occorrono subito campagne pubblicitarie e campagne contro la pubblicità sessista e stereotipata che coinvolgano anche le aziende a non ospitarla.

– esiste la necessità che la nuova giunta regionale, quella che uscirà dalle prossime elezioni regionali, di qualunque colore sia, metta fondi sulla legge regionale contro la violenza sulle donne.

Alessandra Kustermann, Direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Ostetricia e Ginecologia del Pronto Soccorso della Clinica Mangiagalli, ha posto l’accento sull’importanza di alcuni fattori:

– la terapia dei maltrattatori e dei violentatori seriali deve proseguire anche una volta che abbiano scontato la pena, quindi fuori dal carcere sul territorio. Una presa in cura di questi soggetti deve coinvolgere quindi necessariamente anche la Asl.

– tutti i nuovi sportelli che nascono sul territorio, affiliati a varie associazioni, per ora si autofinanziano, ma arriverà il momento che chiederanno fondi alle istituzioni. Bisogna quindi prevedere di stanziare risorse, comprese quelle, già più volte menzionate durante il dibattito, della Regione sulla legge regionale contro la violenza sulle donne.

Anna Gardiner, dirigente presso Comune di Milano ha sottolineato l’importanza dell’educazione delle donne alla difesa. Un’educazione che indica l’uso di alcool e sostanze come qualcosa che accresce la loro vulnerabilità in quanto possibili vittime e i corsi di difesa personale come importante arma di autodifesa. Tali corsi infatti vengono già molto seguiti.

Miriam Pasqui dell’ Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano ha presentato

il lavoro di raccolta di tutte le realtà che sul territorio milanese si occupano del fenomeno della violenza di genere fatto dal Comune. È un quadro molto esaustivo e molto utile per organizzare in modo intelligente la rete che opera in questo settore. Le associazioni e le realtà coinvolte vengono divise per caratteristiche di approccio tra chi opera direttamente per dare risposte e chi fa animazione culturale e di sensibilizzazione ed educazione al problema. Un proficuo censimento anche per il lavoro del Tavolo Interdisciplinare che si sta costituendo.

Alessandra De Bernardis, dell’Assessorato Coesione Sociale del Comune di Milano, ha presentato il Protocollo d’Intesa cui già molte partecipanti al dibattito avevano fatto riferimento. Il Protocollo vuole raccogliere e recepire le istanze di chi già lavora sul territorio sul tema della violenza di genere, valutare quanto è già stato fatto e migliorarlo mettendo in rete le forze e in connessione le istituzioni e le realtà per una maggiore efficienza. Il fenomeno della violenza sulle donne è molto complesso e richiede quindi una risposta necessariamente interistituzionale e interdisciplinare. Occorrono percorsi formativi, campagne di sensibilizzazione e di conoscenza degli strumenti in campo. Successivamente poi verranno istituiti tavoli di lavoro operativi più ristretti.

Al dibattito che si apre dopo la sequenza degli interventi programmati ha preso la parola, oltre alla Consigliera dell’Ordine degli Avvocati di cui sopra, Alessio Miceli Associazione Maschile Plurale, ponendo la questione della forte implicazione degli uomini nella violenza sulle donne. Il 90% dei casi di violenza sulle donne infatti viene perpetuata dagli uomini. È importante, al di là della terapia per i maltrattatori e gli stupratori seriali ecc, coinvolgere gli ‘uomini comuni’ nel discutere questo fenomeno per ‘abbattere il muro della dissociazione’. Non basta agli uomini dissociarsi dicendo e dicendosi di essere diversi, ma occorre maggiore partecipazione da parte loro. “È importante”- ha detto Miceli- “vedere 200 ‘uomini comuni’ parlare di stupro”.

L’Assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Marco Granelli, ha sottolineato l’importanza della rete tra sociale, sanità, sicurezza e promozione culturale che si sta sempre più consolidando per affrontare il problema della violenza di genere nel suo complesso.

L’ Assessore alle Politiche Sociali, Pierfrancesco Maiorino, ha chiuso l’incontro asserendo che bisogna agire in rete e non in modo soggettivo per affrontare questo problema. Il Comune in questo quadro deve fare da cornice e da soggetto che riconosce le realtà che già operano sul territorio. L’offerta di collaborazione da parte dell’Ordine degli Avvocati per contribuire a sbloccare le 1000 pratiche in tribunale è illuminante, dice l’assessore, per cogliere l’importanza e la potenza del lavoro in rete e partecipato. Occorrono, secondo l’Assessore, azioni di carattere comunicativo volte a rompere la mentalità sessista dove persiste (anche nel mondo della pubblicità, per esempio) e che arrivino anche nei quartieri più difficili, nonostante che questo tipo di violenza, si sa, non ha particolari connotati di appartenenza sociale. Occorre “entrare nelle case, all’interno di quelle mura domestiche dove molto spesso quella violenza viene perpetuata, e dire alle donne: ‘non siete sole’”.

INCONTRO CON LE ASSOCIAZIONI STUDENTESCHE DELLA “RETE DELLA CONOSCENZA”

Lato B 16 gennaio 2013

 

L’incontro si svolge in un contesto intimo, con un numero di partecipanti che non supera la decina. Si tratta di uno scambio informale tra l’Assessore Pierfrancesco Majorino, accompagnato in questo appuntamento da Cosimo Palazzo, e alcune associazioni studentesche che gestiscono lo spazio di Piazza XXIV Maggio “Lato B”.

Il primo a prendere la parola è uno studente che rappresenta la Link – Sindacato Universitario Milanese. Nel corso dell’intervento, sottolinea che negli ultimi anni le associazioni studentesche milanesi hanno messo l’accento sulla necessità di un rilancio sui temi del welfare come modalità principale di risposta alla crisi. Per questo motivo, gli studenti chiedono costantemente un aumento della spesa pubblica per il welfare. Le associazioni studentesche hanno messo al centro i “diritti”, andando oltre il lessico dei “bisogni”. Hanno inoltre elaborato la proposta di un “mutualismo studentesco”, inteso come insieme di pratiche aventi l’obiettivo di garantire agli studenti l’accesso ad alcuni beni considerati primari. Quello del mutualismo studentesco è definito come un “metodo”, rapidamente diffusosi anche in altre parti d’Italia, per far sì che le pratiche politiche studentesche non si riducano a una mera rivendicazione o in una vuota enunciazione di principi. Tra le attività concretamente messe in essere a Milano v’è la apertura di aule studio e la costruzione di mercatini dell’usato all’interno dei quali è possibile vendere e scambiare libri o altro.

L’intervento successivo è di Guido, dell’Associazione La Freccia, che da dieci anni gestisce lo spazio Lato B. Ed è proprio il tema della gestione e dell’utilizzo degli spazi quello che sta più a cuore all’associazione, che negli ultimi 18 mesi ha registrato una positiva attenzione da parte della nuova giunta comunale sul tema.

E’ su questo che interviene Pierfrancesco Majorino. In prima battuta, l’Assessore sottolinea l’importanza di “fare incursione” in luoghi come quello che ospita l’incontro, per capire cosa “ribolle” nel tessuto della città. Le associazioni presenti rappresentano il positivo protagonismo delle nuove associazioni. Majorino dice di aver apprezzato la riflessione secondo la quale ciò davanti cui si trova oggi l’assessorato non sono tanto i “bisogni” ma i “diritti” delle persone. Non possono esserci meccanismi di “selezione” nel modo in cui si erogano i servizi. Nei primi interventi si sottolineava la necessità di aumentare la spesa pubblica per il welfare. Come Assessore, Majorino sarebbe soddisfatto se, in una fase di crisi e di tagli alle risorse come quella attuale, riuscisse anche solo a non ridurla. Detto questo, è fondamentale che si continui a mettere l’accento sul fatto che sul welfare si deve continuare a investire. Il welfare è oggi chiamato a ricomporre l’alleanza tra i soggetti. Ultimamente il tema del welfare è stato totalmente rimosso per un’intera generazione di giovani. Per invertire la rotta, è necessario fare alleanza tra amministrazioni e soggetti come quelli presenti, dare vita ad azioni concrete, come il riutilizzo degli spazi. Una politica è “sociale” se compone in maniera produttiva le energie della società, attraverso una “appropriazione della città e dello spazio pubblico”.

Interviene quindi una rappresentante nazionale dell’Unione degli Universitari, che presenta la campagna “Io voglio restare”. Si tratta di un’iniziativa a livello nazionale, il cui obiettivo è fare alleanza tra una molteplicità di soggetti, dai precari, ai disoccupati, ai giovani ricercatori. V’è una molteplicità di problemi che li accomunano, dal caro affitti, ai trasporti, all’accesso alla cultura. Il calo del potere d’acquisto delle famiglie italiane ha fatto sì che ci si stia ponendo oggi, per la prima volta da molti decenni, il problema dell’espulsione dalla scuola e dall’università di un’intera generazione. La possibilità di accedere all’apprendistato già a 15 anni e il drastico calo delle immatricolazioni dell’ultimo anno accademico sono una significativa dimostrazione di tale dinamica. Su questo punto l’Assessore Majorino concorda, è un problema che deve essere discusso insieme, anche alla luce del fatto che “Milano è una città universitaria che non sa di esserlo”.

Interviene a questo punto Niccolò, anche lui dell’Associazione La Freccia, che pone al centro del proprio contributo la questione dell’abitare. In Lombardia gli alloggi universitari sono insufficienti, mentre nelle aree universitarie i prezzi degli affitti sono altissimi, e spesso in nero. E’ sempre più necessario trovare delle soluzioni strutturali a questi problemi. Un’altra questione posta da Niccolò riguarda la profonda trasformazione che ha investito, negli ultimi anni, i percorsi di formazione, che sempre meno risultano confinati nei luoghi “classici” come la scuola e l’università, ma sempre più sono diffusi sul territorio. Anche queste trasformazioni è necessario tenere in conto nell’elaborazione di politiche pubbliche. Concludendo la discussione, l’Assessore Majorino invita i presenti a far sì che l’incontro appena avvenuto non sia un semplice scambio di opinioni, ma sia al contrario l’inizio di un lavoro comune. I ragionamenti fin qui elaborati su diritto alla casa e all’abitare, sulla formazione e sugli inserimenti lavorativi sono interpretati dall’Assessore come “piste di lavoro comune”, che meritano di essere ulteriormente tematizzate. Obiettivo del prossimo futuro deve quindi essere un progressivo “intreccio del lavoro dell’Assessorato con i percorsi di autodeterminazione dal basso”.

PER I DIRITTI CIVILI CONTRO LE DISCRIMINAZIONI.

Spazio Ex Ansaldo 16 gennaio 2013

 

L’appuntamento delle Officine Creative Ansaldo è dedicato al tema dei “diritti” ed è idealmente diviso in due parti: la presentazione del Progetto RAINBOW e quella dei primi numeri relativi all’esperienza del Registro comunale delle coppie di fatto.

Apre i lavori Anita Sonego, Presidente della Commissione Pari Opportunità del Consiglio Comunale, che sottolinea l’assoluta centralità del tema dei diritti per il lavoro dell’amministrazione comunale e in particolare per l’assessorato al welfare.

La parola passa quindi a Marco Mori, Presidente di Arcigay Milano, che presenta il Progetto RAINBOW, nato 4 anni fa a Milano e promosso da Arcigay, Arcilesbica, e tutta una serie di altre associazioni. RAINBOW è un acronimo che sta per Rights Against INtolerance Building an Open-Minded World. Il progetto, che lega le realtà italiane a partner di otto altri paesi dell’Unione Europea, nasce con l’intento di promuovere un lavoro culturale nelle scuole e più in generale nei luoghi dell’educazione. L’obiettivo è raggiungere i giovani, dai bambini ai ragazzi delle scuole dell’obbligo, che spesso si trovano a contatto con linguaggi e rappresentazioni impregnate di omofobia. Il progetto ha avuto origine da una ricerca sulla diffusione, in Europa, degli stereotipi di genere, da un monitoraggio sulle principali situazioni di disagio e l’analisi delle buone pratiche esistenti a livello continentale. Dopo questa prima fase di ricerca, si è scelto di dare vita a due strumenti da mettere a disposizione degli insegnanti, delle famiglie e dei genitori per promuovere una cultura dei diritti e l’inclusione. Tali strumenti consistono in un “Educational Toolkit” e in un dvd contenente i filmati vincitori di un concorso di cortometraggi contro l’omofobia indetti dalle associazioni promotrici.

La parola passa quindi a una rappresentante di Arcilesbica, realtà che nasce con l’obiettivo di aggiungere un’ottica di genere alla riflessione e al lavoro culturale sui temi dell’omosessualità promossi da Arcigay. Dopo aver ripreso in breve la presentazione del Progetto RAINBOW, dichiara che, ora che si sono chiuse le fasi di ricerca e realizzazione, è necessario diffondere quanto più possibile il prodotto finale, per fare il lavoro culturale nelle scuole e negli altri spazi della socializzazione dei giovani. E questo non tanto per promuovere una presunta “cultura gay”, quanto piuttosto per promuovere l’inclusione e la lotta a tutte le discriminazioni. Si apre oggi una fase di coinvolgimento di insegnanti ed educatori, per cercare di dare la massima diffusione ai materiali. Strumenti come quelli prodotti dal progetto RAINBOW, comprendenti filmati di animazione per i più piccoli, sono strumenti utilissimi al fine di produrre una cultura di lotta alla discriminazione. Attraverso simili strumenti, infatti, i bambini hanno la possibilità di introiettare modelli positivi, diversi da quelli impregnati di omofobia ancora largamente presenti nella cultura popolare. Lo stesso discorso vale per la creazione di applicazioni per i supporti informatici e per gli smartphone e i social network, molto utilizzati dai giovani e importante veicolo per la diffusione di valori improntati all’inclusione e alla lotta alle discriminazioni. E questo proprio perché su facebook e sugli altri social network si registrano sempre più episodi e casi di omofobia, oltre alla diffusione di linguaggi discriminatori.

Interviene quindi Rebecca Zanuso, Ricercatrice di Synergia, che presenta la ricerca sul clima culturale e le posizioni sul tema diritti/omosessualità svolta a supporto del progetto RAINBOW in Italia, Spagna, Bulgaria, Olanda e Inghilterra. Ciò che emerge dalla ricerca, è un quadro all’interno del quale, nella maggior parte dei Paesi, c’è una tendenziale invisibilità dei fenomeni di discriminazione. Spesso gli intervistati e i rispondenti ai questionari affermano che ci sono “altre priorità”. Rebecca Zanuso presenta quindi il progetto RAINBOW HAS (Homes and Schools), che di RAINBOW si propone di essere la continuazione. Se dalla ricerca svolta durante il progetto RAINBOW sulla legislazione, la letteratura scientifica e con un lavoro sul campo si potrebbe concludere che le istituzioni dovrebbero lavorare con un maggiore impegno per il rispetto del diritto alla diversità sessuale e affettiva, il problema della trans/omofobia e del bullismo trans/omofobico rimane spesso nascosto e incontrastato. Si propone di studiare i discorsi delle famiglie, le loro esigenze e strategie, nonché scambiare buone pratiche di sostegno, al fine di ampliare il dibattito con le istituzioni, le famiglie LGBT, le famiglie con figli LGBT, le famiglie con bambini e giovani che sono stati vittime di bullismo trans/omofobico e le famiglie eterosessuali, per creare spazi e condizioni per un nuovo dialogo volto a produrre un cambiamento positivo nella direzione di “rompere il silenzio” sulle tematiche LGBT, con l’intento anche di formare e sensibilizzare gli adulti che operano in particolare, ma non solo, nel sistema educativo.

Si apre quindi la seconda parte dell’incontro, introdotta da Daniela Benelli, Assessore all’Area Metropolitana Decentramento e Municipalità Servizi Civici, che presenta i numeri relativi ai primi sei mesi di esperienza del registro delle coppie di fatto, approvato il 26 luglio 2012 con una delibera consiliare. L’Assessore sottolinea il fatto che è stata una maggioranza consiliare ad aver voluto il “Registro delle unioni civili”. Un dato, questo, che ha un importante valore politico e simbolico. Il Registro riconosce l’unione civile tra due individui maggiorenni, aventi un legame affettivo e conviventi. E’ un registro amministrativo, attraverso il quale il Comune riconosce a tali coppie gli stessi diritti che vengono riconosciuti ai coniugi, a partire dai servizi sociali, come l’accesso alle abitazioni popolari e i fondi anticrisi destinati alle giovani coppie. L’aver istituito questo registro obbliga il comune di Milano a considerare su una base paritaria tutte le politiche che verranno adottate in futuro. Con tale atto, l’amministrazione comunale sente di aver interpretato il sentire della grande maggioranza dei cittadini milanesi, nel portare la normativa della città in sintonia con quella che sta divenendo la prassi nella maggioranza dei Paesi europei. Molti stanno introducendo anche il matrimonio omosessuale. In tale quadro, il registro delle unioni di fatto costituisce l’obiettivo minimo che una città con la cultura liberale di Milano si può porre. Milano, città con forte vocazione europea, non poteva astenersi dai un simile atto. Gli unici Paesi europei che ancora non hanno introdotto simili strumenti sono l’Albania, la Bulgaria, la Polonia e la Romania, qualcosa di diverso dalla “punta di diamante” dell’Europa dei diritti. La città di Milano, con questo atto, vuole fare una presa di posizione politica, vuole dirsi città dei diritti. A tale proposito, l’Assessore auspica che il Comune dia presto avvio a una simile battaglia sul tema del fine vita, un’altra battaglia di civiltà su cui Milano può portare l’Italia in Europa.

Interviene quindi Laura Logli, autrice del Vademecum per le Coppie di Fatto. Sottolinea l’importanza che il diritto della famiglia inizi a tener conto di questi nuovi strumenti, grazie ai quali si dà il via a un percorso di civiltà, e di incivilimento della cultura giuridica. Sono molti i temi sui quali la produzione di simili strumenti giuridici può essere utile a promuovere una cultura diversa.

Infine la parola passa, per le conclusioni, all’assessore Pierfrancesco Majorino. In prima battuta, questi sottolinea che tutto il “Forum delle politiche sociali” ruota attorno a un nucleo, vale a dire la centralità delle donne e degli uomini nelle politiche e nella costruzione dei servizi. In questo luogo si discute di politica sociale, si ragione dei diritti di tutti. Non c’è possibilità di affermare i diritti di alcuni senza affermare i diritti di tutti. Una volta creato il registro delle coppie di fatto, l’Assessore si dice convinto che l’amministrazione comunale debba fare ulteriori passi in avanti. Ma ogni passo che si deciderà di fare, lo si farà insieme, con l’associazionismo, incrociando le esperienze del territorio, con il confronto, il dialogo e affrontando in maniera esplicita il tema del contrasto a tutte le forme di discriminazione legate alle preferenze sessuali e alla scelta del genere. Serve un lavoro senza timidezze su questo terreno. E l’amministrazione sta operando in questo senso, assumendosi delle responsabilità. Milano può fare una parte importante in questa battaglia culturale per la fuoriuscita dal “medioevo dei diritti” in cui ancora si trova l’Italia. Ma è un percorso che produrrà i suoi frutti solo se sarà un percorso condiviso.

FIRMA DEL PROTOCOLLO D’INTESA CON L’ORDINE DEGLI PSICOLOGI PER IL PROGETTO PSICOLOGIA SOSTENIBILE

Sede Ordine degli Psicologi della Lombardia 17 gennaio 2013

 

L’incontro è aperto da Mauro Grimoldi, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Il progetto “Psicologi per Milano” e la firma del protocollo di intesa di oggi è un punto di svolta per tutti i professionisti della salute mentale milanesi. La psicologia milanese e italiana ha tradizionalmente avuto “due costole”, la psicologia accademica e la psicoanalisi. Con l’alleanza tra Ordine degli Psicologi e Assessorato al Welfare si introduce una terza dimensione, quella dell’attenzione alla dimensione sociale. Con il progetto “Psicologi per Milano”, l’Ordine degli Psicologi non propone quella che da qualche tempo a questa parte si è preso a chiamare “psicologia low cost”. Al contrario, ciò che i professionisti iscritti all’ordine offrono alla collettività è un’elevata qualità delle prestazioni, unita a una vocazione per il sociale che fa sì che il costo non costituisca più una barriera all’accesso ai percorsi di cura. Grimoldi ringrazia i partner nel progetto, coloro che hanno creduto fin dal principio a tale formula, in particolare Massimo Recalcati e Laura Porta di Jonas Onlus e la Società Psicoanalitica Italiana. Oltre, ovviamente, a tutte le altre realtà territoriali che, a partire da questo momento in avanti, decideranno di farsi partner di progetto. Il Presidente dell’Ordine degli Psicologi sottolinea che in un’epoca come quella attuale, contraddistinta da una crescita esponenziale dei “nuovi sintomi” del disagio contemporaneo (anoressie-bulimie, attacchi di panico, depressioni, dipendenze), si rende sempre più necessaria la costruzione di presidi territoriali che siano in grado di offrire una risposta adeguata e professionale ai cittadini. La formula ideata dall’Ordine è quella di una presa in carico dei soggetti che non sia limitata alle tre o quattro sedute, ma che al contrario garantisca la possibilità di un percorso di cura più strutturato anche a coloro che, per motivi economici, non hanno la possibilità di rivolgersi al professionista privato. Il percorso di cura privato, infatti, non è evidentemente accessibile da parte di chi vive gravi condizioni di disagio. Per costruire questo tipo di offerta, l’Ordine ha chiesto ad associazioni ed enti presenti sul territorio di dare la propria disponibilità a riservare una quota dei propri servizi alla presa in carico di alcuni soggetti a costo zero, e di altri a prezzi che non superino le poche decine di euro. Molti enti hanno già garantito la propria disponibilità, nelle prossime settimane sul sito dell’Ordine e quello del Comune verrà costruito un motore di ricerca che consentirà di accedere all’offerta di servizi più adeguata per ogni richiedente. In conclusione, questa per Grimoldi è solo una prima iniziativa che cerca di avvicinare psicologia e sociale, in un’ottica che coniughi solidarietà e sussidiarietà.

Interviene su questo l’Assessore Pierfrancesco Majorino, il quale ricorda che fin dai primi giorni dell’insediamento della nuova giunta i professionisti della salute mentale milanesi hanno sollecitato il Comune a costruire un progetto che consenta di tenere insieme dimensione sociale e cure psicologiche. Per raggiungere tali obiettivi è necessario “tenersi insieme”. Solo in tal modo è possibile “rispondere ai bisogni di tutti”. Da parte del Comune e dell’Ordine degli Psicologi c’è una profonda assunzione di responsabilità e desiderio di fare alleanza. Un’alleanza che è una necessità, perché oggi “nessuno ce la fa da solo”, una politica sociale degna di questo nome è possibile solo se si fa alleanza tra i soggetti. E’ necessario andare dentro la società, nei quartieri, e questo è un principio che orienta il progetto “Psicologi per Milano”. Un progetto, aggiunge l’Assessore, che ha inoltre il merito di saper coniugare sostenibilità economia e qualità. Anche solo fare un censimento delle realtà presenti sul territorio capaci di prestare un simile servizio è un passo in avanti di estrema importanza, perché è importante dare visibilità alla grande professionalità che esiste sul territorio cittadino. In tal modo si potranno offrire ai cittadini informazioni su quello che la città offre, e la città offre tanto. A partire da oggi, occorrerà “sviluppare la massima coesione tra quello che fa il Comune e quello che fa l’Ordine degli Psicologi. E’ un passo fondamentale perché Milano diventi a tutti gli effetti un “laboratorio delle nuove politiche sociali”.

Interviene quindi Chiara Marabelli, responsabile per l’OPL del progetto “Psicologi per Milano”. Tale progetto nasce come sfida, al fine di erogare servizi in un’ottica sussidiaria al Sistema Sanitario Nazionale. Da parte degli psicologi coinvolti v’è un atto di responsabilità nei confronti della città, che ovviamente coincide con un ritorno in termini di opportunità lavorative. Si tratta di un messaggio importante per il Comune e per la cittadinanza tutta.

La parola torna infine a Mauro Grimoldi, il quale sottolinea ancora una volta che tale progetto è ispirato dai principi della “psicologia sostenibile”. “A partire da domani”, annuncia il Presidente dell’Ordine, inizierà il censimento delle associazioni e degli enti che vogliano contribuire alla riuscita del progetto, ed entro un mese sarà disponibile on line, affinché ogni cittadino possa trovare facilmente strumenti che lo possano aiutare a confrontarsi con il proprio disagio.

L’incontro si chiude con la firma del protocollo d’intesa tra Comune di Milano, rappresentato dall’Assessore Majorino, e Ordine degli Psicologi, nella persona del suo Presidente Mauro Grimoldi.

 

“MINORI NON ACCOMPAGNATI: DALL’EMERGENZA ALL’ACCOGLIENZA. SPERIMENTAZIONI IN ATTO E IPOTESI FUTURE”

Pio Albergo Trivulzio 17 gennaio 2013

 

L’incontro, molto partecipato, svoltosi nell’Aula magna del Pio Albergo Trivulzio ha significativamente avuto inizio con tre testimonianze di ragazzi migranti che attraverso la loro esperienze di vita incarnano e simboleggiano le difficoltà e le tappe del processo di integrazione.

Il primo a parlare è Audi, ragazzo tunisino di 17 anni partito 10 mesi fa e approdato a Milano alla comunità dei Martinitt. La prima questione è naturalmente il perché si parte e qui certo la spinta di fondo riguarda le condizioni dell’esistenza materiale ma altrettanto importante è la spinta alla conoscenza e all’esperienza del mondo occidentale. Si parte per lo più in accordo con la famiglia o dietro spinta di questa (a volte sulla base dell’esperienza di parenti che già hanno costruito il loro percorso di migrazione) che investe sul minore.

E’ la vicenda anche della seconda testimonianza, quella di Isa, ragazzo albanese anch’egli di 17 anni ma da più tempo a Milano e quindi con un percorso di integrazione più strutturato. Isa, oggi dentro il percorso del progetto di autonomia con corsi di lingua italiana, di formazione professionale e di licenza media, giunge in Italia in traghetto a Bari e poi risalendo a Verona infine approda a Milano. Un percorso che non è costruito a priori ma si svolge passo dopo passo seguendo indicazioni raccolte informalmente.

La terza testimonianza, quella di Malici ragazzo kosovaro oggi maggiorenne e alla conclusione del suo percorso di integrazione, ripropone alla base della scelta di partire la volontà di uscire da un paese ancora diviso dalla guerra con l’investimento della famiglia sul suo percorso. Anche nel suo caso non si parte avendo già una meta precisa in testa. Giunto a Milano approda alla comunità di S.Francesco.

Le tre testimonianze esprimono alcuni temi forti al centro della discussione. In primo luogo, l’incremento dei flussi soprattutto a partire dalle condizioni create dalle rivoluzioni del Maghreb. Oggi i minori non accompagnati approdati a Milano e inseriti nei percorsi del sociale sono più di 100. Un percorso in cui si intreccia l’azione delle diverse articolazioni della statualità e del privato sociale: dalla questura, ai servizi comunali, ecc. Secondo, l’esigenza di accogliere il flusso pone la necessità di una riorganizzazione della macchina pubblica. Terzo il problema di fondo oggi è creare delle “buone prassi” appropriabili e generalizzabili non solo nell’ambito della città, quanto tra città anche attraverso accordi.

A Milano il tema è la costruzione di relazioni di scambio e coordinamento delle diverse esperienze che potrebbe sfociare concretamente in un tavolo dedicato al tema dei minori non accompagnati per tessere una rete tra i soggetti che si occupano del tema, trasversalmente alla distinzione tra pubblico e privato.

Gli interventi dal pubblico hanno posto in luce diverse tematiche. Ad esempio, la rappresentante di Save The Children, costituitasi anche a Milano nel 2010, lavora ad un progetto di accoglienza strutturato come monitoraggio della situazione nelle comunità a Milano. Un aspetto è dare informazioni ai ragazzi riguardo i loro diritti. La criticità più rilevante registrata nel corso degli ultimi due anni riguarda principalmente la mancanza di figure di mediazione culturale che andrebbero invece professionalizzate e stabilizzate all’interno dei percorsi. Facilitare il rapporto culturale rafforza infatti la coesione. Altro tema su cui riflettere riguarda la difficoltà di costruire reti fiduciarie tra comunità di appartenenza e soggetti istituzionali. Su questo punto l’accorciamento dei tempi di intervento aiuterebbe. Collaborazione positiva invece sul fronte della scuola, ambito cruciale per limitare la diffusione di orientamenti culturali di chiusura o apertamente “razzistici”.

Il responsabile del progetto ai “Martinitt” mette in luce difficoltà nel gestire circa 60 minori con i pochi posti a disposizione nelle comunità alloggio. E anche in questo caso si registra la mancanza della figura del mediatore culturale interno di cui gli operatori necessiterebbero per comprendere la cultura di provenienza del ragazzo a loro affidato. Quella del mediatore, insomma, si configura come il ruolo da rafforzare.

Elia Volpe della Fondazione “Casa del Giovane” la Madonnina, propone il tema dell’intreccio con il mondo imprenditoriale, ad esempio con imprese che lavorano all’estero e pone (come criticità) l’eccessiva velocità e il carattere “striminzito” dei moduli della formazione professionale.

Infine si segnala l’intervento di una operatrice dei CPT. A Milano sono 8, piuttosto distribuiti. L’aspetto da segnalare riguarda la rete informale costituita dagli insegnanti che vi operano, un elemento che ha consentito un positivo processo di omogeneizzazione dell’offerta formativa.

A conclusione del breve report si segnala nell’intervento dell’Assessore Majorino il riferimento importante alla volontà di andare avanti nel percorso di coinvolgimento intrapreso. Il nodo di fondo è “pensare il sistema”, agire cioè sull’intera filiera degli interventi e dei soggetti che seguono il percorso dei ragazzi. Dunque il tema è creare la rete che consenta il coordinamento delle diverse pratiche e delle culture che le sottendono.

PERCORSO DI ATTUAZIONE DEL PIANO DI SVILUPPO DEL WELFARE SULLA SALUTE MENTALE E PRESENTAZIONE DEL PROGETTO “HABITAT SOCIALE”

Teatro La Cucina Olinda – ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini

17 gennaio 2013

 

Il cuore dell’appuntamento è la presentazione del progetto “Habitat Sociale”, in via Senigallia, che viene presentato in apertura da Thomas Emmenegger. Obiettivo del progetto è simile a quello costruito per l’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, ovvero “non ricostruire il ghetto”. Progetti come questi hanno necessariamente tempi molto lunghi, nell’ordine dei dieci o venti anni. Ne costituisce un esempio proprio l’esperienza del Paolo Pini dove, per ricostruire una vita sociale ricca come quella di cui siamo oggi testimoni, si sono impiegati dieci anni. Per avviare progetti di questo tipo è necessario dare vita a percorsi di collaborazione e co-progettazione tra terzo settore, cooperative e istituzioni pubbliche.

L’intervento successivo è di Walter Bergamaschi, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Niguarda, il quale sottolinea che l’interesse principale di un’azienda ospedaliera, in una fase come quella attuale, è vagliare modelli di assistenza innovativi. Il progetto “Habitat Sociale”, da questo punto di vista, centra appieno l’imperativo di conciliare sociale e sanitario.

Interviene quindi Arcadio Erlicher il quale, dopo la lunga esperienza clinica presso l’Azienda Ospedaliera Niguarda, diverrà a breve il principale referente del Comune di Milano per tutte le tematiche che riguardano la salute mentale. Chi lavora nell’ambito sanitario si trova sempre più spesso di fronte a situazioni che necessitano una presa in carico di lungo periodo, situazioni in cui si rileva uno stretto intreccio tra tematiche di tipo sanitario e di tipo sociale. Da qui la necessità di una stretta sinergia tra operatori sanitari e operatori che sono portatori di altri punti di vista e altre competenze. Le persone che soffrono delle diverse forme del disagio psichico costituiscono una percentuale crescente degli utenti del Sistema Sanitario Nazionale. Per far fronte a quella che si profila come una vera e propria emergenza, “mettere insieme” significa oggi non tanto sommare le risorse messe a disposizione dal “sanitario” e quelle messe a diposizione dal “sociale”, ma creare una sinergia produttiva che sia in grado di moltiplicare le risorse. E’ sempre più necessario trovare modelli che siano riproducibili altrove, che indicano nuove direzioni possibili per la cura e la salute mentale.

Interviene quindi Massimo Bricoccoli, Docente del Politecnico di Milano, che si sofferma lungamente sugli aspetti urbanistici del progetto “Habitat Sociale”. Al centro del suo intervento, la convinzione che una delle scelte più importanti dell’attuale amministrazione sia stata quella di rivitalizzare alcuni luoghi di proprietà del demanio pubblico, facendone luoghi di aggregazione e inclusione.

Davide Motto, che in questa sede rappresenta il Forum del Terzo Settore, presenta le iniziative promosse negli ultimi anni da venti realtà territoriali del terzo settore sul tema della salute mentale.

La parola passa quindi a Lucia Castellano, Assessore alla Casa, Demanio e Lavori Pubblici, che interviene complimentandosi con i presenti per il lavoro fatto attorno al progetto “Habitat Sociale”. Si tratta infatti di una vera e propria scommessa politica, cioè la scommessa di trasformare in maniera radicale quelli che da troppo tempo sono luoghi marginali della città. Il Paolo Pini, il carcere di Bollate e il nuovo progetto di via Senigallia sono esempi di come la periferia possa offrire al centro delle opportunità per ripensarsi. E’ un qualcosa di lontanissimo dall’abitudine tutta italica di costruire “cattedrali nel deserto”. In progetti come questo si rivitalizzano luoghi storici della città, e li si trasforma in preziose occasioni di inclusione sociale. Con il progetto “Habitat Sociale” ci saranno 220 nuovi alloggi, con la previsione di uno spazio “leggero” appositamente ideato per le persone con disagio psichico. E’ una sfida che si misurerà nel lungo periodo, un periodo nel quale si verificherà la capacità dei vari soggetti di operare in maniera collegiale. E’ importante che tutti i soggetti coinvolti, l’amministrazione e le realtà sociali, facciano la propria preziosa parte in questo lavoro. La politica delle opere pubbliche di questo anno è stata tutta focalizzata a individuare quali pezzi di patrimonio pubblico siano stati abbandonati o lasciati nell’incuria, per poi indagare delle strategie di valorizzazione. Prima di lamentarsi per gli effetti della crisi, una seria amministrazione pubblica deve valorizzare nel migliore dei modi il patrimonio pubblico.

L’intervento conclusivo è dell’Assessore Pierfrancesco Majorino. Il “senso” dell’incontro al Paolo Pini è stato quello di fare un bilancio complessivo del lavoro fin qui svolto. Tuttavia, oggi è ancor più necessario mobilitare al massimo nuove energie della città, per rilanciare in avanti e mettere in moto nuovi progetti. L’assessorato si è trovato a mettere in moto progetti intelligenti che erano stati pensati in altre fasi storiche della città, in essi si è creduto e li si è voluti valorizzare. La novità del nuovo ciclo storico, tuttavia, è la volontà della nuova amministrazione di mettere al centro la persona, di dare una particolare attenzione agli “ultimi”, ed essere su questo terreno quanto più efficaci possibile. Per fare questo, l’amministrazione fa e continuerà a fare il massimo per creare continuamente alleanza tra i soggetti. In Via Senigallia si sta facendo proprio questo, si sta cercando di creare alleanza tra i soggetti. E’ in corso un ampio progetto di rigenerazione urbana, all’interno del quale si cerca di sviluppare per alcuni cittadini – e non “pazienti” – un contesto in cui condurre una vita di qualità. Progetti come questi fanno bene alla collettività, perché dimostrano l’esistenza di percorsi possibili in cui le politiche di trasformazione urbana non sono guidate dalla speculazione edilizia, ma ispirati a un intervento sociale di qualità. Sono queste le sperimentazioni che l’amministrazione vuole sperimentare. A partire da oggi occorre inoltre costruire un tavolo permanente sul tema della salute mentale. C’è un’enorme differenza tra come la spesa sanitaria regionale è stata impostata in questi anni e come la nuova amministrazione sta cercando di impostarla. E’ necessario oggi colmare lo scarto esistente tra le due diverse visioni, comunale e regionale, affinché la politica della Regione sia meno lontana dagli obiettivi che ci si pone a livello di amministrazione cittadina. Ovviamente è diverso pensare che spazi come questi possano essere destinati a uffici, o debbano essere invece dei luoghi per la costruzione di una nuova socialità. A chi dice che il problema in Italia è la spesa pro capite troppo alta, l’amministrazione risponde che il vero problema è la totale assenza di spesa per la crescita, il welfare, la socializzazione. E’ da qui che occorre ripartire per uscire dalla crisi.

PRESENTAZIONE PROGETTO PUNTI SOCIALI

Auditorium Casa della Carità 18 gennaio 2013

 

Nell’intervento introduttivo, Cosimo Palazzo del Comune di Milano sottolinea che la costruzione del piano di sviluppo per il welfare è il prodotto di un percorso partecipativo, il frutto di una discussione con le associazioni del terzo settore, con le ASL, le Università milanesi. Questo vale in maniera particolare per l’obiettivo della costruzione di “punti sociali”. Sono stati definiti otto ambiti di policy, in rapporto ai quali non si tratta di trovare subito gli strumenti. Al contrario, è necessario in primo luogo individuare i nodi che occorre sciogliere, in modo tale che sia poi possibile individuare gli strumenti da adottare e la migliore forma organizzativa per erogare i servizi. In tal quadro, i temi dell’accoglienza e dell’accesso ai servizi sono ambiti di riflessione prioritari. Uno dei temi emersi nel corso di queste giornate è quello della “trasversalità”, cioè delle modalità attraverso cui superare, nell’erogazione dei servizi, la frammentazione tra settori. E’ la trasversalità l’obiettivo cui tendere, ma richiede una riorganizzazione della struttura organizzativa. L’Ordine degli Assistenti Sociali, se l’obiettivo è quello della costruzione di “punti sociali” è un attore fondamentale di questo processo.

L’intervento successivo è di Don Virginio Colmegna, che ospita l’incontro. Nelle sue parole, la relazione con chi ha bisogno è oggi sempre meno una relazione d’aiuto e sempre più una relazione di pensiero. Costruire un “punto sociale” significa porsi il problema di una presa in carico complessiva di chi ha bisogno, per evitare che questi si trovi a essere costantemente rimandato da un ufficio all’altro. Nel quotidiano lavoro di aiuto di Casa della Carità, ci si rende conto che è necessario avere un punto in cui si concentrano tutte le domande. Se le risposte sono frammentate, si rischia sempre l’impotenza. L’idea del “punto sociale” è un piccolo segno, ma che ha alle spalle un’idea complessa. Occorre non occuparsi di un “pezzettino”, ma di tutta la complessità della domanda che ci è rivolta dal soggetto bisognoso.

Renata Ghisalberti, Presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali, sottolinea che la figura professionale dell’assistente sociale ha interiorizzato per definizione il concetto di presa in carico complessiva del soggetto bisognoso. Il lavoro dell’assistente sociale è esattamente quello di occuparsi del bisogno in tutta la sua complessità. Il lavoro sociale deve tornare oggi nei quartieri, occuparsi di tutti i cittadini.

Ota De Leonardis, Docente di Sociologia all’Università Bicocca, illustra quindi un progetto di “ricerca-azione” sviluppato congiuntamente con il Comune nel corso degli ultimi mesi. L’obiettivo è stato quello di prendere sul serio l’obiettivo del Comune di una vera territorializzazione dei servizi, una vera dislocazione in prossimità dei cittadini, per prendere contatto con loro. I cittadini, in questa prospettiva, sono non solo oggetti di assistenza, ma sono anche portatori di conoscenze. Solo se li si considera in questo modo è possibile perseguire una reale efficienza. L’efficienza non è solo un principio economico di contenimento delle spese, ma è anche un tentativo di costruire relazioni ricche e ravvicinate con le persone. Occorre oggi provare a ripensare insieme le basi su cui si costruiscono i servizi. E’ necessaria un’effettiva ricomposizione in cui sia riconosciuta la complessità delle situazioni. Tale ripensamento deve dar luogo a una ridefinizione dei servizi al di là di una logica prettamente “prestazionistica”, al di là della logica delle competenze. Non esiste una risposta già data, ma al contrario si apprende attraverso il percorso, con la disponibilità a riconoscere i problemi nelle situazioni complete. L’intervento successivo è di Massimo Bricoccoli, Docente al Politecnico di Milano, il quale sottolinea che il “lavoro sociale” non è solo quello degli assistenti sociali. Le responsabilità per la produzione di qualità sociale sono diffuse, sono in capo a tutta una rete di soggetti che stanno dentro e fuori l’istituzione pubblica. Se il territorio è concepibile come una rete, in cui vi sono “nodi” nei quali si riesce ad arrivare con i servizi, è bene tenere presente che vi sono anche delle “maglie”, più o meno larghe, che rimangono all’esterno delle capacità di azione delle politiche sociali. E’ quindi necessario individuare le formule che rendano possibile restringere quanto più possibile queste maglie.

Teresa Bertotti, Docente nell’ambito dei Servizi Sociali presso l’Università Bicocca, sottolinea che sono tre le dimensioni che rendono potente l’attività e la capacità di integrazione sociale posseduta dall’universo dei servizi italiano. Il primo è il fatto che esso è portatore di una concezione di unitarietà della persona, che non può essere frammentata in una molteplicità di bisogni; v’è poi il tema della globalità dell’intervento; v’è infine la dimensione della tridimensionalità, cioè il fatto che i servizi sociali italiani sanno dare attenzione all’individuo, hanno capacità di dare un contributo alla macchina organizzativa, e infine sanno essere soggetto con un forte orientamento sociale.

Nell’intervento conclusivo, dopo alcuni interventi degli assistenti sociali presenti in sala, l’Assessore Pierfrancesco Majorino sottolinea che non è scontato l’essersi trovati a confrontarsi sui principi e sulle linee della politica da adottare. Il problema che l’amministrazione si è posta è assolutamente rilevante: l’obiettivo è quello di non limitarsi a introdurre dei piccoli cambiamenti, ma di cambiare totalmente la “filiera dei servizi”. E’ per questa ragione che si è scelto di avviare un percorso di ri-progettazione organizzativa all’interno della macchina istituzionale. Detto questo, è bene non ridurre il lavoro a una discussione tutta “organizzativistica”. Sono importanti gli aspetti organizzativi, l’assessorato gli sta assegnando un’attenzione assolutamente centrale, ma al di là di questo i percorsi devono essere diffusi e partecipati. Occorre trovare il modo di strutturare al meglio la filiera dei servizi, ma bisogna farlo senza calare le decisioni dall’alto sugli operatori. L’assunzione di responsabilità deve necessariamente avere dimensione corale. L’assessore dice di aver ascoltato con attenzione dal pubblico le diffuse preoccupazioni in merito al rischio di una “perdita di identità” da parte della categoria degli assistenti sociali. Paure che sono motivate e legittime, ma l’Assessore si dice convinto che occorra non avere paura di guardare avanti, di immaginare nuovi modelli di assistenza. Questo, ovviamente, senza farsi incantare dalle sirene della “sussidiarietà”, spesso tradotta in un mero arretramento della dimensione pubblica in questa città. La questione è capire se soggetto pubblico e realtà private riescono a offrirsi come una porta di accesso a una rete ampia e qualificata di servizi, mettendo a disposizione la qualità delle esperienze e delle risorse che esistono nella città di Milano. E’ questo il tema su cui bisogna lavorare. La costruzione di “punti sociali” non è una delle tante cose da fare, ma la funzione su cui ci si gioca, per molti aspetti, tutta la costruzione del piano cittadino del welfare. E’ una condizione per lo sviluppo di tutte le altre azioni, che da questa in qualche modo dipendono. Ci sono tanti piani di zona eccellenti che riempiono le “biblioteche dell’inutilità” delle amministrazioni pubbliche del nostro Paese. Per questo motivo l’amministrazione milanese ha voluto mettere l’accento, in primo luogo, sulla centralità delle azioni. Siamo in una fase in cui occorre liberare la ricchezza, e non reprimere l’esperienza.

HOUSING SOCIALE.

“CENNI DI CAMBIAMENTO”. NUOVE POLITICHE DELL’ABITARE

Acquario Civico 18 gennaio 2013

 

L’intervento di apertura è di Giordana Ferri, Responsabile dell’Area Progetto e Sviluppo della Fondazione Housing Sociale, la quale sottolinea che nel corso degli ultimi anni, in seguito alla diminuzione del potere d’acquisto di molte famiglie italiane, è progressivamente avanzata la domanda di affitto a prezzi calmierati. Per affrontare tutte le dimensioni rilevanti dell’housing sociale, oggi, la progettazione deve essere articolata su più livelli: urbano, sociale e finanziario. Presenta quindi il progetto abitativo sperimentale “Cenni di cambiamento”, un intervento sviluppato in collaborazione con l’amministrazione milanese in zona San Siro. “Cenni di cambiamento” è un progetto residenziale che offre appartamenti a prezzi contenuti e una soluzione abitativa innovativa che si basa sulla cultura dell’abitare sostenibile e collaborativo. I destinatari dell’intervento sono principalmente i giovani, intesi sia come nuovi nuclei familiari che come single in uscita dalla famiglia d’origine. Il complesso si compone di 124 alloggi, proposti in affitto a canone calmierato e in affitto con patto di futuro acquisto. Il progetto prevede inoltre l’inserimento di una serie di servizi collettivi, spazi ricreativi e culturali e attività dedicate ai giovani, con l’obiettivo di creare le condizioni ottimali per la formazione di una rete di rapporti di buon vicinato solidale. Per facilitare questo intento è stata data particolare rilevanza alla progettazione e distribuzione degli spazi comuni, concepiti come una serie di percorsi e luoghi che si articolano in modo da essere fruibili nei diversi momenti della giornata e da diverse tipologie di abitanti. Sono spazi di relazione dove la comunità potrà incontrarsi e relazionarsi.

Katarina Wahlberg, Responsabile per l’Housing Sociale di Fondazione Cariplo, approfondisce alcuni aspetti economici e finanziari del progetto. Si tratta di un percorso di costruzione partecipata da parte della comunità, con alcuni alloggi destinati ai soggetti svantaggiati. Uno degli elementi qualificanti del progetto è la scelta di sostenere dei servizi di accoglienza temporanea che sappiano inserirsi in modo integrato e sinergico nel progetto più ampio. Le persone ospitate devono essere una risorsa. “Cenni di cambiamento” prevede infatti, accanto agli spazi residenziali, spazi per servizi che hanno una funzione di collegamento per il quartiere. Non è un posto in cui si va solo per dormire, ma si propone al contrario di promuovere una socialità ricca. L’obiettivo è quello di promuovere una piena integrazione con le politiche sociali del Comune.

L’intervento successivo è di Don Gino Rigoldi, il quale presenta “Abit@giovani”, un progetto di housing sociale diffuso che vuole allargare le prospettive sull’abitare e ricollocare la casa nella più ampia dimensione collettiva della vita del condominio, del quartiere e della città. Egli è infatti convinto che l’abitazione sia non soltanto una questione edilizia, ma un bene fondamentale che, assieme al lavoro, costituisce una condizione di partenza per fare progetti, costruire relazioni e alleanze, sviluppare il tessuto sociale. Gli insediamenti abitativi proposti da “Abit@giovani” sono disseminati nei quartieri di Milano e aperti alla progettazione partecipata, rivolti ai giovani della città convinti che l’intimità della propria abitazione non escluda l’apertura alla dimensione sociale del condominio e del quartiere. Le tracce del recente passato, come la convivialità e la solidarietà dei cortili milanesi, suggeriscono che l’individualismo e l’isolamento di molte famiglie possano essere superati ricominciando a progettare insieme un diverso modo di vivere la città e di progettare il futuro. Il progetto si propone di rendere disponibili mille alloggi sul territorio milanese, distribuiti per nuclei di prossimità. La prima fase del progetto è costituita da circa 250 alloggi oggi di proprietà di ALER e che ALER intende mettere a disposizione per l’attuazione del progetto.

Angelo Foglio, Responsabile Direzione Centrale Casa del Comune di Milano, illustra le linee di lavoro lungo le quali il Comune è impegnato in questo periodo sul fronte casa. Linee che si basano su due elementi: la conoscenza del patrimonio in possesso del Comune e la pianificazione di possibili percorsi di valorizzazione in un’ottica “sociale”. Obiettivo della politica sociale dell’amministrazione comunale è non solo monitorare le emergenze, ma anche conoscere il patrimonio in suo possesso per far sì che possa essere veicolo di costruzione di un sistema di relazioni con la città. Un passaggio teorico, questo, che è ritenuto fondamentale per dare pieno sviluppo alle politiche abitative inclusive. L’intervento successivo è di Felice Romeo, Rappresentante del Forum del Terzo Settore, che illustra il contributo portato dal privato sociale allo sviluppo di politiche abitative inclusive sul territorio milanese. Le realtà associative lombarde sono un attore fondamentale del welfare regionale. L’attuale difficile situazione economica e finanziaria, unita al dissesto delle finanze pubbliche, ha ulteriormente accentuato una crisi del welfare le cui origini sono ben più antiche. In tale quadro, gli obiettivi prioritari devono essere un’azione di contrasto alla politica dei tagli, ma ancor più un rinnovato impegno in una profonda riforma dei modelli di welfare fino ad oggi prevalenti. Il territorio milanese è ricco di energie e di volontà di cogliere questa sfida, è da qui che occorre ripartire per costruire un welfare che sia accessibile a tutti.

L’intervento successivo è di Lucia Castellano, Assessore alla Casa, Demanio e Lavori Pubblici, che sottolinea che al centro dell’azione della nuova amministrazione e in particolare del suo assessorato v’è stata la necessità di un utilizzo “sociale” del patrimonio pubblico. L’amministrazione in questo ultimo anno ha promosso una sistematica indagine sul patrimonio di proprietà dell’ente pubblico, per indagare in che modo i beni della collettività possano essere messi al servizio di funzioni “sociali”. L’obiettivo è quello di favorire la socialità e produrre convivialità tra i cittadini, sfruttando molti spazi disponibili che per troppo tempo sono stati lasciati nell’incuria.

Nell’intervento conclusivo, l’Assessore Pierfracesco Majorino sottolinea che, a fronte di quella che in molti casi si profila come una vera e propria emergenza abitativa, l’assessorato si è impegnato ad analizzare l’evoluzione complessa della domanda abitativa nella città di Milano. La collaborazione tra l’assessorato al welfare e l’assessorato alla casa è assolutamente fondamentale per costruire delle risposte adeguate alle sfide legate alla domanda abitativa. Visto il diffondersi di situazioni di disagio, appare sempre più necessario immaginare risposte diversificate a favore dei nuclei famigliari più deboli e più in generale dei segmenti di popolazione che si trovano in condizioni di fragilità. L’alleanza tra pubblico e privato, importante per il miglioramento di tutti gli ambiti di azioni del welfare, è ancora più significativo sul fronte dei bisogni abitativi. Tale alleanza si basa sull’attivazione di tutte le risorse esistenti sul territorio cittadino, con il diretto coinvolgimento delle Università, del privato sociale, delle fondazioni. Solo attraverso una reale alleanza tra tutti questi soggetti sarà possibile rispondere alle sfide che ci troviamo oggi davanti.

LA SANITÀ NELL’AREA METROPOLITANA

19.01.2013 Teatro Litta, Milano

 

Il 2° Forum delle Politiche Sociali si è chiuso con una giornata dedicata alla Sanità che ha avuto luogo il 19 gennaio al Teatro Litta di Milano.

L’Assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino ha aperto i lavori introducendo i temi per il dibattito e soprattutto ponendo l’attenzione sul rapporto tra politiche sanitarie e politiche sociali nell’area metropolitana milanese e sull’esigenza della loro integrazione.

Majorino ha esordito esplicitando l’esigenza che il Comune di Milano venga coinvolto nella organizzazione e pianificazione della politica regionale sanitaria non solo per l’area comunale ma anche per quella vasta metropolitana.

Majorino ha precisato che la partecipazione del Comune dovrebbe essere a titolo anche di quei soggetti che “non possono stare fuori dalla porta” riferendosi al terzo settore e agli operatori del sociale.

“I nuovi assetti regionali che risulteranno dalle prossime elezioni, a prescindere dal colore che avranno, devono rappresentare l’occasione per un confronto permanente e una riflessione condivisa tra le due istituzioni (Comune e Regione) sulla governance e la definizione della politica sanitaria di area metropolitana”, ha detto l’Assessore.

Majorino è passato poi ad elencare le necessità che più urgentemente chiedono una compartecipazione socio-sanitaria e ha anticipato i temi affrontati successivamente nel corso della giornata:

– necessità di continuità della presa in carico nell’assistenza sanitaria alle persone più fragili, soprattutto gli anziani

– necessità di realizzare le ‘Case della Salute’, centri di quartiere con medici 24 ore su 24 a disposizione dei cittadini

– necessità di dare libera scelta dei medici di base e dei pediatri ai cittadini

– necessità di messa in rete delle aziende ospedaliere per una sinergia tra gli operatori fuori dalla concorrenza

– necessità di mettere in rete i centri di ricerca milanesi

– necessità di definire il rapporto tra la sanità e le università di Milano

– necessità di definire congiuntamente dal punto di vista sociale e sanitario il piano di governo del territorio (si consideri ad esempio la questione di vietare il fumo nei parchi per bambini)

– necessità di tenere presente la Carta dei Diritti della Salute stesa dall’amministrazione comunale che mette al centro il cittadino con il suo diritto alla cura e a partecipare alle scelte e alle decisioni da prendere sulla sua persona in ambito sanitario

 

L’intervento di Alberto Maspero, del Board dell’Assessorato Politiche Sociali e Cultura della Salute del Comune di Milano, ha affrontato il tema dell’evoluzione dell’ospedale nell’area metropolitana ponendo l’accento sull’esigenza di avere presente un quadro stabile della popolazione della metropoli milanese, della popolazione sanitaria in quest’area e delle variazioni che stanno avvenendo nell’ospedalizzazione.

Maspero ha riferito dati importanti (il quadro completo si trova nel documento allegato in cartellina al convegno e a questa relazione: “Area metropolitana Milano, ricoveri ospedalieri in regime ordinario. Anni 2000–2010). Riportiamo alcuni degli aspetti considerati:

– la demografia dell’area metropolitana

– gli indicatori demografici (in crescita gli ultra sessantacinquenni)

– i ricoveri in regime ordinario nell’area metropolitana e i totali regionali

– i posti letto nell’area metropolitana

– i posti letto e i ricoveri per riabilitazione (in crescita)

– l’attrazione per i fuori regione (il 13% dei ricoveri ordinari, il 24% dei ricoveri in IRCCS -Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, cioè ospedali di eccellenza, il 40% degli interventi su cranio e midollo)

– i cambiamenti dal 2000 al 2010 per posti letto e ricoveri (ordinari, in IRCCS pubblici e privati)

– i punti nascita

– le neuroscienze (un’eccellenza milanese)

– la cardiochirurgia e l’emodinamica

Maspero inoltre ribadisce quanto già messo in luce dall’assessore Majorino parlando della necessità di una sola ASL metropolitana che contenga tutte le aziende ospedaliere e di un piano sanitario che preveda sinergia e non concorrenza tra le varie realtà sanitarie operanti sul territorio milanese.

Walter Bergamaschi, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Niguarda Ca’ Granda di Milano, ha esposto il tema della necessità di fare rete tra le aziende ospedaliere ponendo l’accento sulla necessità di differenziare le strutture ospedaliere milanesi in hub e spoke.

Il direttore ha sottolineato l’importanza di una stretta collaborazione tra politiche sanitarie e sociali per quanto riguarda l’esplosione delle cronicità che prevedono, fuori dai fenomeni di acutizzazione che vengono ospedalizzati, una presa in cura di rutine che può giovarsi di un supporto di tipo socio assistenziale.

L’intervento di Gianluca Vago, Rettore dell’Università degli Studi di Milano, è stato imperniato sul tema della formazione e della didattica medica.

Il rettore ha parlato di una preparazione degli studenti che escono dalle università italiane molto alta dal punto di vista teorico e molto debole invece sulla professionalizzazione. Questo accade ancora di più per le specializzazioni che formano specialisti teoricamente molto preparati ma con capacità operativa molto bassa. Gli studenti peraltro entrano negli ospedali a prescindere da una scelta didattica perché non esiste nessuna cornice formale che inquadri il rapporto tra università e ospedali. La convenzione della Regione Lombardia con le università lombarde infatti non è mai stata applicata.

Ai giovani medici usciti dall’università manca anche un adeguato approccio al rapporto medico-paziente. Su questo aspetto sono stati istituiti corsi universitari specifici che però “non trovano nessun riscontro nella pratica dentro gli ospedali”, dice Vago.

Il rettore ha poi parlato della necessità di formazione permanente per i medici perché quello che si insegna nelle università è soggetto a cambiamenti ed evoluzioni continui. I professionisti quindi devono imparare un metodo di studio dall’università ma continuare ad aggiornarsi in continuazione.

Il rettore indica anche come tema prioritario la scarsa capacità di intervenire nella valutazione della qualità della formazione degli studenti.

Alberto Mantovani, Direttore Scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas, ha parlato di ricerca a Milano.

Nella nostra città c’è una straordinaria concentrazione di ricerca medica che si posiziona nel 20% dell’eccellenza mondiale. Mantovani si chiede cosa potrebbe dare di più alla città di Milano il sistema di ricerca e, viceversa, cosa la città potrebbe dare di più a questa importante realtà che opera sul suo territorio.

Il direttore prende ad esempio in considerazione l’apporto fiscale di una realtà come l’istituto di ricerca Mario Negri che versa in tributi fiscali più di quello che riceve come contributi dallo Stato.

La città dovrebbe essere più user friendly verso il mondo della ricerca con anche iniziative attrattive (come la serata alla Scala in jeans per i ricercatori, ad esempio).

Mantovani affronta poi il problema del trasferimento della ricerca all’impresa che rappresenta solo il 19% di quello che invece viene trasferito in Germania.

Alessandra Kusterman, Direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Ostetricia e Ginecologia del Pronto Soccorso della Clinica Mangiagalli, ha affrontato il tema della ricerca ponendo l’accento sul problema che investire in ricerca non è sempre produttivo e che molti fondi che dovrebbero essere destinati alla ricerca finiscono in istituti di eccellenza che però non fanno ricerca. Bisognerebbe riclassificare gli IRCCS in base a un indice di impact factor al di sotto del quale vengano esclusi.

Gli istituti a carattere scientifico a Milano sono 18 e di questi solo 4 sono pubblici, sottolinea la Kustermann.

Anche la Kustermann auspica collaborazione tra IRCCS e non competizione nell’ottica del mettersi in rete.

Daniele Coen, Direttore della Struttura Complessa Medicina d’Urgenza e Pronto Soccorso

Azienda Ospedaliera Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, parla del pronto soccorso, realtà sanitaria che si colloca a metà tra ospedale e territorio.

Il pronto soccorso è un rilevatore molto sensibile e indicatore di quali risposte sanitarie, ma anche sociali, il territorio riesce a dare e quali no. Coen ribadisce la necessità di mantenere la rete di sicurezza del pronto soccorso fino a quando non ci sarà altro a sostituirlo e parla del grosso riconoscimento dell’importanza del pronto soccorso da parte dei cittadini.

Gli utilizzatori del pronto soccorso del Niguarda sono passati da 73000 nel 2002 a 93000 nel 2012 e questi numeri parlano inequivocabilmente di mancanza di risposte alternative sul territorio.

Negli ultimi anni, dice Coen, il pronto soccorso è molto cambiato:

– sono aumentati i pazienti anziani

– è aumentata la fragilità delle persone

– il problema della scarsità dei posti letto è cresciuta

– è aumentato il lavoro di diagnostica per individuare quei pazienti che necessitano veramente dei pochi posti letto a disposizione facendo da filtro ai ricoveri

– molti casi che arrivano in pronto soccorso sono acutizzazioni di cronicità

– sono aumentati i tempi di attesa (in 5 anni si è passati da 4 a 6 ore di media)

– è aumentata l’incidenza della scarsità di personale

– incide la mancanza di medici formati specificamente per il pronto soccorso (serve un progetto formativo)

 

 

Occorre, dice il Direttore, una medicina territoriale che possa realmente alleggerire il lavoro del pronto soccorso e le Case della Salute, previste anche dal Piano di Sviluppo del Welfare del Comune di Milano, sembrano necessarie ma non sufficienti. Coen porta l’esempio di alcuni casi su territorio nazionale (ad esempio Parma) dove le Case della Salute, seppure ben organizzate, non hanno diminuito gli accessi al pronto soccorso che continua ad essere il reale punto di riferimento per la popolazione.

Nella Tavola Rotonda “Continuità assistenziale: una nuova organizzazione dei servizi territoriali”, cui hanno partecipato Giovanna Bollini Dirigente della Direzione Infermieristica Tecnica Riabilitativa Azienda Ospedaliera Ospedale Niguarda Ca’ Granda, Luigi Campolo Primario di cardiologia Ospedale Niguarda, Rosaria Iardino Presidente Onorario Network Persone Sieropositive (NPS), Davide Lauri Medico di Base Cooperativa. Medici Milano Centro, Federico Robbiati Comitati x Milano, Alberto Scanni Medico Oncologo Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano, le Case della Salute sono state prevalentemente al centro del dibattito. Sono emersi alcuni temi su come queste strutture dovrebbero essere organizzate e su quali sono attualmente gli ostacoli più evidenti da superare:

– dovrebbero essere spazi dove curare la persona nel suo complesso in una visione olistica del paziente che tenga presente l’intero arco della sua vita, i suoi bisogni sanitari e sociali insieme e sappia indirizzare a percorsi sociosanitari educativi personalizzati

– dovrebbero essere anche centri informativi sulla rete dei servizi sul territorio

– dovrebbero ovviare al processo in corso che, a fronte dell’apertura di nuovi ospedali, vede calare i consultori, la centralità dei medici di base e l’attività preventiva

– dovrebbero garantire attività assistenziale nelle fasi più critiche come la convalescenza dopo le dimissioni dall’ospedale, soprattutto per gli anziani

– dovrebbero fornire prestazioni infermieristiche

– dovrebbero favorire il lavoro in team dei medici (attualmente riguarda solo l’11% di questi professionisti)

– dovrebbero dotarsi di un archivio informatizzato degli utenti–pazienti consultabile da ciascun medico del centro

– dovrebbero favorire la prevenzione

– dovrebbero ospitare operatori di diverse competenze tra cui anche assistenti sociali

– il problema degli spazi, seppure verranno messi a disposizione dal Comune, è quello dei costi di ristrutturazione che invece peserebbero sui medici

– il problema dell’età media dei medici di base piuttosto alta (50-60 anni)potrebbe essere un ostacolo

– il problema del modello organizzativo per i medici coinvolti (potrebbe essere quello della cooperativa)

Lucia Castellano, Assessore alla Casa Demanio Lavori pubblici del Comune di Milano, è intervenuta a proposito delle Case della Salute per dire che l’esigenza di queste strutture è emersa dall’ascolto dei comitati di quartiere. Si tratta quindi di una domanda ‘dal basso’ che viene dai cittadini e a cui il Comune sta rispondendo

La Castellano ha poi informato che la delibera per l’istituzione delle Case della Salute sta per arrivare in giunta comunale e che già si stanno incrociando le offerte e le richieste per gli immobili.

Mario Melazzini Assessore alla Sanità della Regione Lombardia, ha iniziato il suo intervento col dire subito che “la salute è un bene comune che deve essere affrontato dalle varie istituzioni in modo integrato, al di là del colore politico”. Melazzini ha asserito di tenere molto a che si aprano tavoli di confronto con questo fine.

C’è la necessità di accorpare le risposte sanitarie e sociosanitarie nel rispetto dell’unicità della persona e dei suoi bisogni. “Si deve passare dalla cura al prendersi cura”, ha detto l’Assessore

Il concetto di sanità integrata con continuità assistenziale garantita da operatori che non necessariamente siano medici trova però il primo ostacolo nei medici stessi che, ha detto Melazzini, “hanno sempre spinto per una sanità ospedalocentrica”.

Tuttavia la gestione della cronicità, ad esempio, è già attualmente in larga parte delegata al territorio nelle sue fasi di rutine, ha detto l’assessore.

La domanda di salute è cambiata e cambia continuamente, deve cambiare conseguentemente l’organizzazione della risposta favorendo una maggiore partecipazione del cittadino-paziente anche come fonte di informazione per la raccolta dei nuovi bisogni .

Gli strumenti sul territorio devono riuscire a dare risposte efficaci e a tal fine si deve identificare bene chi fa che cosa.

 

Nella sessione pomeridiana della giornata dedicata alla sanità il tema è stato: “I diritti del cittadino nella nuova realtà socio sanitaria”.

Allegata nella cartellina al convegno (e alla presente relazione) c’è la Carta dei Diritti per la Salute, un documento steso dall’Assessorato alle Politiche Sociali in collaborazione con diverse associazioni e personalità milanesi che hanno apportato i loro contributi e cambiamenti (peraltro riportati in neretto sul documento).

La carta vuole mettere al centro il cittadino-paziente con i suoi diritti di accesso ai servizi sanitari, all’informazione, al consenso, alla libera scelta, alla privacy, al rispetto dei tempi di cura, agli standard di qualità e di sicurezza, di poter accedere all’innovazione delle tecniche e delle conoscenze mediche, a evitare quando possibile il dolore, a un trattamento personalizzato, alle sue volontà di fine vita, al reclamo e al risarcimento in caso di danni subiti.

Dagli interventi dei relatori –Walter Locatelli Direttore ASL Milano, Elena Cattaneo Professore Università degli Studi Milano, Giorgio Lambertenghi Professore Università degli Studi Milano, Claudio Mustacchi Vicepresidente AICH Milano Onlus, Sergio Harari Direttore Unità Operativa Ospedale San Giuseppe Milano, Patrizia Spadin Associazione AIMA,- sono emersi prevalentemente i seguenti temi:

– la Carta dei Diritti della Salute è ispirata a quella europea dei diritti del malato ma sottolinea maggiormente il ruolo centrale del cittadino

– è stato citato il Cardinal Martini che già nel 1999 aveva parlato di una sanità che aveva perso l’etica della solidarietà in favore di chiusura e corporativismo e che considerava il settore sanitario come una qualsiasi azienda. Già allora il Cardinale parlava di rimettere al centro la persona

– la politica deve stare fuori dalla sanità, bisogna privilegiare criteri di professionalità e non di appartenenza politica nelle nomine

– l’antagonismo tra pubblico e privato: quest’ultimo è fiorito sulla forte burocratizzazione del primo

– il no profit impegnato su cronicità e fine vita è un patrimonio importante

– bisognerebbe proporzionare la partecipazione ai costi (ticket) al reddito

– occorre puntare di più sulla prevenzione che ha costi minori e risultati importanti

– si dovrebbe evitare l’accanimento terapeutico che, oltretutto, genera costi gravosi: occorre una regolamentazione in questo senso

– bisogna garantire cure gratis agli indigenti

– la spending review è già in opera nelle ASL con, per esempio, un’accurata attenzione agli acquisti

– la cosiddetta ‘sanità low cost’ (pubblicità offerte ecc) costituisce un problema perché non sta nella rete sanitaria e non è collegata alla medicina territoriale e professionale

– bisogna tenere presente il diritto alla cura delle malattie rare e all’informazione di questi pazienti e loro familiari (spesso le diagnosi in questi casi sono ancora difficili)

– il problema del fine vita per cui la legislazione in Italia risale agli anni 30 (il Comune di Milano ha in progetto il Testamento Biologico)

– occorre maggiore preparazione dei medici per la gestione dei rapporti con il paziente e i familiari nel dover comunicare brutte diagnosi e loro decorso

– bisogna riconoscere il ruolo dei care giving, soprattutto nelle malattie pesanti come l’Alzheimer, dal punto di vista della formazione (la maggior parte delle volte si improvvisano) e remunerativo (si tratta spesso di donne costrette a lasciare il lavoro)

– lo spostamento dell’Istituto Neurologico Carlo Besta da Milano a Sesto San Giovanni è considerato negativo da chi ne ha parlato: da una parte un’eccellenza mondiale viene sottratta a Milano, dall’altra le spese per lo spostamento sottrarrebbero fondi alla ricerca.

L’intervento di Francesco Longo del Cergas dell’ Università Bocconi ha in fine considerato l’altro pilastro della sanità insieme a quello dei diritti: la spesa

Dal punto di vista della spesa sanitaria, si è sottolineata la correlazione tra il tasso di crescita del Pil e quello della spesa sanitaria con un ritardo che va dai 3 ai 5 anni, ha osservato Longo. Le aspettative quindi non sono rosee per i prossimi anni.

I tagli lineari secchi sulla spesa sanitaria, lasciando invariati i servizi, puniscono chi è stato virtuoso e premiano gli inefficienti. La soluzione migliore, ha detto Longp, è quella di modificare i servizi accorpando strutture, tagliando posti letto e spalmando quanto più è possibile, per le malattie che lo permettono, la cura sul territorio: domiciliarizzazione, strutture intermedie di transitional care, upgrading delle RSA con posti letto per la sanità vera e propria, delega della cronicità agli ospedali piccoli periferici, sviluppo dell’attività ambulatoriale …

Una soluzione diversificata che impegna risorse maggiori di studio e di realizzazione e che mette al centro, anch’essa, la forte correlazione tra le politiche sanitarie e le politiche sociali in una condivisione di presa in carico della persona e dei suoi diritti ma anche della responsabilità della spesa pubblica.