Nuovi modelli di capitalismo per crescere
Anno: 2011 | Giornale: Sole24ore - Microcosmi
Giuliano Amato domenica scorsa su questo giornale ci invitava a puntare sulla specificità italiana per attraversare la crisi. Rafforzando la tesi di Ferruccio De Bortoli (Corriere della Sera dell’11.09) che “ce la possiamo fare anche da soli”. Condivido. Da una mobilitazione dal basso dei microcosmi italici e delle energie vitali per attraversare la crisi. Confortati dai dati Istat di questa settimana, visti verso il segno più, che mostrano la tenuta del made in Italy nella globalizzazione. Ma se la transizione è epocale e riguarda modelli di crescita e di sviluppo, sono convinto che ce la potremo fare se la talpa del cambiamento saprà scavare fino a toccare le radici antropologiche dell’economia. In un paese rimasto un mosaico di capitalismi diversi nati da culture locali oggi stressate dai flussi della transizione globale che appaiono sempre più polarizzate dal punto di vista territoriale. Oggi convivono sette antropologie produttive che in metamorfosi costituiscono il capitalismo italiano come intreccio di tre lunghi cicli, il fordismo della grande fabbrica, l’impresa molecolare e oggi il capitalismo delle reti.
Sarà importante capire se ciò che resta dell’antropologia della grande fabbrica, originata dalla doppia radice del fordismo soft olivettiano e da quello hard della Fiat precipiti soltanto nella polarità tra la nuova Fiat fattasi flusso deterritorializzato e la Fiom, oppure se la ex company town torinese sappia essere piattaforma produttiva attrattiva che reagisce alla trasformazione. Quanto cambia Milano che pur essendo sempre stata città intermedia tra l’identità di capitale industriale, del commercio e delle professioni, oggi deve decidere se e quanto divenire veramente global city al servizio di uno spazio economico che quanto meno guardi al Nord Ovest e al nuovo triangolo dello sviluppo tra Milano, Venezia e Ancona. Occorre scavare nell’economia dei servizi, capire quanto il bacino del terziario riflessivo urbano cresciuto in tutte le aree metropolitane del paese, dalla città infinita milanese alla metropoli diffusa veneta, riesca ad esercitare o no una egemonia sulle culture del contado dominanti nel ciclo politico-culturale dell’ultimo quindicennio. Sarà centrale come cambierà l’antropologia a rete corta del capitalismo molecolare che ha fatto lo sviluppo industriale delle piattaforme produttive nella fascia pedemontana lombardo-veneta, culla della questione settentrionale. Un modello identitario centrato sulla prossimità da solo non tiene più. Questione non da poco se si guarda al fatto che accanto ad una élite imprenditoriale internazionalizzata, il grosso del capitalismo di popolo della micro-impresa rimane inchiodato ad un mercato domestico tendente all’asfissia. In discussione c’è anche quel modello emiliano che pur costituendo da tempo uno dei poli della crescita manifatturiera oggi vive problemi simili a quelli del capitalismo molecolare pedemontano e nordestino. Osservazione che vale a maggior ragione anche per quell’Italia di mezzo che a partire dalle virtù civiche comunali e dalla figura del metalmezzadro ha costruito il suo sviluppo senza fratture. La radice del malessere è culturale prima che economica ed è comune a tutte queste aree: orfani del fordismo, stressati del capitalismo molecolare, comunità dei distretti, comunitarismo veneto e pedemontano, buona amministrazione emiliana e virtù civiche del campanile hanno dato quello che hanno dato ma ora non bastano più. E se dal territorio si guarda al centro, è chiaro che un pezzo fondamentale della transizione riguarda Roma e come la capitale politica riuscirà ad emanciparsi dal suo essere città della burocrazia e brand turistico e completare una transizione a città dei servizi e delle nuove professioni. Fino a scendere in un Mezzogiorno che oggi costituisce questione non più solo in rapporto con la dimensione nazionale ma perché in cerca di un suo posizionamento di macro-area in una globalizzazione a medio raggio che potrebbe vederlo inserito in una regione balcanico-mediterranea che nonostante le turbolenze vanta tassi di crescita quasi asiatici. Guardare alla Turchia per imparare. Un riposizionamento oggi fatto proprio dalle punte avanzate delle sue élite come nel caso pugliese o nella siciliana Confindustria di Ivan Lo Bello. Cui tuttavia manca ancora la capacità di rendere riforma morale e intellettuale di massa il passaggio culturale dalla logica della dipendenza ad una dell’autonomia e del mercato.
E’ solo da un salto antropologico che segua questa mappa della modernizzazione incompiuta del paese che il “ce la faremo” può diventare realtà. Occorre una torsione in avanti fuori dai rifiuti tossici del ‘900 non solo per la politica ma anche per la cultura d’impresa e della rappresentanza degli interessi e del lavoro. Lo si inizia a vedere nello sforzo che le classi dirigenti delle città medie, l’Italia delle 100 città, sta operando per riposizionarsi da capitali dei distretti a “lobal city” ovvero città capaci di proiettare il locale nel globale. Giuliano Amato e Ferruccio De Bortoli ci invitano ad un patriottismo dolce. Lo stesso patriottismo dolce che ha caratterizzato l’azione delle parti sociali che si sono tutte mobilitate indicando al governo alcuni passaggi necessari per la crescita. Tutto questo non basterà se i prossimi temi dell’agenda delle parti sociali e delle istituzioni non inizieranno ad accompagnare il nuovo nella discontinuità antropologica del nostro capitalismo che cambia nella crisi.



