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QUELLA VISIONE DISTORTA DEGLI AUTONOMI

IL SOLE 24 ORE
13 Agosto 2006

Su “La Repubblica” dell’8 agosto, Edmondo Berselli, tracciando un primo bilancio del Governo Prodi e delle sue strategie fiscali e di liberalizzazione, ironizza su chi sostiene che siamo in presenza “di una rinascente e aspra lotta di classe”. E vede il Governo dell’Unione strumento di una rivincita economica dei ceti impoveriti contro le classi agiate che erano tutte per Berlusconi. Al di là dell’ironia sulla lotta di classe a rovescio, Berselli è attraversato da un dubbio che merita risposta. Le nuove misure del governo, dalla tracciabilità dei redditi di professionisti e lavoratori autonomi (Visco), allo scontro con le corporazioni dei taxista, dei panettieri, dei farmacisti (Bersani), sino ai primari (Turco), incidono in “quella classe opulenta, che raramente viene indagata dalle analisi sociologiche”. La si rappresenta più facilmente attraverso la lente dell’invidia sociale che li vede tutti possessori di barche di più di 17 metri, con pochissimi che dichiarano redditi superiori ai 200mila euro.
In quel magma opulento ci sono quelli delle rendite immobiliari, quelli che hanno scaricato sugli utenti-clienti euro e aumenti dei prezzi, ma anche tracce di una neo-borghesia. Delle medie e piccole imprese, di un terziario di qualità che fa professione con la partita Iva, di reti commerciali basate sui marchi… Un tessuto di produttori con cui difficilmente il Centrosinistra dialoga. Quel che è più grave per una cultura di sinistra è che in quel magma non si è in grado di distinguere e rappresentare nemmeno il popolo minuto.
Sono quasi 800mila quelli che campano di lavoro autonomo fatto di micro-imprese che non superano i 5 milioni di fatturato. E’ il popolo retail che le banche conoscono bene, in cui è difficile distinguere tra impresa e famiglia. Certo, il 30% di loro si occupa di edilizia e di attività immobiliari. Ma più che ai “furbetti del quartierino” mi fanno pensare a quei camioncini che all’alba scendono dalla Val Canonica, si incolonnano verso Milano, per lavorare nei subappalti dell’Alta velocità o nei cantieri della Milano-Torino.
I piccoli del commercio sono spesso in difficoltà per l’avanzare ipermoderno della grande distribuzione. Quelli degli alberghi, a due o tre stelle, sono ormai fuori mercato in un Paese privo di un progetto turistico per modernizzarli. Quelli che gestiscono ristoranti e bar sono abbarbicati ai valori dell’avviamento e delle licenze. Se chiudono fanno poco rumore: nessuno si occupa di un barista, di una commessa o di un cameriere senza lavoro. Se va bene ci pensa l’agenzia di lavoro interinale. Sono in difficoltà i piccoli del tessile e dell’abbigliamento che, se non agganciati alle filiere di qualità, subiscono la concorrenza cinese. Stanno meglio e crescono le impresine informatiche, 900mila registrate nel secondo semestre 2006. Vi lavorano migliaia di giovani, con una cultura moderna e con partita Iva, nel ciclo della net-economy.
Anche nel lavoro autonomo è forte la differenza tra chi ha solo il saper fare del ‘900 e che ha il linguaggio e il sapere del nuovo secolo. Chi non ce la fa, chiude. Fallisce, cade ai margini della società. La Casa della Carità, la Caritas e un gruppo di cooperative sociali hanno realizzato una ricerca sugli adulti disoccupati nel contesto milanese. Il numero 73, essendo le interviste anonime, dice: “Non me ne frega niente di andare a pulire anche i bagni. Sono una persona umile ed ho bisogno di lavorare. La mia esperienza di lavoro va dentro un cestino, che prendono e buttano via. Sei fuori. Sei un essere inutile per la società”. Chi parla non è un cassintegrato dell’Alfa Romeo, ma una titolare di una piccola azienda di catering che passa da un pignoramento all’altro e non riesce neppure a fallire in tempi rapidi, presa dalle sabbie mobili delle cause civili. Ha 47 anni e difficilmente si ricostruirà una vita di lavoro.
Sono tante le storie di vita raccontate in questa ricerca, diretta da Maurizio Ambrosiani. Oltre che di precari, di lavoratori con bassa qualifica, o di ex dirigenti espulsi dalla grande impresa, degli immigrati, dei soggetti a rischio di esclusione classici, come i tossicodipendenti, rioccupa anche dei lavoratori autonomi falliti che si ritrovano come gli altri senza lavoro. Piccole storie come quella del quarantaseienne venditore ambulante di alimentari, a cui hanno prima rubato il camion, poi ha avuto un incidente, poi è stato lasciato dalla moglie, ed oggi è in cerca di lavoro. O il cinquantatreenne ingegnere programmatore informatico, con una sua aziendina uscita dal ciclo perché non ha capito i mutamenti del settore. Come il cinquantenne con studi al Dams, che faceva in proprio il producer tv. Per finire con l’impresario edile cinquantasettenne che non ce l’ha fatta per solitudine e depressione.
Nei loro racconti c’è un di più che colpisce. Il vergognarsi della povertà, una ritrosia a ritrovarsi tra gli ultimi. Come mi raccontava il responsabile della Caritas di Monza, che aiutava di nascosto la moglie di un piccolo imprenditore in difficoltà. Questa si ostinava a venire a prendere gl aiuti con la sua decorosa pelliccetta. Dentro il magma degli opulenti si è formata quella che Ambrosiani definisce “una classe ansiosa”, più preoccupata di difendere le proprie posizioni e di identificare i nemici alle porte, che di scoprire i legami che la uniscono agli altri soggetti in difficoltà. Giustamente Berselli sostiene che servirebbe un nuovo contratto sociale. Come quando nell’Emilia rossa degli anni 60 si pose il problema di afferrare Proteo. Cioè di dialogare con le tracce di neo-borghesia in formazione, nei distretti produttivi e nell’economia diffusa.
Occorre anche capire che, spesso, la tracciabilità dei redditi dei professionisti e dei lavoratori autonomi porta a incontrare non solo evasori fiscali, ma anche storie di vita, come quelle che ho sommariamente raccontato.




Aldo Bonomi


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