Communitas 45 – Il Mare corto

45

Communitas 45

Italia-Albania, storie di sviluppo e di cooperazione

Aldo Bonomi

Le quattro fasi dello sviluppo italiano. Aldo Bonomi

 

A premessa del mio intervento compio un paio di osservazioni relative al senso di questo incontro. Quando ho incontrato l’Ambasciatore e i Ministri, che ringrazio per avermi invitato qui, per preparare questa giornata essi hanno voluto sottolineare il carattere di scambio culturale di questi incontri sul Mare Corto (così io chiamo l’asse Puglia-Albania). Ebbene, da questo punto di vista ritengo che confrontarsi sul tema dello sviluppo in generale e di quello locale in particolare sia un modo per fare scambio culturale. Uno scambio che, almeno per me, si traduce in racconto e interpretazione della peculiare via allo sviluppo italiana, così da offrire materiale di discussione e, mi auguro, utile ad apprendere elementi utili per consolidare le visioni sul futuro dell’Albania.

La seconda premessa rimanda al mio incontro con l’amico Flavio Lovisolo a Milano qualche mese fa. Ricordo infatti di avere accettato con curiosità l’incontro e di avere ascoltato con grande interesse le sue parole cariche di esperienza. Parole di fronte alle quali mi sono domandato quale potesse essere il mio eventuale contributo. Non volevo, insomma, venire qui per fare una qualche lezione magistrale sullo sviluppo, quanto appunto riportarvi il senso di un’esperienza professionale che si misura con lo sviluppo locale da quasi un trentennio. Volevo evitare di trovarmi nella stessa situazione in cui mi sono venuto a trovare durante una recente visita a Shanghai quando un componente di una delegazione cinese mi ha posto la domanda “Ma voi, quando avete deciso di fare i distretti industriali? Come avete costruito il Nord est?” e così via. In quell’occasione non è stato affatto semplice fare capire a questi signori che Prato, Mirandola, Montebelluna o Como non sono stati “costruiti” con politiche dall’alto, governate dallo Stato o cose di questo genere. Non si tratta di progetti di urbanizzazione e di industrializzazione pianificati sulla carta, bensì il prodotto di derive storiche di lunghissimo periodo. Gli opifici tessili pratesi o comaschi sono vecchi di secoli, e cito questo caso perché si tratta di produzioni che c’erano anche in Cina, salvo che l’evoluzione dl tessuto produttivo all’interno delle vicende storiche è stato piuttosto diverso. Fatto è che gran parte dell’apparato produttivo italiano, in particolare del centro-nord, affonda le sue radici nella storia di tante comunità locali, nel rapporto tra città e contado e così via. Tutto ciò mi serve per dire che non sono venuto qui per invitare gli albanesi a copiare gli italiani, perché la vostra storia è diversa dalla nostra, così come lo è l’assetto socioeconomico attuale. Certo ciò non impedisce di apprendere reciprocamente elementi utili a tracciare prospettive di sviluppo e a delineare sentieri di cooperazione.

Volendo schematizzare sulla base della mia esperienza credo che il discorso sullo sviluppo possa essere inquadrato, soprattutto dalla fondazione degli stati-nazione, in tre processi che, nella loro dialettica, tracciano diversi possibili scenari. C’è un’innovazione dall’alto, quella governata in modo più o meno rigido dallo Stato con i suoi apparti politico-istituzionali e le diverse articolazioni burocratiche che stabilisce quale sia il modello da seguire . Ovviamente, e come ben sappiamo, non sempre dall’alto arriva “innovazione”, anzi questo può rivelarsi una cappa terribile. Diciamo che dall’alto può arrivare innovazione nella misura in cui la politica e le istituzioni più che “comandare” si limitano ad “accompagnare” la vitalità sociale ed economica, proprio perché se la comandano inevitabilmente la soffocano. Del resto è un po’ questa anche la morale politica della lezione di storia che ci ha proposto De Rita: la politica deve imparare l’arte dell’accompagnare i soggetti e deve uscire dalla pura logica di comando. C’è poi un’innovazione dall’alto che viene dalle grandi imprese (pubbliche e private). Da questo punto di vista l’esperienza italiana è significativa sino ad un certo punto. Voglio dire, il nostro modello di capitalismo ha avuto una breve, seppure intensa, stagione in cui la grande impresa, il modello fordista, è stata motore di modernizzazione per il paese. Parlo, in particolare, del periodo postbellico in cui imprese come FIAT, Montedison, Alfa Romeo, Olivetti, Falck, etc. e le imprese di stato raggruppate nell’IRI hanno rappresentato la spina dorsale della rinascita italiana e del cosiddetto “miracolo economico” degli anni ’60. Dico però che il massimo del fordismo è probabilmente quello espresso dal modello renano in cui grande capitale, grande sindacato, grande banca e lander hanno costituito una coalizione formidabile di co-governo dei processi. Ovviamente ci sono, in Europa, altri modelli come quello francese, a forte guida pubblica, quello inglese fortemente finanziarizzato-terziarizzato o quello anseatico in cui abbiamo il meglio del mix welfare-high tech. La caratteristica del modello italiano, e qui arrivo al terzo processo di innovazione, è la proliferazione dell’iniziativa privata “dal basso” con la formazione di centinaia di miglia di micro e piccole imprese che si sono evoluti nei distretti produttivi specializzati, sistemi di piccola impresa, oltre a migliaia di piccoli commercianti. Questo tessuto, in tempi recenti, si è trasformato con l’arrivo della globalizzazione, intendo in questo particolare contesto, l’apertura internazionale dell’economia. Molto in sintesi, questo nuovo scenario ha portato con sé: selezione, innovazione, riposizionamento del tessuto produttivo in una quindicina di piattaforme produttive, in cui è emerso il protagonismo di quello che io chiamo “capitalismo delle reti”, alludendo a tutti quegli attori che svolgono funzioni strategiche per i sistemi territoriali e perciò gestiscono risorse fondamentali per competere: reti infrastrutturali, reti finanziarie, reti informatiche, reti dell’energia e così via.

Ebbene, a proposito dell’Albania, da quel poco che ho capito sulla base degli incontri preliminari e di un po’ di dati acquisiti e, ribadisco, senza voler in questo modo suggerire l’esportazione di modelli, che qui di innovazione dall’alto ce n’è abbastanza. Energia, strade, aeroporti, reti, rimesse dei migranti (non dimentichiamo che anche questo è un flusso globale) mi sembrano risorse presenti. Così come mi pare che ci sia un dibattito costruttivo su come lo Stato debba fare due cose: primo l’accompagnamento di questo processo in Europa; secondo come ricostruire una struttura amministrativa decentrata. Aggiungo una terzo tema, se mi è permesso, fare attenzione alla debole innovazione dal basso. Se guardiamo ai dati che mi ha fornito Lovisolo vedo che in Albania sono attive 370mila impresine agricole (magari costituite da due vacche e un trattorino), 87mila microimprese del manifatturiero e un boom di imprese del commercio trainate dai flussi delle rimesse. L’innovazione dal basso mi sembra quindi piuttosto debole. Su questo versante mi pare però di poter dare un contributo utile alla discussione, se non altro perché sono tra quelli, con De Rita e pochi altri, che hanno sempre tenuto sotto osservazione e raccontato l’emergere di questo mondo misconosciuto.

Tornando alla genesi dello sviluppo italiano del dopoguerra, beh, devo dire che negli anni ’50 abbiamo potuto su una forte innovazione dall’alto. Le grandi imprese del Nord, concentrate nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova e quelle di Stato dislocate nel Mezzogiorno si sono riprese grazie alla spinta del Piano Marshall. Questa situazione aveva monopolizzato le politiche pubbliche, ma anche l’attenzione pubblica: lo sviluppo locale era veramente qualche cosa di marginale. Lo sviluppo di comunità, a parte pochi pionieri come De Rita, nato professionalmente come operatore di comunità, e figure come Danilo Dolci o Giovanni Mottura che accompagnavano le comunità agricole del Mezzogiorno nel loro sforzo di ottenere le risorse minime per sopravvivere al bracciantato, era poca cosa. Ma cosa facevano questi operatori di comunità? Facevano sviluppo rurale, si inerpicavano negli entroterra petrosi descritti da De Rita e si occupavano di elettrificazione, di acqua, di scuole, di rotazione agraria. Sono cose che ho ritrovato nelle chiacchiere con Lovisolo relative alle esperienze portate avanti qui dalla Cooperazione: si finanziano scuole, sanità leggera, modernizzazione agricola e così via. Non so qui, ma gli operatori di comunità degli anni ’50 italiani non contavano nulla, erano frati scalzi laici invisibili rispetto alla potenza dell’innovazione dall’alto. E non erano operatori che lavoravano solo nei contesti rurali, basti ricordare cosa erano i Sassi di Matera, oggi patrimonio dell’UNESCO, in quegli anni. A quel tempo la gente abitava dentro questi tumuli, queste caverne, e gli operatori di comunità si posero il problema di fare uscire questa povera gente e inserirli nella comunità dei cittadini materani. Mi pare questa un bella metafora di ciò che facevano gli operatori di comunità a quel tempo: rendere materialmente visibili persone che vivevano negli anfratti e nel sottosuolo per portarli alla luce del sole della modernità. In questi pochi giorno di permanenza qui a Tirana ho potuto vedere cose simili. Sempre sotto la guida di Flavio ho visitato gli interventi eseguiti nel quartiere Lapraka. Quando sono stato portati lì mi son detto: questi sono i Sassi di Matera di Tirana. Capite cosa intendo dire? Sono i Sassi di Matera di Tirana dove vive la gente venuta giù dalle montagne dell’interno in cerca di opportunità, che ha costruito fogne, strade, asili. Immagino che alcuni film italiani neorealisti che avete proiettato possano avervi dato un’idea di ciò che era l’Italia in quegli anni. Questo per dire che la rappresentazione culturale di queste cose è importantissima perché trasmette una memoria che altrimenti andrebbe persa o si fossilizzerebbe nei testi di storia. In quegli anni tutto noi eravamo attenti a ciò che accadeva nel triangolo industriale, ma vi garantisco, per quanto io sia nato proprio nel 1950 e quindi non abbia vissuto in prima persona il periodo, che c’era grande entusiasmo. Perché si era poveri ma ci si pensava in ascesa sociale e sulle soglie del benessere economico. Quando De Rita mi parla di quel periodo, rievoca gli entusiasmi di allora : “allora eravamo convinti di cambiare il Paese, di fare missione di comunità dentro un grande movimento collettivo, con dietro le grandi culture popolari, quella cattolica e quella socialista, culture che si facevano in quel momento motore di cambiamento”. Gli anni ’50 furono quindi un grande momento da questo punto di vista. Ma non fuori solo rose e fiori, anzi. E qui arrivo alla dialettica tra innovazione dall’alto e innovazione dal basso. A partire dalla fine degli anni ’50 infatti gli innovatori dall’alto ebbero la meglio relegando di fatto lo sviluppo locale in una zona d’ombra dalla quale è riemerso qualche decennio dopo. Di fatto dal cultura del fordismo, quella del triangolo industriale, è diventata culturalmente egemone provocando l’esatto contrario di ciò che gli operatori di comunità promuovevano nel Mezzogiorno: al posto della modernizzazione delle aree deboli si optò per la migrazione di milioni di lavoratori dal sud al nord. Questo fenomeno credo abbia qualche assonanza con ciò che è accaduto o accade anche qui in Albania oggi. Per ritornare alla cinematografia dell’epoca basti pensare a “Rocco e i suoi fratelli” o a “Mimì metallurgico”. In questo quadro la logica dello sviluppo di comunità e i suoi operatori diventano marginali, ridotto a “crocerossina” dello sviluppo che cercava di governare (si fa per dire) le conseguenze dell’esodo migratorio: spopolamento, impoverimento delle energie sociali, desertificazione culturale e così via. La logica fordista modernizzò il paese lasciando intatta, anzi approfondendo, una frattura tra nord e sud del Paese con la quale stiamo ancora a fare i conti oggi. Gli anni ’60 sono stati gli anni del boom economico che si è retto sull’industria del nord che ha attratto traumaticamente, con lo sradicamento, tanti braccianti del sud nelle fabbriche del triangolo industriale. Dopodiché gli innovatori dall’alto, quelli pubblici, hanno ben pensato di trapiantare parte della grande industria pubblica nel Mezzogiorno pensando in questo modo di compensare lo squilibrio determinato dal fordismo privato. Un tentativo di crescita a due velocità che si è rivelato fallimentare dal punto di vista del governo delle dinamiche territoriali. Lo dico proprio perché il Ministro ha citato i quattro sottosistemi territoriali: montagne, città, aree turistiche di costa e aree rurali. Beh, io dico, attenzione! Il governo equilibrato, complessivo della dimensione territoriali è fondamentale! Altrimenti si approfondiscono fratture magari già esistenti, così come accaduto da noi, dove anzi la frattura economica e sociale è diventata frattura politica. Attenzione quindi a manovrare con dolcezza la potenza degli interventi esogeni, quelli che magari fanno guadagnare consenso elettorale nel breve periodo, e a non sottovalutare la potenza dell’accompagnamento dolce, che porta benefici stabili nel lungo periodo.

Arrivo ora agli anni ’70, gli anni del ritorno sulla scena dell’innovazione dal basso. In Italia furono tre i soggetti che avevano compreso quello che stava avvenendo, e li voglio citare. Mi pare giusto. Uno lo avete appena ascoltato, è Giuseppe De Rita che, da operatore di comunità qual era torno al centro, a Roma, si mise a studiare le dinamiche profonde del paese, i suoi mutamenti viscerali. Scoprì i localismi, poi diventati nell’accademia distretti industriali. E fu proprio un professore come Giacomo Becattini a dare dignità accademica alle tante piccole imprese che nei territori competevano e cooperavano, coniugando sviluppo economico e coesione sociale. Erano imprese, come diceva Giorgio Fuà, altro economista del territorio, che erano altrettanti progetti di vita, non erano semplici molecole del capitale. Se chiedete a De Rita “Chi fa lo sviluppo?”, lui vi risponderà “Fa sviluppo locale chiunque ritenga che fare impresa significa fare un progetto di vita. L’identificazione con l’impresa non è priva di rischi, evidentemente. Basti pensare ai fenomeni estremi accaduti ancora recentemente sulla scia della crisi in alcune aree del paese, dove piccoli imprenditori che non ce la facevano a reggere all’urto della selezione del mercato hanno subito crolli personali drammatici. Tanto è simbiotico il rapporto tra persona e impresa.

Istituzionalmente siamo sempre andati avanti in una specie di schizofrenia. Fino a dieci anni fa c’era un patto non scritto, ovvero il federalismo, che affidava «allo stato centrale e ai partiti il rapporto con la grande impresa pubblica e con la grande impresa privata; alle banche l’interesse nazionale; alle regioni il rapporto con i piccoli». Per fortuna che c’era quel patto, perché ha fatto sì che l’Italia abbia «tenuto» e sia cresciuta: l’Italia dei distretti, l’Italia del territorio. Il dialogo era con FIAT, con IRI e con le tre banche principali. Nel frattempo, dentro al capitalismo molecolare, crescevano tante piccole banche di credito cooperativo, tante banche popolari e milioni di imprese e microimprese. Poi questo patto non scritto si è rotto ed è rimasto il capitalismo di territorio, che ha continuato a crescere e che oggi supporta la sfida della globalizzazione. Non sono più FIAT o IRI a competere nella globalizzazione, ma i soggetti di quel capitalismo di territorio, di quel patto non scritto.

Ma da un po’ di tempo i distretti non esistono più, o perché sono implosi verso il basso (erano distretti dove, a essere competitivo, era unicamente il costo del lavoro e l’autosfruttamento: a Carpi, per esempio, c’era il distretto della maglieria, ora in mano ai rumeni e ai cinesi) o perché, fortunatamente, sono esplosi verso l’alto.

Dentro i processi di globalizzazione il capitalismo di territorio si è però evoluto, e oggi è composto, in primo luogo, da un capitalismo di medie imprese. Se non siamo falliti come sistema-paese lo dobbiamo a 3.500 imprese che ne controllano altre 135 mila. È il cosiddetto «capitalismo a grappolo». L’impresa italiana non cresce? Se c’è il capitalismo a grappolo vuol dire che le imprese sono cresciute. Il problema è che sono cresciute all’italiana, non concentrandosi dentro le mura e facendo la grande impresa, ma crescendo dentro ai distretti in cui è avvenuto un processo di verticalizzazione e selezione.Le medie imprese acquistano «fuori dalle mura» il 70 per cento delle merci e dei servizi. Il vero problema è che le medie imprese sono cresciute aggregando o acquistando altre imprese similari o competitor, e che acquistano fuori dalle mura dentro un capitalismo di filiera. Fuori dalle mura ci sono le piccole e medie imprese, gli artigiani e il sommerso. Il sommerso non sta solo a Napoli, sta anche nella pedemontana lombarda e nel Veneto. Purtroppo non è una patologia ma una funzionalità. Se si ricostruisce il ciclo della filiera vediamo che dentro ci sono questi elementi: medie imprese leader, piccole imprese, «pulviscolo artigiano» e sommerso. Le filiere portano lontano e partono da lontano. Partono per esempio da Valdagno, come nel caso della Marzotto, con la testa a Milano, pezzi del ciclo produttivo e di filiera nel Nord-Est per finire, successivamente, in Egitto e in India. Le filiere sono ormai transnazionali. Il capitalismo di filiera si è irrobustito dentro la dimensione territoriale e sta avendo una fenomenologia molto interessante dove è in atto un conflitto tra aziende «molla» e aziende «trivella».

Le aziende «molla» sono quelle imprese dove non conta la dimensione ma che, posizionate dentro la filiera, hanno capito l’importanza di agganciarsi con chi va dal locale al globale e poi torna indietro. Chi sta dentro quella filiera sta benissimo, indipendentemente dal settore merceologico. Per queste imprese la rete di commercializzazione e di penetrazione globale è fondamentale. Le aziende «molla» sono dentro la filiera. Le aziende «trivella» sono invece quelle che hanno ancora il mito che sia possibile riprodurre automaticamente la proliferazione capitalistica sul modello capannone-villetta-BMW-in-garage, ovvero il modello tipico del capitalismo di territorio che oggi è in difficoltà. Lo scontro è tra questi due tipi di impresa. La bandiera del capitalismo molecolare è il capannone. Mentre il problema oggi è fare aggregazione (e non un altro capannone!) facendo, quindi, «molla». Questo è stato sedimentato dal modello di territorio. Se nell’economia delle nazioni completavamo la stessa con un mercato interno e un mercato europeo partendo dai distretti e, a sua volta, la rete era un mercato nazionale, oggi la condensa avviene in quello che chiamo «città infinita», ma che si può indicare anche con «piattaforme produttive».

Ho analizzato l’asse che va dall’aeroporto di Malpensa fino all’aeroporto di Orio al Serio con Milano: 4 milioni di abitanti, 3 milioni e 800 mila autoveicoli. Tra breve il rapporto sarà tale che ci saranno o gli uni o gli altri. In quella zona c’è una fabbrica enorme, solo che è dentro alle filiere, alle imprese e così via, e deve essere ricostruita dal punto di vista sociale e della rappresentanza. Lì le persone non sono rappresentate dal sindacato ma sono una piattaforma produttiva con il più alto numero di sportelli per il lavoro interinale e il più alto numero di sportelli bancari. Se si prende quella piattaforma e la si quota nel mercato globale, si può notare che c’è un enorme numero di investimenti diretti all’estero sia in entrata sia in uscita. Ci si è sollevati dal territorio e dal localismo. Si è cominciato a fare condensa di sistema. Ritengo che se non siamo falliti è perché in questo paese esistono dodici piattaforme produttive, dodici geocomunità che competono nella globalizzazione.

Dobbiamo alle merci e al lavoro dei tanti capitalismi di territorio di queste dodici piattaforme produttive se non siamo falliti. Qui c’è un capitalismo di territorio fatto di medie e di piccole imprese, di artigiani organizzati in filiera. Qui comincia a crescere un rapporto tra sviluppo territoriale, sviluppo locale e funzioni metropolitane. Queste ultime sono quelle per cui si andava in città per andare in banca, soprattutto ora che le banche si sono alzate dal territorio. Ci sono banche «buone» che interagiscono con il territorio e banche «cattive» che non interagiscono con il territorio. È tutta qui la differenza. Il rapporto è tra le funzioni finanziarie e il territorio. Nelle metropoli c’è la produzione di conoscenza e c’è il terziario. Ugualmente, il terziario «buono» è quello che interagisce con il territorio e il terziario «cattivo» è quello che sta dentro solo ai flussi a «somma zero». Funzioni metropolitane sono la commercializzazione, il marketing, la pubblicità e la comunicazione. Le piattaforme produttive devono essere innervate da funzioni metropolitane. Questo è il vero problema, perché quel capitalismo – da solo – non ce la fa. Il rapporto tra città-regione e piattaforma produttiva è uno dei nodi da sciogliere nei prossimi anni. Importante è che ci siano almeno le strade. Non credo al fatto che si passerà alle reti telematiche. È auspicabile che vengano realizzate le pedemontane. Questo capitalismo è stato così animalesco da andare oltre la capacità dei servizi di seguirlo. Il capitalismo renano prosegue con la programmazione. Ma da noi questo non accade.

La lunga deriva del cambiamento non è mai un percorso lineare. E’ invece sempre costellata di fratture, divisioni, conflitti. Braudel e Polanyi le hanno chiamate “faglie”, proprio a indicare le discontinuità che nel corso di una lunga deriva hanno determinato una “grande trasformazione”. Discontinuità non solo nel senso di cambiamenti radicali rispetto ai precedenti assetti, ma anche nel senso di divisioni tra interessi, contrapposizioni tra stili di vita, conflitti tra differenti visioni del mondo.

Credo che anche l’Albania abbia intrapreso una piccola-grande trasformazione dopo il crollo del muro di Berlino. L’economia albanese, a partire dagli anni ’90, è interessata da più cicli di trasformazione, che accompagnano la lunga fase di deindustrializzazione seguita alla fine del regime comunista. Da una parte proseguono gli sforzi per definire assetti regolativi di un’economia di mercato e dotare l’Albania dei beni collettivi di base per la competizione economica (lo sviluppo del comparto energetico, della rete dei trasporti e del sistema idrico-fognario sono le priorità). Dall’altra parte i programmi si basano sullo sviluppo delle PMI, in un paese caratterizzato nel decennio chiusosi da tassi di crescita elevati (mediamente con una crescita del PIL annuo intorno al 6%), ma con un settore industriale ancora oggi poco sviluppato (il PIL deriva per il 43% dai servizi, per il 21,5% dall’agricoltura, l’8% dai trasporti, il 17% dall’edilizia e solo per il 10% dall’industria). I comparti maggiormente sviluppati sono il tessile e l’agroalimentare. Il primo è fortemente intrecciato (e dipendente) con l’economia italiana: nel 2008 l’Italia ha assorbito il 62% dell’export albanese, con un’importante componente di prodotti tessili, delle calzature e dell’abbigliamento, legati al subcontracting con le imprese italiane del settore. L’agroalimentare è in sviluppo e negli anni più recenti si è registrato un piccolo boom turistico. L’Albania si configura quindi come un pezzo di piattaforma produttiva adriatica in fieri. Base di questa piattaforma è l’asse di quel “mare corto” cui accennavo all’inizio e che separa l’Albania dalla Puglia per risalire da lì verso il centro-nord Italia e l’Europa continentale. Dall’esperienza italiana possiamo evincere che la costruzione di uno spazio di rappresentazione dentro la globalizzazione occorre tenere insieme tre aspetti, potremmo dire tre dimensioni che si intrecciano sul territorio:

-gli aspetti identitari, quelli più eminentemente legati alla memoria dei luoghi, fanno riferimento alle lunghe derive della memoria collettiva, una specie di comunità di destino alla quale le persone si richiamano e sapere da dove vengono. La questione dell’identità può apparire una questione secondaria, ma non lo è e credo che per voi sia evidente. Basti pensare al significato tragico che il termine identità ha assunto nella storia recente dei balcani. Si tratta di una questione che se dimenticata o rimossa si trasforma in un mostro ingestibile

-gli aspetti legati alla competizione, intendendo con ciò riferirmi all’organizzazione produttiva, alle sue intrinseche risorse modernizzanti quando governate senza eccedere nelle discontinuità. Mi rendo conto che per un paese impegnato a rincorrere il benessere economico sia difficile evitare le scorciatoie offerte da una globalizzazione (anche di provenienza italica) che ricerca le migliori condizioni locali per atterrare e distribuire opportunità di occupazione e sviluppo sociale, tuttavia occorre “mettersi in mezzo”, cioè accompagnare, armonizzare il contatto tra flussi e luoghi;

-gli aspetti legati alle funzioni, intendo con ciò quelle dotazioni di rete (infrastrutturale, logistica, informatica, di saperi alti, etc.) che permettono al paese e ai suoi territori di agganciarsi ai flussi della globalizzazione, senza i quali oggi si rischia di rimanere tagliati fuori dal mondo.

Tenere insieme queste tre grandi complessità credo sia il compito che oggi aspetta la classe dirigente, in Italia come in Albania. Ma, come potete vedere, non c’è un modello preciso da seguire, non c’è più né lo sviluppo a stadi, né un sentiero virtuoso da seguire in modo automatico (con l’aiuto di qualche algoritmo), come piace pensare a tanti economisti. Concludo dicendo che le mie brevi ma ricorsive visite in Albania rendono evidenti, all’occhio esterno, i cambiamenti in atto, un’effervescenza sociale e una voglia di fare che fanno ben sperare. Occorre concimare questi filamenti di futuro affinché sappiano trasformarsi in alberi dalle radici profonde e dai rami aperti sul mondo.