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		<title>La metamorfosi della Via Emilia per vincere la crisi</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 11:33:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come accompagnare la metamorfosi? Questo mi chiedevo, nel mio ultimo microcosmo (Il Sole 24 Ore dell&#8217;8 gennaio). Osservando che nel dispiegarsi del ridisegno complessivo del sistema capitalistico mondiale serva a ben poco illudersi che tutto torni come prima, fingendo prima di tutto con se stessi che non sia successo nulla. Quello che è in discussione <a href="http://www.aaster.it/la-metamorfosi-della-via-emilia-per-vincere-la-crisi/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come accompagnare la metamorfosi? Questo mi chiedevo, nel mio ultimo microcosmo (Il Sole 24 Ore dell&#8217;8 gennaio). Osservando che nel dispiegarsi del ridisegno complessivo del sistema capitalistico mondiale serva a ben poco illudersi che tutto torni come prima, fingendo prima di tutto con se stessi che non sia successo nulla. Quello che è in discussione alla fine è lo stesso concetto di crescita economica. Sia nel passare dal decreto &#8220;Salva Italia&#8221; a quello del &#8220;Cresci-Italia&#8221;. Sia per iniziare a traguardare un futuro possibile. Se vogliamo evitare la contrapposizione radicale tra crescita e decrescita, forse val la pena adottare la mediazione linguistica, che poi è teorico-pratica, del teorico dei sistemi Fritjof Capra, che scrive di una «crescita qualitativa» che parta «dall&#8217;aver cura di sé, dall&#8217;aver cura degli altri e dall&#8217;aver cura del mondo». Un&#8217;utopia per raggiungere la quale nessuno ha ancora tracciato la rotta sul territorio. Ma che, tuttavia, già si anima nelle tante eterotopie disseminate nei microcosmi territoriali e praticate da chi pensa &#8211; e non solo abita &#8211; il territorio. Consapevoli che il deserto lo attraversa solo chi ha ben in mente quale sia la Terra Promessa.<br />
Ad esempio, in quell&#8217;Emilia-Romagna che nella recente ed annuale classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita nelle province italiane ha registrato un forte balzo in avanti. In questa classifica le province emiliano-romagnole stanno tutte nelle prime venticinque posizioni e ne scalano complessivamente quaranta rispetto all&#8217;anno precedente. A cominciare da Bologna, prima assoluta e seconda nella categoria dei servizi, dell&#8217;ambiente e della salute. Per proseguire con Ravenna, quinta assoluta e prima nella categoria affari e lavoro. O Rimini, undicesima assoluta e prima nella categoria del tempo libero. Segnale, questo, che in mezzo alla tempesta vince chi tampona meglio le falle grazie al capitale sociale accumulato negli anni di vacche grasse. E che, in Emilia-Romagna, ci riescono meglio di tutti.<br />
Basterebbe, se fosse semplicemente una buriana destinata a passare. Se l&#8217;approdo fosse il porto da cui siamo partiti. Che non è così, purtroppo, ce lo dicono i numeri. Quelli di Guido Caselli di Unioncamere Emilia-Romagna. Che raccontano come i circa 32mila posti di lavoro in meno complessivi siano frutto della somma algebrica tra i 41mila nuovi occupati over 35 e i 73mila nuovi disoccupati under 35, così come dei 25mila nuovi disoccupati stranieri. Che ci dicono che i settori che crescono maggiormente in termini assoluti sono la ristorazione (i bar) e l&#8217;assistenza sociale. Mentre le prime tre tipologie d&#8217;impresa per crescita percentuale &#8211; sebbene i numeri siano ancora piccoli &#8211; sono la gestione delle macchinette da gioco, le attività di chi fa tatuaggi e piercing e quelle che si occupano di garanzia fidi. In quello strano mix tra cura e distrazione di massa tipico delle economie di crisi. E ancora, i numeri della Cgil regionale che mostrano impietosamente come ormai solo il 14% dei contratti stipulati sul territorio regionale sia a tempo indeterminato, contro il 30% del 2007. Segnali, per citare le parole del presidente di Unindustria Alberto Vacchi, di un «fenomeno strutturale», in cui «la crescita, se c&#8217;è, è senza occupazione».<br />
Data l&#8217;emergenza ci si aspetta molto da Monti e dalla sua innovazione dall&#8217;alto e negoziazione nella crisi europea. Ma molto dipenderà dall&#8217;innovazione dal basso. Da dinamiche istituzionali, economiche e politiche di prossimità nei comuni, da quelli polvere a quelli medi, dalle politiche delle città verso le smart city, dalle regioni che sono delegate e prossime all&#8217;economia reale.<br />
La Regione Emila-Romagna ha, qualche mese fa, firmato con tutti i protagonisti sociali del lavoro, dell&#8217;impresa e dell&#8217;associazionismo un «patto per la crescita intelligente, sostenibile, inclusiva». Che molto assomiglia, non solo nel lessico, a un&#8217;ipotesi di crescita qualitativa come sostenuta da Fritjof Capra. Che altro non è, per l&#8217;appunto, un modo di aver cura di sé (la crescita intelligente), degli altri (inclusiva) e del mondo (sostenibile). Si tratta di un patto che mira, cito testualmente, a «proporre un cammino di rinnovamento economico e sociale» per i territori regionali. In altre parole, per accompagnare nel territorio emiliano-romagnolo la metamorfosi verso il mondo nuovo del dopo crisi.<br />
La prima cosa che balza all&#8217;occhio, leggendo questo documento, è che la parola che lo anima sia &#8220;crescita&#8221;. Una crescita fondata su una nuova sintesi tra sapere, green economy e made in Italy. Con la consapevolezza che bisogna puntare sul legame tra i nuovi professionisti del capitalismo cognitivo e quelle imprese manifatturiere a medio e alto contenuto tecnologico che sono oggi 1/5 del totale e che occupano 1/3 della forza lavoro. Così, oltre al rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga, si punta a far raggiungere alle attività di ricerca e sviluppo il 3% del Pil regionale, attraverso un&#8217;azione comune tra pubblico e privato per accedere sempre più ai finanziamenti europei, l&#8217;unico posto in cui attualmente ci sono soldi pubblici veri e non spostati da un capitolo di spesa all&#8217;altro. E ancora: si punta ad attuare il pieno sviluppo di una filiera delle energie rinnovabili e dell&#8217;efficienza energetica, attraverso gli accordi con le multi utility territoriali e con i tecnopoli presenti sul territorio regionale; si finanziano le reti d&#8217;impresa, nelle loro diverse forme giuridiche, per favorire l&#8217;internazionalizzazione delle piccole e medie imprese; si accelera la realizzazione delle opere pubbliche programmate, predisponendo contestualmente il piano per la banda ultralarga; e infine, si punta alla riforma del mercato del lavoro, agevolando le imprese che assumono giovani con un contratto a tempo indeterminato e mettendo ulteriori risorse sui contratti di apprendistato e sul sostegno alle politiche di conciliazione per favorire l&#8217;occupazione femminile.<br />
I prossimi anni ci diranno se il Patto per la crescita emiliano-romagnolo sia stato solo un libro dei sogni o la traccia di una metamorfosi possibile.</p>
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		<title>Dalla green economy le opportunità per Pmi e territori</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 12:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si ricomincia. Con incertezza, fatica e anche un po’ tanta paura del futuro. L’anno appena passato una cosa ci ha insegnato: l’attuale fase economica, politica e sociale non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, tanto tutto tornerà come prima, quanto della metamorfosi. Il sistema sta diventando altro, quindi anche i soggetti che vi agiscono devono <a href="http://www.aaster.it/dalla-green-economy-le-opportunita-per-pmi-e-territori/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si ricomincia. Con incertezza, fatica e anche un po’ tanta paura del futuro. L’anno appena passato una cosa ci ha insegnato: l’attuale fase economica, politica e sociale non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, tanto tutto tornerà come prima, quanto della metamorfosi. Il sistema sta diventando altro, quindi anche i soggetti che vi agiscono devono radicalmente mettersi in discussione. Non basteranno microcosmi di puro racconto territoriale. Occorrerà scavare nella metamorfosi dei soggetti che fanno impresa e che sono al lavoro cambiando testa e pelle del conflitto, delle rappresentanze, delle forme della politica e del vivere sociale. Nella crisi e sulle sue possibili uscite sono all’opera tre ideologie. Altro dalle fedi secolari del 900, ma forme di pensiero ove collocarsi per cambiare. La prima sostiene che siamo di fronte ad una vera e propria crisi di sistema. Ad un deragliamento generale a cui va contrapposta un’alternativa che metta al centro il rapporto tra civilizzazione e natura. Si fonda su una critica radicale del capitalismo come sistema maturo, tutt’altro che avanzato, anzi avariato. Da qui la proposta del paradigma della “decrescita serena” non come forma di prosumerismo da lasciare alla libera scelta individuale, ma modello universale di un’altra società. A proposito dei miei microcosmi, con una battuta mi vene da pensare che per applicare la decrescita sistemica nei nostri distretti o nelle piattaforme produttive della pedemontana lombardo-veneta o nella Via Emilia sarebbe necessario l’esercito o una deportazione di massa. Queste posizioni minoritarie e radicali alimentano anche le tesi di chi sostiene “ma perché dobbiamo pagare noi il debito?”. Tesi che non tiene conto che il default lo pagherebbero comunque le classi più deboli. Al di là delle battute, terrei conto di queste ideologie non fosse altro che perché si sostanziano in quei cartelli agitati dagli indignati di fronte a Wall Street che urlano: siamo il 99 per cento. Evidenziano un interclassismo della moltitudine colpita dalla crisi: che va dai pensionati che si tolgono la vita, dagli operai agli impiegati, ai ceti medi sino ai padroncini del capitalismo molecolare che si suicidano a fronte del venir meno dell’impresa e del loro progetto di vita. Ci dicono che occorre mai dimenticarsi della questione sociale! La seconda posizione è quella che definirei della “morfina tecnocratica”. Sostiene che in fondo non è accaduto nulla, occorre compiere aggiustamenti strutturali dei mercati per accompagnare il sistema al suo equilibrio di mercato. Il tutto avviene in una crisi della politica che dopo aver espulso la società, dialogando solo con l’economia che si faceva finanza, non ha saputo cogliere l’occasione di ridisegnare il proprio ruolo in modo non ancillare rispetto all’economia e ai suoi tecnici. Da qui il mito del governo degli ottimati per attraversare la crisi. Sullo sfondo rimane la questione, su cui tutti concordiamo, che senza una politica europea, una democrazia europea compiuta (valga per tutti il caso ungherese), le tecnicalità, pur necessarie, da sole non bastano. L’attesa dell’Europa politica, se verrà e quando verrà, per i miei microcosmi è un passaggio non da poco. È evidente che l’ascesa di elite centrali e metropolitane, i nodi tecnici delle reti finanziarie lì stanno, segna per molti versi il tramonto del racconto e del protagonismo dell’elite diffusa del capitalismo molecolare dei distretti e delle piattaforme produttive. Non a caso, fiutando il vento, la Lega si è buttata subito all’opposizione in nome di un euro a due velocità, che li fa sentire molto tedeschi, e di un localismo anacronistico che suona molto come nostalgia di un passato simile a quella dei sostenitori della decrescita sistemica. Per i primi è il rimpianto del capannone, per i secondi di uno sviluppo senza i capannoni. Tra le ideologie radicali e quelle tecnocratiche, tra questi due poli, ci può essere lo spazio di una faticosa terza via? Dentro la metamorfosi di un capitalismo globale che si ridisegna -il capitalismo E’ crisi, come insegnava Polani mettendo bene l’accento sulla e- si può ragionare su un’uscita del dopodomani utilizzando il concetto di “green economy”. Concetto precocemente abusato, scatola semantica buona per tutti gli usi, con forti margini di ambiguità e sovrapposizione rispetto alle ideologie alternative sopra descritte. Green economy è in primo luogo il capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. È un discorso che incorpora il tema della sobrietà nei consumi e di una nuova strategia keynesiana di investimenti. Essendo una scatola semantica, l’idea va situata nelle condizioni reali del ciclo del capitalismo e spacchettata e smontata dall’interno. Infatti green economy, sul piano delle economie globali, significa anche una bolla finanziaria (la prossima?) con la finanziarizzazione delle commodites alimentari e l’accaparramento delle terre agricole per produrre bio gas o combustibili alternativi al petrolio. Non dimentichiamo che l’esplosione dei prezzi delle risorse vitali, il prezzo del pane, è stata una delle scintille della rivolta nord africana nell’anno appena passato. Ne esiste un’altra declinazione legata alle specificità territoriali e alle nuove forme dei lavori che riguardano la metamorfosi del capitalismo molecolare e quella dei lavoratori della conoscenza e delle nuove professioni senza ordini e senza tutela. Da una parte l’evoluzione del capitalismo molecolare come adattamento delle economie produttive di piccola e media impresa verso una maggiore efficienza energetica, una compatibilità ambientale delle produzioni, un’innovazione leggera dei processi produttivi e del design dei prodotti. Dall’altro l’uso dell’intelligenza sociale dei nuovi saperi , dalla creatività all’ecologia, alla rete, per alimentare come un intelletto generale questa metamorfosi produttiva e delle forme del vivere. Andando oltre la tendenza del “borghigiano” per pochi, estendendo la tendenza ad una miglior qualità della vita tipica dello spleen metropolitano, basti pensare al luddismo dei ghetti, alla rivolta delle banlieue e al proliferare dei comitati dei cittadini nelle metropoli. Occorre riprogettare e ridisegnare forme di smart city, altro dalla tendenza in atto delle megalopoli globali. Si tratta di pensare e cambiare dentro la terza rivoluzione industriale che spinga in avanti la discontinuità tecnologica e culturale. Occorre ripensare il ruolo del pubblico, la nuova centralità dei beni comuni, e un nuovo rapporto tra città e territorio. È forse un’utopia visti i tempi che stiamo attraversando. Mi pare una eterotopia intesa come luoghi ove l’utopia si fa possibile, per continuare a raccontare la metamorfosi dei miei microcosmi nell’anno che verrà.</p>
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		<title>Krìsis</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 13:14:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nota di edizione Marco Dotti &#160; Editoriale Aldo Bonomi, Passaggio d’epoca &#160; Per capire Marco Revelli, Povertà della politica, politica della povertà Michel Maffesoli, Apocalissi del consenso Michel Serres, Tempi di crisi Daniel Rigney, L’effetto San Matteo Paul Dumouchel, L’economia dell’invidia. Crisi, contagio, scarsità Andrea Tagliapietra, Il senso della fine ’Ala  Al-Aswany, Quando il Palazzo <a href="http://www.aaster.it/krisis/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nota di edizione</strong></p>
<p>Marco Dotti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Editoriale</strong></p>
<p>Aldo Bonomi, Passaggio d’epoca</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per capire</strong></p>
<p>Marco Revelli, Povertà della politica, politica della povertà</p>
<p>Michel Maffesoli, Apocalissi del consenso</p>
<p>Michel Serres, Tempi di crisi</p>
<p>Daniel Rigney, L’effetto San Matteo</p>
<p>Paul Dumouchel, L’economia dell’invidia. Crisi, contagio, scarsità</p>
<p>Andrea Tagliapietra, Il senso della fine</p>
<p>’Ala  Al-Aswany, Quando il Palazzo crolla</p>
<p>Andrea Zhok, Antropologia delle transazioni</p>
<p>Christian Marazzi, La prossima volta, il mercato</p>
<p>Maurice Godelier, La crisi delle scienze sociali</p>
<p>Massimo Borghesi, La fine di un sogno nato nel 68</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Alla ricerca di nuovi paradigmi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Serge Latouche, Come uscire dalla società dei consumi</p>
<p>Pierangelo Dacrema, L’economia del gesto</p>
<p>Anselm Jappe, Il denaro è diventato obsoleto?</p>
<p>Miguel Benasayag, Elogio del dono, elogio del conflitto</p>
<p>Giuseppe Guzzetti, Ricomporre l’assimetria tra moneta e economia</p>
<p>Noreena Hertz, Coop-capitalism: l’economia del noi</p>
<p>Fritjof Capra, Nutrire le comunità</p>
<p>Mauro Magatti, Dalla egoeconomy alla weconomy</p>
<p>Edmund de Waal, Il buon uso del tempo. Sul fare artigiano/1</p>
<p>Richard Sennett, Il buon uso del mondo. Sul fare artigiano/2</p>
<p>Eugenio Borgna, Verso una comunità di destino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Commento</strong></p>
<p>Marco Dotti, L’ostinazione del costruire e dello sperare</p>
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		<title>La scelta precaria di chi abbraccia la libera professione</title>
		<link>http://www.aaster.it/la-scelta-precaria-di-chi-abbraccia-la-libera-professione/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 09:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La manovra del governo tecnico scava nella composizione sociale del paese. Pensioni e casa (piccolo grande patrimonio) sono state le polarità. Rimane come un buco nero il tema di chi la pensione dubita di riuscire a metterla assieme e la casa di proprietà manco è in grado di pensarla: i giovani e il lavoro. Il <a href="http://www.aaster.it/la-scelta-precaria-di-chi-abbraccia-la-libera-professione/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La manovra del governo tecnico scava nella composizione sociale del paese. Pensioni e casa (piccolo grande patrimonio) sono state le polarità. Rimane come un buco nero il tema di chi la pensione dubita di riuscire a metterla assieme e la casa di proprietà manco è in grado di pensarla: i giovani e il lavoro. Il “Giornale delle Partite Iva” stima che i professionisti non regolamentati siano oltre tre milioni; più dei liberi professionisti “tradizionali” e più di artigiani e piccoli commercianti. Secondo l’Isfol sono 400.000 le false partite iva, lavoro dipendente mascherato. Un universo che ha vissuto il lungo ciclo del capitalismo molecolare immerso nel mito performativo della libertà del professionista autonomo, scalata al cielo in uscita dal rapporto di lavoro dipendente. Espressione di una rincorsa individuale al benessere e allo status in una società, l’Italia degli anni ’80 e ’90, percorsa da un individualismo proprietario e competitivo desideroso di emanciparsi dalle maglie del welfare e dalla presa della fabbrica fordista. La crisi fa da spartiacque anche per il complesso mondo delle professioni. La rivoluzione postfordista dell’impresa-rete ha allargato il novero delle attività terziarie che si sono autodefinite professioni allargando il mercato ma rendendo più difficile per Ordini e Associazioni presidiare confini deontologici e concorrenza interna. Oggi la crisi indebolisce la capacità del professionista di autoproteggersi dai rischi di mercato, nel vuoto di meccanismi collettivi di protezione sociale. Molti mercati terziari cresciuti sull’onda di una economia della leva finanziaria privata e pubblica hanno fatto “sboom”. Secondo una ricerca dell’Ires CGIL riappare la questione del welfare e persino della contrattazione, visto che il 55 % auspicherebbe di avere quella di secondo livello. Perché la crisi è di senso e di reddito: il 44,6 % arrivava fino a 15.000 euro annui e il 34,2 % dichiarava che la sua famiglia arrivava alla fine del mese con difficoltà. Lo dimostrano anche i dati sui giovani praticanti dove il malessere raggiunge i livelli massimi: per quasi il 40 % il praticantato non serve a fornire una formazione adeguata e oltre il 90 % è insoddisfatto della retribuzione, sulla conciliazione tra tempi di lavoro e di vita (74,4 %), riguardo alle prospettive di lavoro e carriera (61,1 %). Il fatto è che gli equilibri interni ai mondi professionali sono andati in crisi nell’arena competitiva del mercato. Fratturandone la composizione interna lungo tre blocchi generazionali e di genere. In basso il 20 % circa si sentono precari e a rischio di diventare professionisti-massa. In alto solo il 17,8 % costituisce l’élite degli affermati che riconoscono gli Ordini e animano le Associazioni professionali e sono capaci di dominare il mercato. In mezzo il vero magma da indagare: un 68,5% che dopo aver raggiunto la terra promessa dell’autonomia si sente senza protezione e in balia di un mercato e di una committenza verso i quali tende ad adattarsi al ribasso ritenendo di avere poche carte da giocare. E’ questa la <em>zona grigia</em> del professionista vulnerabile, dentro e fuori dai confini degli Ordini. Pur di migliorare le proprie condizioni di lavoro il 63,7 % sarebbe disponibile ad andare all’estero e il 40,6 % addirittura a cambiare professione. Si chiedono soprattutto politiche di protezione sociale rispetto al rischio malattia e disoccupazione; meno regolarizzazione e sostegni al reddito e alla formazione. Anche l’assistenza sanitaria rappresenta una sfera della cittadinanza da cui si sentono esclusi. E per la pensione il problema principale è il ricongiungimento dei contributi, a risarcimento di una vita fatta di percorsi lavorativi “patchwork”, surfando tra lavoro dipendente e partita iva. I professionisti sono isole senza arcipelago e soggetti in cerca di nuova rappresentanza. Oscillano tra voglia di nuova protezione sindacale e richiamo della foresta del riconoscimento corporativo. A Milano, la capitale italiana del lavoro professionale il 53,4 % è insoddisfatto di una rappresentanza conservatrice come l’attuale, scissa tra immobilità degli Ordini e neo-corporativismo delle associazioni professionali. In difficoltà nell’inquadrare soggetti non più ceto medio, non classe lavoratrice, sempre meno classe creativa. I dati Ires ci dicono che gli Ordini sono i principali destinatari di questo malessere: accusati di non saper regolare la concorrenza, non favorire l’accesso dei giovani, certificare poco le competenze. E il Governo si aspetta che questo motore immobile si autoriformi? Di fronte alla potenza delle trasformazioni in corso il dualismo tra Ordini e Associazioni schierate a tutela di autonomia e status e mondo sindacale che vede solo l’obiettivo della stabilizzazione, non regge più. Occorre individuare una nuova forma intermedia del fare rappresentanza che riconosca la natura irriducibilmente diversa del lavoro dentro la dialettica tra capitalismo personale e precariato. Sintetizzando nuove tutele, allargamento del mercato e abbattimento delle gerarchie corporative tradizionali. Puntando anche a forme cooperative di impresa professionale. Il professionista è animale metropolitano. Alimenta la protesta del micro-civismo dei quartieri fino a movimenti come Occupy Wall Street o gli indignati di Plaza Del Sol. Componenti dei nuovi ceti medi riflessivi, strati giovanili declassati, presi in una bolla incapace di assicurare i miti della generazione precedente, la pensione e la casa, si sono messi in moto costruendo nuovi spazi pubblici e premendo sulla politica. E’ sul fronte della nuova rappresentanza e della capacità di coalizzarsi per la società che viene che il lavoro professionale si giocherà le sue chance future come forza progressiva. Reimmettendo in circolo le energie di una generazione che al contrario rischia di essere ricordata più che altro per aver dovuto riscoprire la necessità di dover migrare per ricominciare a pensare il proprio futuro. Fino ad oggi bassa è stata la protesta, alto è stato il supporto delle famiglie che mi pare siano lì a fare i conti dell’Imu che verrà. E’ questa la sfida per il Governo: dare segnali di futuro per quelli da cui dipende il nostro futuro.</p>
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		<title>La quotazione di Vita, una storia oltre gli schemi. Un&#8217;eresia in borsa</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 14:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Editoriale Aldo Bonomi, Eretici capaci di costruire ponti Interventi Gaia Peruzzi, Le ragioni di una storia Riccardo Bonacina, Le ragioni di una scelta Stefano Zamagni, Pionieri di una nuova economia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Editoriale</p>
<p>Aldo Bonomi, Eretici capaci di costruire ponti</p>
<p>Interventi</p>
<p>Gaia Peruzzi, Le ragioni di una storia</p>
<p>Riccardo Bonacina, Le ragioni di una scelta</p>
<p>Stefano Zamagni, Pionieri di una nuova economia</p>
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		<title>Scrivere altrove</title>
		<link>http://www.aaster.it/scrievere-altrove/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 14:54:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Communitas]]></category>

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		<description><![CDATA[Editoriale Aldo Bonomi, Per un’antropologia del presente Sezione Prosa: L’umanità in mille (e più) parole Migena Proi, Memorie di una straniera Almin Alekic, La scala per il paradiso Irina Serban, Scaloppine ai funghi Nadia Eladai Alekic , Un attimo ancora Olga Khurs, L’angelo ritrovato Sarah Samih Soueidan, Il gatto e gli indifferenti Xhoziana Arapi Biba, <a href="http://www.aaster.it/scrievere-altrove/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Editoriale</strong></p>
<p>Aldo Bonomi, Per un’antropologia del presente</p>
<p><strong>Sezione Prosa: L’umanità in mille (e più) parole</strong></p>
<p>Migena Proi, Memorie di una straniera</p>
<p>Almin Alekic, La scala per il paradiso</p>
<p>Irina Serban, Scaloppine ai funghi</p>
<p>Nadia Eladai Alekic , Un attimo ancora</p>
<p>Olga Khurs, L’angelo ritrovato</p>
<p>Sarah Samih Soueidan, Il gatto e gli indifferenti</p>
<p>Xhoziana Arapi Biba, Il nodo della cravatta</p>
<p>Bianca Fartade, Tutto è perduto</p>
<p>Mohamed Malih, Shahrazad</p>
<p>Karim Metref, Fatima è troppo stanca</p>
<p>Leoreta Ndoci, I suoi occhi</p>
<p>Leticia Stanchi Pereira dos Santos, Desiderio innocente -</p>
<p>Fotografie</p>
<p>Sophie Bassolé, Ciao papà</p>
<p><strong>Sezione poesia: Ritmo, sincope, iperbole, metafora</strong></p>
<p>Rosana Crispin da Costa, Camminare &#8211; Dono &#8211; Identità &#8211; Non sono di mare</p>
<p>Mohamed Malih, Migranti &#8211; Settembre &#8211; Clandestino</p>
<p>Guergana Radeva, Fisica delle emozioni &#8211; Crocevie -</p>
<p>inVulnerabilità</p>
<p>Mimoza Sali, Lo spirito fluttuante &#8211; Spine di boccioli</p>
<p>non sbocciate &#8211; Intreccio di emozioni</p>
<p>Mijadin Demorovski, Alla mia Macedonia</p>
<p>Fathoumata Touré, Africa mia Africa</p>
<p>Xhoziana Arapi Biba, Notte &#8211; Ti amo libera &#8211; Sogno dolce sogno</p>
<p>Darien Levani, Quasi poesia quasi d’amore &#8211; Odio i partigiani</p>
<p>Sara Moustafa el Meligy, Fenomeno &#8211; Povero felice &#8211; Tempo</p>
<p>Carolina Navarro, Minatori &#8211; La mia terra &#8211; Marinaio straniero</p>
<p>Ivana  Pesic, Tempi di guerra &#8211; Ogni cosa &#8211; Angelo mioe</p>
<p>Vojsava Shpori, L’immigrante &#8211; Esodo &#8211; Quella notte</p>
<p><strong>Contributi Piccole storie della grande storia</strong></p>
<p>Luciana Anzalone, Torino Senegal</p>
<p>Roberto Baravalle, Gitanos di Spagna: video d’artista</p>
<p>Il cammino</p>
<p>Alberto Bosi, Siamo tutti migranti</p>
<p>Paolo Collo, Un libro importante e una proposta</p>
<p>Stefano Delprete, Domenica</p>
<p>Alessandra Demichelisi, Italia-Francia e ritorno. Storia di René</p>
<p>Filippo Falbo, Le ucraine &#8211; Lugano</p>
<p>Giandomenico Genta, Valorizzare la differenza</p>
<p>Anilda Ibrahimi, Nuto, il cantore del popolo</p>
<p>Tiziano Rossi, Bussare</p>
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		<title>Trenta volte incamminati</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 14:48:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nota di edizione Riccardo Bonacina   Storia di una Compagnia teatrale, e non solo &#160; Parte Prima. L’inizio Luca Doninelli           L’Atto di nascita Giovanni Testori per cominciare Quegli universitari in via Brera, 8 1983, il Post-Hamlet va in scena Parte Seconda. Una storia Arriva Branciaroli Con Testori fino alla fine I grandi spettacoli. L’impresa <a href="http://www.aaster.it/trenta-volte-incamminati/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nota di edizione</strong></p>
<p>Riccardo Bonacina   Storia di una Compagnia teatrale, e non solo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Parte Prima. L’inizio</strong></p>
<p>Luca Doninelli           L’Atto di nascita</p>
<p>Giovanni Testori per cominciare</p>
<p>Quegli universitari in via Brera, 8</p>
<p>1983, il Post-Hamlet va in scena</p>
<p><strong>Parte Seconda. Una storia</strong></p>
<p>Arriva Branciaroli</p>
<p>Con Testori fino alla fine</p>
<p>I grandi spettacoli. L’impresa Incamminati</p>
<p>Le nuove sfide</p>
<p>L’ultima tetralogia e altro</p>
<p>Conclusione</p>
<p><strong>Apparati</strong></p>
<p>Teatrografia</p>
<p>Trent’anni per immagini</p>
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		<title>I Beni della Comunità. Assets comunitari tra tradizione e modernità</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 14:40:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Indice Editoriale Aldo Bonomi, Una società può smarrire la propria ombra? L’attualità dei commons Giulio Sapelli, Commons, cioè libertà e diversità Francesco Minora, Proprietà collettive, nuova mission e ambiti di impiego Beatrice Marelli e Alessandro Gretter, Risorse comuni e attori sociali Marco Casari, La governance dei beni di interesse collettivo Riconvertire i beni  della comunità <a href="http://www.aaster.it/communitas-n-51-i-beni-della-comunita-assets-comunitari-tra-tradizione-e-modernita/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Indice</p>
<p><strong>Editoriale</strong></p>
<p>Aldo Bonomi, Una società può smarrire la propria ombra?</p>
<p><strong>L’attualità dei commons</strong></p>
<p>Giulio Sapelli, Commons, cioè libertà e diversità</p>
<p>Francesco Minora, Proprietà collettive, nuova mission e ambiti di impiego</p>
<p>Beatrice Marelli e Alessandro Gretter, Risorse comuni e attori sociali</p>
<p>Marco Casari, La governance dei beni di interesse collettivo</p>
<p><strong>Riconvertire i beni  della comunità maledetta</strong></p>
<p>Luca Zanfei, I beni confiscati come asset comunitari</p>
<p>Virginio Rognoni, Una legge intransigente</p>
<p>don Luigi Ciotti, Il segno della riconversione</p>
<p>Carlo Borgomeo, Restituire per ridare dignità</p>
<p>Michele Mosca e Salvatore Villani, Da beni confiscati a beni comuni</p>
<p><strong>I cantieri della nuova socialità</strong></p>
<p>Maddalena Bregani e Salvatore Porcaro, Cascine pubbliche a Milano, patrimonio da aprire</p>
<p>Andrea Pellegata , Il lavoro sociale con urbanisti e architetti</p>
<p>Paolo Cottino, Usi del riuso. Rigenerazione e competenze</p>
<p>Manuela Ricci, Welfare urbano, quale standard?</p>
<p>Fondazione Talenti, L’incontro dei talenti con i carismi</p>
<p>Dino Sommadossi, Una centrale di energia creativa</p>
<p>Umberto Zandrini e Flaviano Zandonai, L’impresa sociale alla prova dei community asset</p>
<p>Mike Aiken, Regno Unito, il ruolo del non profit</p>
<p><strong>Asset per il cambiamento</strong></p>
<p>Stefano Moroni, Comunità e sussidiarietà orizzontale</p>
<p>Paolo Ferri, Nativi digitali, l’io comune della conoscenza</p>
<p>Ugo Mattei, Verso un nuovo paradigma</p>
<p>Enzo Rullani, Senso e continuità della condivisione</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
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		<title>La città che sente e pensa</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 14:40:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il tema viene affrontato mettendo a fuoco soprattutto il legame che intercorre tra i &#8220;creativi&#8221; e la città. Un secondo focus considera invece la creatività partendo dalla prospettiva di quel capitalismo manifatturiero di piccola e media impresa &#8220;design-oriented&#8221; insediato nello spazio della città infinita milanese tra Malpensa e Orio al Serio e che dei contenuti <a href="http://www.aaster.it/la-citta-che-sente-e-pensa/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il tema viene affrontato mettendo a fuoco soprattutto il legame che intercorre tra i &#8220;creativi&#8221; e la città.</em></p>
<p>Un secondo focus considera invece la creatività partendo dalla prospettiva di quel capitalismo manifatturiero di piccola e media impresa &#8220;<strong>design-oriented</strong>&#8221; insediato nello spazio della città infinita milanese tra Malpensa e Orio al Serio e che dei contenuti creativi e soprattutto della cultura del progetto ha fatto da decenni il suo primo motore immobile.</p>
<p><strong>A fare da palcoscenico all&#8217;indagine dunque è lo spazio della città infinita inteso come spazio della connessione tra la metropoli,</strong> i suoi saperi formali e le sue fabbriche della conoscenza e i territori della fabbriche a cielo aperto e delle filiere produttive.</p>
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		<title>Il passaparola dell&#8217;invisibile</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 14:28:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La cooperazione sociale è un attore di primo piano sullo scenario socioeconomico del nostro Paese. Fin dalla sua nascita, la rete del CGM (Consorzio Gino Mattarelli) ne è il fiore all’occhiello e allo stesso tempo il ‘laboratorio’ permanente. Costituisce infatti la più importante aggregazione imprenditoriale della cooperazione sociale italiana, sia sotto il profilo dell’elaborazione teorica <a href="http://www.aaster.it/il-passaparola-dellinvisibile/">[continua]</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La cooperazione sociale è un attore di primo piano sullo scenario socioeconomico del nostro Paese. Fin dalla sua nascita, la rete del CGM (Consorzio Gino Mattarelli) ne è il fiore all’occhiello e allo stesso tempo il ‘laboratorio’ permanente. Costituisce infatti la più importante aggregazione imprenditoriale della cooperazione sociale italiana, sia sotto il profilo dell’elaborazione teorica che della messa in campo di pratiche divenute poi fonte di ispirazione per le altre imprese. La prima parte di questo volume è dedicata a una ricerca condotta dal Consorzio A.A.STER che sviluppa un’analisi delle caratteristiche del CGM e delle sue prospettive future. La seconda parte ospita uno studio di Giuseppe Scaratti sul Consorzio dal punto di vista culturale. La terza parte contestualizza storicamente il percorso compiuto nell’ultimo decennio dalla cooperazione sociale e dal Consorzio Gino Mattarelli in particolare.</p>
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