Il nord est reagisce all’incertezza con la carta-cultura

Anno: 2011 | Giornale: Sole24ore - Microcosmi

Il passaggio a Nordest è da tempo un must del sistema-paese. Per le sue imprese che il presidente degli industriali veneti Tomat segnala navigare a vista con un export che è cresciuto per lo più grazie ai rapporti privilegiati con la Germania. Ma come si sa Germania e euro sono temi delicati. Per le sue fibrillazioni politiche con Dario Di Vico che sul Corriere del 22/09 segnala il disincanto degli imprenditori leaders rispetto al leghismo e al berlusconismo. Prese di posizione che segnalano ben più di quel che dicono. A Nordest si gioca la carta della cultura a tre anni dalla crisi con l’incertezza sul futuro che scuote i pilastri di un ciclo lungo di civilizzazione materiale durato oltre un trentennio, fatto di capitalismo molecolare, Pmi e distretti. Se prima la questione era la proliferazione delle molecole produttive, ora il là lo danno le medie imprese che hanno fatto condensa e nuove parole d’ordine sono selezione e polarizzazione. Se prima le figure dominanti erano il metal-mezzadro e la famiglia messa al lavoro, ora lo sono figure del terziario e dei servizi alle imprese. A questi due soggetti si deve la presunzione, in tempi di incertezza, dell’idea di candidare Venezia e il Nordest a Capitale Europea della Cultura 2019. La “folle” idea di guardare così in là nel futuro segnala che a Nordest la posta in gioco è definire un nuovo patto progettuale perché il vecchio patto sociale manifatturiero che ha retto fino alle soglie del nuovo millennio è oggi in crisi. Era un patto basato in larga misura su soggetti e istituzioni del locale: impresa, famiglia, sindaco, ecc. con un modello di concertazione a rete corta. Un patto che legava le medie imprese internazionalizzate alla moltitudine delle micro e piccole imprese della subfornitura e che oggi è messo in discussione dalla polarizzazione tra questi due soggetti. E’ un passaggio culturale ancora prima che economico, nel quale alla centralità nel racconto sociale del soggetto imprenditore/artigiano/operaio tende a sostituirsi l’individuo consumatore meno propenso a riprodurre valori e culture di comunità locali sotto sforzo per il benessere. La Candidatura può offrire la cornice per ridefinire lo spazio di rappresentazione di un territorio aperto alla diversità; una Candidatura che non sia celebrazione del patrimonio storico-artistico ereditato dal passato ma evento in grado di tradurre questo enorme patrimonio in transizione alla contemporaneità. E allora la ridefinizione del rapporto tra Venezia e il resto del Nordest ne è il nodo centrale. Venezia è un brand globale, città-porta sul mondo che tuttavia ha vissuto l’ascesa del Nordest con sostanziale estraneità, più connessa al mondo che al suo entroterra. Nel costruire un rapporto di scambio con la cultura produttiva del Nordest “terragno” Venezia può costituirsi non solo come attrattore di flussi turistici dai nuovi paesi emergenti da redistribuire nel resto dei territori, ma soprattutto come città-snodo, polo dell’immateriale, della creative economy, dell’industria culturale e dell’intrattenimento al servizio delle piattaforme produttive nordestine, proprio a partire dalla sua dotazione di grandi eventi e istituzioni culturali. Perché la metropoli nordestina è una nebulosa urbana inconsapevole. Non è una città ma non è più solo una serie di localismi produttivi. Pur non avendone la densità culturale, associativa, istituzionale-regolativa è semmai una città che viene, un processo, un movimento reale che cambia lo stato di cose presenti. Riattualizzando più che rimuovendo quella vera e propria icona del capitalismo molecolare che è stato il capannone, riempiendo i vuoti del primo postfordismo, facendo opera di manutenzione del legame sociale e sutura del paesaggio. Paesaggio il cui ripensamento tutti mettono ormai in cima all’agenda. Una Candidatura da città-regione che non è tale perché limitata spazialmente al triangolo del Veneto centrale, ma perché capace di mettere in rete una offerta culturale che dal Festival Città-Impresa, al Festival dell’Economia di Trento, da PordenoneLegge alla Biennale, dal distretto culturale di Rovereto-Trento-Bolzano fino alle grandi mostre, presenta una offerta, un “hardware” culturale, che non ha nulla da invidiare per ricchezza e internazionalità a quello delle metropoli più blasonate. Una Candidatura che dovrebbe comprendere una trama di pochi temi, paesaggio, governance, multiculturalità, Europa, reti della mobilità, cultura d’impresa, dislocata nei territori con una logica di messa a sistema delle eccellenze che già esistono. Proprio per questo l’idea per essere “calda”, per dare speranza di futuro, deve avere come motore tre tipologie di soggetti tutti espressione della transizione in corso: una nuova composizione sociale “metropolitana” a cavallo tra professioni terziarie e élite culturali; i sindaci di quei centri medi e piccoli dell’urbanizzazione diffusa a cui è rimasto in mano il cerino acceso della qualità della vita e dello sviluppo; il nucleo di élite di neoborghesia a capo di quella media impresa globale che pur nelle difficoltà rappresenta il soggetto trainante dell’innovazione e dell’apertura del sistema economico. Questo, mi pare, il pacchetto di mischia che può affrontare il campo e giocare la partita della transizione e soprattutto costituire una comunità operosa che possa essere base sociale del processo di Candidatura. E non solo. Sono loro che in questi tempi di incertezza devono farsi élite dell’attraversamento se vogliono, come vogliono, pensare il Nordest che verrà nel 2019.