INTRODUZIONE di Aldo Bonomi e Enzo Rullani
Premessa
L'economia
globale sta cambiando i distretti industriali dall'interno.
Per occupare i nuovi spazi, e non rimanere spiazzato,
ciascun distretto deve modificare i prodotti che fa, e
il modo con cui li fa, a partire dal nucleo su cui si
regge il suo vantaggio competitivo: le competenze esclusive
accumulate in un certo campo di "saper fare".
Prendiamo il caso del distretto di Montebelluna: se multinazionali
come Salomon, Rossignol-Lange, Nike si attrezzano per
essere presenti nel distretto veneto della scarpa sportiva
e dello scarpone da sci è perchè capiscono
che lì possono entrare in contatto con competenze,
idee, varietà e flessibilità non disponibili
altrove. Solo se queste capacità riusciranno a
riprodursi nel prossimo futuro, l'ingresso delle multinazionali
non significherà colonizzazione del distretto,
ma piuttosto espansione globale della rete di fornitura
e di mercato su cui possono contare le imprese ivi localizzate.
Per seguire questa evoluzione, tuttavia, il distretto
deve specializzare in modo sempre più fine le competenze
possedute e diversificare il loro campo di applicazione.
Seguendo questa strada, ad esempio, a Montebelluna si
è passati nel tempo dallo scarpone classico, in
cuoio, allo scarpone in plastica, dalla plastica agli
stampi che servono per darle forma, dagli stampi al CAD
usato per disegnarli, dal CAD alla prototipazione rapida.
E così via.
Non
si sopravvive restando fermi, ma cambiando continuamente
prodotti (ciò che si fa) e processi (il modo di
farlo). Ma, è difficile realizzare i cambiamenti
che servono quando riguardano non la singola impresa,
ma l'ambiente e le risorse collettive: come formare le
nuove professionalità che servono? Come integrare
in modo civile gli immigrati da impiegare nella produzione?
Come investire in risorse immateriali? Come governare
i processi di delocalizzazione, sfuggendo al pericolo
di avvitare tutta la subfornitura in una spirale di crisi
(come accade oggi al tessile abbigliamento)? Insomma:
la globalizzazione può anche essere un ottimo affare,
ma solo se le sue valenze positive non vengono bloccate
da "colli di bottiglia" che possano frenare
la trasformazione dei distretti esistenti e rallentarne
la velocità.
Ora è proprio di questo che bisogna preoccuparsi.
I sistemi locali, anche quando assumono forme altamente
organizzate sotto il profilo tecnico-produttivo, sono
in realtà formazioni acefale, prive di una "testa"
che possa progettare i cambiamento e organizzare il consenso
e le risorse necessarie per realizzarle. Ma per investire
in formazione, creare le infrastrutture, gestire l'immigrazione,
avvicinare la pratica del fare ai saperi della ricerca
e dell'istruzione superiore, irrobustire finanziariamente
le imprese occorrono decisioni collettive, prese da attori
collettivi che abbiano la capacità di guardare
al sistema nel suo insieme, progettandone le trasformazioni
ed intervenendo sui problemi che di volta in volta si
aprono.
L'economia globale, mettendo in concorrenza i diversi
sistemi locali che in essa coabitano, induce un drammatico
bisogno di autogoverno in ciascuno di essi. Autogovernarsi
vuol dire, infatti, riuscire ad affrontare i problemi
generati dal cambiamento competitivo, rispettando le specificità
che sono proprie di ciascun luogo e agendo nei tempi e
nei modi richiesti dal confronto concorrenziale. Per competere
bisogna che il potere decisionale non sia altrove, e non
sia distratto. E' bene invece che sia direttamente a contatto
con chi avverte il bisogno di ricerca e di professionalità,
con le imprese che chiudono e quelle che arrivano dall'esterno,
con le carenze infrastrutturali e dei servizi che emergono
in ciascun luogo.
