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VOLONTARI PROTAGONISTI DEL WELFARE LOCALE
IL SOLE 24 ORE 9 aprile 2006
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Si avvicina la Pasqua. Vale la pena ragionare sui numeri dell'esercito dei buoni.
In Italia - i dati sono del 2003 - operano 200 organizzazioni non governative, con 3.445 operatori, di cui 1.315 volontari.
Le attività di volontariato censite dall'Istat sono 21.021, con un incremento del 14,9% rispetto al 2001 e del 152% sul 1995.
Un segno forte del cambiamento della società italiana.
Le cooperative sociali sono 7.100, erano 5.515 nel 2001.
Vi lavorano 223mila persone remunerate (di cui 28mila consulenti) e 31mila volontari.
Le banche del tempo, luoghi virtuosi ove si scambiano gratuitamente servizi, sono 240.
Le Fondazioni di origine bancaria che per statuto erogano risorse per il volontariato e per lo sviluppo locale - più di un miliardo
di euro, incanalato in oltre 22mila iniziative - sono 88.
E nel conto delle disponibilità finanziare andrà presto aggiunto
il flusso del 5 per mille.
Da queste statistiche emerge un esercito diffuso che produce relazionalità sociale.
Maliziosamente - numeri contro numero - può essere affiancato all'egoismo dei nuovi
ricchi che negli ultimi anni hanno comprato auto di lusso (+12,6%), nuove barche del segmento
alto (+10,6%) e immobili di pregio (+24,6%).
Al di là della polarizzazione tra chi sta in alto e chi
in basso nella tensione tra consumi e valori, le dimensioni di questa economia sociale pongono alcune questioni rilevanti.
Un primo tema riguarda la rappresentanza. Se la intendiamo come "voce" e come "dare voce",
e non solo come pura rappresentanza di interessi, la proliferazione di forme evolute di scambio
basate sul dono rivela che anche in Italia - a fianco delle tradizionali forme basate
sul "chi rappresenta chi" - proliferano momenti in cui si fa rappresentazione
"per raggiungere un obiettivo", un risultato o un finanziamento da parte di una fondazione.
In nome degli ultimi e dei bisognosi. Temi che una volta nel '900 erano appannaggio
della politica e delle forze sociali riconosciute.
Oggi, invece, aumenta lo spazio della
sussidiarietà, lasciato disponibile dai governi nazionali, regionali e locali.
In questo contesto emergono tre modelli di azione amministrativa, analizzati da Nereo
Zamaro con una lettura dei dati Istat sul terzo settore.
C'è quello tradizionale di creare
enti dipendenti da altri enti pubblici, che li finanziano e li orientano a dialogare con chi
opera nel sociale.
In un altro, più ibrido, si costituiscono enti con lo scopo di svolgere
una funzione e un servizio pubblici che possono essere anche privati.
Infine,
i casi - in aumento - nei quali si immette la costruzione di entità private destinate a
svolgere funzioni pubbliche.
Tutto questo ha provocato un proliferare di leggi e leggine:
un caso di accanimento regolamentare, se è vero che - secondo quanto ha censito
Giancarlo Managarozzi nel suo dizionario ormai indispensabile per orientarsi nel
rapporto tra l'esercito dei buoni e le politiche pubbliche - sono circa duemila le leggi sul terzo settore.
Tuttavia, come per l'economia il nostro capitalismo di territorio delinea piattaforme manifatturiere
e terziarie che incrociano distretti, province e regioni, così anche per l'economia sociale iniziano
a delinearsi modelli territoriali assai interessanti.
Più della metà delle organizzazioni di volontariato
sono inserite in raggruppamenti di area vasta. Vanno oltre il locale.
Le cooperative sociali hanno avuto un vero e proprio boom dopo il 2000 (+40,7%) si sono
diffuse nel Mezzogiorno (32,4%), nel Nord Ovest (26,6%), nel Nord Est (20,9%) e nel
Centro (20,1%).
Si può individuare un quadrilatero del Centro Nord formato da Lombardia,
Veneto, Emilia Romagna e Toscana, nelle quali le tipologie di attività seguono un'incidenza a
geometria variabile a secondo che Comuni o Aziende sanitarie locali orientino l'economia
sociale per i servizi di territorio o nella sanità.
Poi c'è Roma, che oltre ad essere città e regione dal punto di vista economico, ha assunto
un ruolo di motore trainante nel farsi città - comunità.
Coinvolgendo volontariato e
cooperative nel welfare della comunità locale fino ad organizzare le feste dei vicini
nei quartieri. Anche se non ha una situazione istituzionale forte, il Sud vedrà nei
prossimi anni un forte intervento delle fondazioni.
L'esercito dei buoni raccontato per numeri e territori appare tutt'altro che marginale.
Può essere una risorsa interessante per alimentare coesione sociale proprio in quelle
piattaforme economiche attraversate dallo stress del "produrre per competere".
Qui non tutti ce la fanno a fare il salto nel globale.
Tant'è che un segno delle differenze,
nel contesto moderno, è proprio tra chi va dalle piattaforme produttive al mondo e tra
chi ha come unico destino il vivere e il declinare localmente.
L'esercito dei buoni interessa a tanti. C'è chi dice che potrebbe essere il luogo dove,
data la crisi della militanza, il volontario sostituisce il militante come risorsa politica.
E chi enfatizza il ruolo dell'impresa sociale che si confronta con il mercato.
Nella prima polarità vi è un sovraccarico della politica che espone il volontario.
Nel secondo un sovraccarico dell'economia che espone le cooperative sociali al "produrre per competere".
Se andiamo oltre i confini nazionali e ci spostiamo in Europa, dall'Inghilterra
arriva una riflessione feroce sul selfish volunteer, il volontariato egoista.
La potente associazione degli scout inglesi ha scoperto con una ricerca che
nella maggior parte dei casi gli iscritti attribuiscono al loro agire volontario
la stessa importanza che da essa ottengono: si tratta di un'esperienza di lavoro,
di un'esperienza che ti cambia la vita, di un'esperienza che spezza la solitudine o la depressione.
Aldo Bonomi
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