I Comuni-polvere custodi preziosi di cultura e identità
Anno: 2011 | Giornale: Sole 24 Ore - Microcosmi
Duemila microcosmi, 1936 comuni polvere con meno di mille abitanti sono a rischio di estinzione come luoghi della politica, da me intesa come democrazia di comunità per le forme di convivenza, in nome del furore iconoclasta dei costi della politica. Fosse solo una ricerca della casta per valli montane, per colline con la sommità turrita da borghi medievali, per bianchi paesini a picco sul mare, basterebbe una ironica difesa estetica e un invito alla politica a guardarsi dentro e soprattutto a guardare altrove. Ai padroni dei flussi, quelli che distribuiscono le 3 A, che nel loro sorvolare il mondo indifferenti ai volti e alle case che stanno in basso, evocano il triste nome delle 3A dei desaparecidos argentini. Giudizio arrabbiato di un ricercatore che pensa coi piedi andando per territori, si dirà. Confortato dagli editoriali, su questo giornale, di Guido Rossi, che non mi pare tenero né con le agenzie di rating né con i padroni della rete e delle comunità virtuali dei social network. Quello di cui stiamo parlando, i comuni polvere, sono ciò che resta di comunità reali dell’abitare e del vivere che interessano, volendo essere larghi, non più di un milione e mezzo di persone. Piccoli numeri, spesso silenti e luoghi dei sussurri più che delle urla. Facile capro espiatorio per una politica invasata, nella sua debolezza, da un economia che prescinde dalla storia e dalla geografia, dai soggetti sociali, ritenuti tutti utenti clienti e consumatori, e dal territorio visto come luogo dell’indistinto. Leggessero Thomas Mann quello della sagra borghese dei Buddenbrook e della Montagana Incantrata. Non pretendo la loro attenzione al recente sofisticato libro di Elena Alessiato, su Thomas Mann l’impolitico, appena uscito dal Mulino, che scava nello scontro tra “kultur” e “zivilizazion” già esplicitato nella Montagna Incantata nel duello del gesuita Nafta e l’illuminista Settembrini. Ma di questo stiamo parlando. “Cultura “, scrive Mann, “significa unità, forza, compostezza”, senso di comunità, “civilizzazione è invece addomesticamento, scetticismo, dissolvimento…”. Parole pesanti evocate nel 1914 scavando nella tragedia della guerra vista come scontro tra una questione tedesca, che si poneva come kultur, e gli alleati come civilization. Nulla di paragonabile al conflitto tra ciò che resta della comunità originaria della cultura dei piccoli comuni con la civilizzazione che viene dall’alto. Però vent’anni di dibattito politico italiano attorno all’identità avrebbero dovuto insegnare alla politica nostrana a mettersi in mezzo dolcemente, mediando tra kultur e zivilizazion. D’altronde la questione leghista, con la sua difesa a prescindere, spesso inventata, delle identità locali, e il resto della politica come sostenitore acritico della modernizzazione, avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Almeno ad evitare la contrapposizione feroce tra contado e città, tra la Vandea e Parigi e a capire il dramma che produce rancore nel ritrovarsi spaesati, senza paese quando chiude l’ufficio postale, il negozio di alimentari, il bar di paese e l’ospedale di prossimità. E adesso chiude anche il comune, il sindaco a cui andarlo adire a chiedergli di farsi sindacalista per difendere il territorio. A questo serve Thomas Mann. Se non basta leggessero il Pavese de “La luna e i falò” che scrive che “resta sempre lassù un paese” e che avere un paese significa già non essere soli. E se non basta ancora il Nuto Revelli de “Il mondo dei vinti”, storia di un popolo dell’abbandono, di un popolo che non c’è più, titolo di un lungometraggio della Fondazione che perpetua il suo lavoro minuto di inchiesta nei centotrentasette comuni polvere della provincia granda di Cuneo. Forse capirebbero che senza quel mondo dei vinti non ci sarebbe stato il passaggio dalle Langhe “terre della malora” alle langhe del Barolo, dell’enogastronomia, dell’università del gusto. Non ci sarebbe stato Carlin Petrini, che piace molto al politically correct, né Slow Food, nè Terra Madre che invade ogni anno il Lingotto dismesso, né EatItaly che apre negozi eccellenti dell’italian food a New York. Non ci sarebbe nemmeno la polemica sugli orti o il costruire che interessa l’Expo di Milano e assessori archistar come Stefano Boeri. Se ne deduce che a poco è servito ai molti politici ed operatori economici e culturali andare all’Expo di Shanghai e visitare il padiglione dell’Italia rappresentata secondo la tesi che better city e better life non fosse che il vivere e produrre italiano nella nostra “città ideale” che, dal Rinascimento in poi, è fatta dalle cento città, da più di ottomila comuni, compresa l’Italia borghigiana minuta dei piccoli comuni. Questo, oltre che la storia dei nostri distretti che hanno copiato alla grande, interessava e affascinava i cinesi del turbo capitalismo alla Confucio. Le nostre forme di convivenza, di coesione sociale, proprio quello che con indifferenza destiniamo alla dissolvenza. Invece di immetterle in quel ciclo iper moderno di cui ci riempiamo spesso la bocca parlando della green economy. Che sarà certamente nuove tecnologie per l’ambiente, Ict per andare oltre la prossimità e incorporare nelle merci il concetto di limite, di compatibilità ambientale, dalle automobili ai frigoriferi…, ma è anche soprattutto manutenzione del territorio, di ciò che resta, oltre la città infinita e le pedemontane, del capitalismo molecolare dei capannoni industriali-commerciali. Le terre dei piccoli comuni, appunto. Che andrebbero accompagnate ad andare oltre il rischio di essere solo “comunità assenti”, laddove il depauperamento demografico e l’organizzazione degli interessi locali sono ormai sotto la soglia minima di significatività sociale, o “ comunità rinserrate” nella nostalgia legata ad una eredità agrosilvopastorale che stenta ad interfacciarsi con il moderno, verso “comunità aperte” ibridate da vecchi e nuovi abitanti, tanti giovani per fortuna e spesso migranti, nuova composizione sociale che risale a salmone dalla pianura in cerca di case a prezzi contenuti e di ambiente altro dalla città infinita. Tracce di green community adeguate alla green economy che verrà. Per questo avevo pensato fossimo nella direzione giusta con la legge Realacci per i piccoli comuni, sottoscritta da 160 parlamentari bipartisan, approvata all’unanimità in Parlamento e in attesa al Senato. Altra contraddizione della politica di cui capisco sempre meno. Eppure la Val Susa, la Tav, tanto per rimanere ai piccoli comuni delle vallate alpine a agli eventi mediatrici, avrebbero dovuto insegnare che nella iper modernità i conflitti sono spesso di resistenza più che di supina accettazione della civilization delle reti e dei flussi. Mha! C’è da sperare che ci sia ancora tempo per mettersi in mezzo. Basterebbe, come ha scritto il Professore Onida sul Sole di martedì 23 agosto, scomporre e ricomporre i costi della macchina istituzionale dai costi politici e sociali. L’esperienza dei piani di zona tra comuni per il sociale ci insegna che si possono mettere assieme servizi risparmiando ed aumentando in efficienza. Il che gioverebbe anche alle comunità locali in crisi di identità, perché, come sappiamo, l’identità sta nelle relazioni e non nel rinserramento. Lasciando così intatte, e facendole crescere, le istituzioni di democrazia diretta, i tanti sindaci porta parola e sindacalisti del locale. Senza blaterare di un “podestà del locale” aggregato dall’alto con il rischio del proliferare di micro autority tecniche a costi molto più alti. C’è da sperare che lunedì a Milano i sindaci dei comuni polvere si facciano sentire, non per loro ma per i senza voce e per la “comunità che viene” che rappresentano. Da parte mia non poso che sussurrare alla politica questo racconto-ragionato.



