Piccole imprese: modello a grappolo per battere la crisi

Anno: 2011 | Giornale: Sole 24 Ore - Microcosmi

Difficile di questi tempi tenere lo sguardo basso verso il territorio e la composizione tecnico-produttiva del nostro sistema manifatturiero. Guardiamo in alto: a Wall Street , alla Bce, alla borsa, al governo, all’Europa. Timorosi che un pezzo di sistema ci cada in testa. Mi sono fatto un giro tra il popolo minuto dei produttori. Anche loro, come tutti, in stato di ferie vigili a fianco del loro capannone non sempre in attività. Facendo un artigianale stress test con gli artigiani. Chiedendomi e chiedendo che ne è, dopo tre anni di turbolenza e crisi che sembra non finire mai, del modello del capitalismo diffuso, delle Pmi, dei distretti e del made in Italy. Polarizzazione e rinserramento sono le parole chiave dell’anatomia e della fine di un “modello”. Intendendo con modello quel ciclo lungo, schematizzato dall’economista Guido Caselli, caratterizzato negli anni 50 e 60 dal fermento di un processo allo stato nascente, negli anni 70 dalla diffusione e dall’affermazione del gene egoista dell’impresa, per dirla alla De Rita, da aggiustamenti non radicali, per intenderci l’evoluzione dei distretti produttivi, negli anni 80/90, sino alla maturità e discontinuità nel nuovo secolo. Già nel 2004/05 si vedeva che il mondo era cambiato, mi raccontano che si lavorava il sabato e la domenica, si facevano doppi turni, e i margini continuavano a ridursi. Era cambiato il paradigma. La crescita dell’export era sintomo di una crescente polarizzazione tra chi aveva strumenti, risorse e visione per andare nel mondo e chi si accodava passivamente, come ultimo dei subfornitori. Smascherando i fattori di debolezza divenuti evidenti nel 2008: eccesso di localismo, sottocapitalizzazione e sottodimensionamento di larga parte della base produttiva. Ci aggrappiamo ai dati Istat con segno + sull’export, ma è realistico tener conto che sono numeri prodotti da un quinto delle imprese. E quattro quinti non esportano. Tracce di rinnovata speranza che il calabrone riprenda a volare si trovano scavando nella polarizzazione. Quelli che sono rimasti attaccati alle imprese leader, ai driver veloci e corsari da multinazionale tascabile, spesso sono riusciti a gestire con il capo-filiera l’acquisto delle materie prime, i settori finanziari, la logistica e l’accesso ai mercati internazionali. In alcuni casi l’impresa capo-filiera entra addirittura nel capitale delle molecole ad essa legate creando imprese a grappolo in grado di far fronte alla crisi senza perdere pezzi del processo produttivo. Evidenziando un salto di paradigma: la chiave delle reti di impresa non è più solo nella prossimità come per i distretti. Le filiere si modulano a geometria variabile. Rispondendo alla dura legge che ci dice che “non puoi pensare di approcciare dei clienti che ti chiedono un lavoro in un mese e tu non riesci a farlo nemmeno in due anni”. Non rimane altra alternativa che aggregarsi. Consorzi e reti possono essere percorsi interessanti per imprenditori orgogliosi. Orgoglio e individualismo proprietario che solo la durezza della crisi muta in un’antropologia del cooperar competendo. Non dimentichiamo che quel modello non è solo composizione tecnico-produttiva dell’impresa diffusa, ma era ed è basato per larga misura sul capitale sociale del soggetto artigiano, imprenditore, progettista, tecnico, operaio…E’ al mutamento antropologico dell’”animale imprenditore” che bisogna guardare per capire. All’esaurirsi del grande ciclo dell’individualismo proprietario che ha rovesciato l’egoismo vitale, servito a far nascere e crescere migliaia di imprese, nella solitudine dell’imprenditore. Un imprenditore da solo, e costretto a produzioni sofisticate, non sta più nel mercato. All’eccesso di localismo che porta con sé il rinserramento di prossimità nel già conosciuto. L’avere un numero ridottissimo di committenti, il più delle volte localizzato nel raggio di pochi chilometri, che una volta produceva velocità e flessibilità, in tempi di simultaneità a reti lunghe significa marginalità. Alla sottocapitalizzazione e alla mancanza di mezzi finanziari adeguati per sostenere riconversioni produttive decisive per la sopravvivenza. Sono tempi di Basilea 3. Da una parte abbiamo aziende deboli e dall’altra un sistema del credito troppo spesso attratto dalle sirene della finanza creativa non in grado di accompagnare sofferenze e investimenti. Ci sono entrambi: quelli che chiedono denaro per sopravvivere e quelli per innovare. Infine occorre guardare alla continuità aziendale e al passaggio generazionale che spesso si è tradotto nella vendita dell’azienda o nella sua chiusura. Non è solo il problema della trasmissione dell’azienda ai figli che rimanda alle difficoltà del capitalismo familiare. Non è solo il tempo della crisi che scoraggia ad andare avanti. È un passaggio culturale ben più profondo che desertifica distretti storici non più in grado di riprodursi. È la scomparsa del soggetto imprenditore o operaio dal racconto sociale, a vantaggio dell’individuo consumatore, dei giovani consumattori, quelli che recitano consumando e si rivoltano per consumare, che ha entropizzato ed esaurito gli elementi valoriali e culturali delle comunità locali che erano al lavoro per il benessere. Il paesaggio è cambiato: meno capannoni e più ipermercati, meno scuole tecniche e più discoteche. La musica è cambiata. Non è più il “rumore della tessitura che non si ferma mai” che il Premio Strega Edoardo Nesi ci ricorda “è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninna nanna”. Almeno Prato ha avuto la forza di avere orecchie e occhi attenti a cosa succede quando in un distretto si ferma la musica: l’apocalisse culturale dello star sospesi tra ciò che non è più e ciò che non è ancora. Facendo un paragone ardito, occorre ascoltare quel rumore di fondo che nell’Inghilterra, tutta terziario e servizi e giovani consumatori emigranti di seconda e terza generazione, produce il luddismo dei ghetti esclusi dal consumo. Così nella nostra Italia manifatturiera del capitalismo territoriale occorre prestare attenzione al silenzio “della tessitura” e al mutismo dei nostri due milioni di Neet, giovani senza impiego e senza studio. Il modello del capitalismo diffuso è giunto al picco della maturità. Come abbiamo visto può ancora ripartire trainato dalle reti lunghe delle multinazionali tascabili. Ma chi glielo dice alle agenzie di rating, quelli delle tre A, che se non sbaglio erano e sono i sacerdoti del ‘più finanza e più consumatori e tutto va bene’. Ci vorrebbero tanti racconti della nostra gente alla Edoardo Nesi che si trasformassero in urlo.