AASTER Ricerca attiva
Contattaci
Biografia
Chi siamo
Cosa facciamo
Progetti
Archivio progetti
Editoriali
Interviste e dibattiti
Rapporti
Collaboratori
UNIVERSITA' E PMI, QUEL "PONTE LEVATOIO" DA CALARE SUL TERRITORIO

IL SOLE 24 ORE
5 agosto 2007



Tempo di pubblicità e di promozione anche per gli atenei. Settembre si avvicina. Siano pubbliche o private, sempre più competono per attrarre studenti. Si riapre il dibattito su quanti e quali di quei corsi di laurea saranno in sintonia con il fabbisogno delle imprese.
br> Soprattutto con il capitalismo di territorio, quello delle Pmi. Sino a tempi recenti, il mondo universitario e questo fondamentale segmento dell'economia hanno faticato a trovare un terreno di contaminazione. Anche qui ha scavato la faglia tra un primo popolo del sapere e un secondo popolo del fare.

Il sistema universitario ha saputo interagire abbastanza efficacemente con l'Italia fordista della grande impresa pubblica e privata. Anche con le grandi burocrazie pubbliche. Con le quali ha condiviso una visione della vita economica ed istituzionale imperniata sull'elemento organizzativo. L'egemonia di una visione della società, come insieme di grandi soggetti organizzati in sistemi chiusi, è tramontata. Così come la visione incentrata sull'elemento adattivo e flessibile della comunità operosa nei distretti industriali ha dimostrato di avere il fiato corto di fronte ai nuovi assetti globali.

Questi impongono forme dei saperi che vanno oltre il saper fare. La crescita del capitalismo di territorio è avvenuta su circuiti di produzione dei saperi informali, impliciti nella manualità o nell'intuizione creativa derivante da reticoli di trasmissione della conoscenza a base comunitaria. Altro non erano i distretti. Oggi la competizione impone alle imprese significative forme di terziarizzazione che permettano loro di adattarsi ad un ambiente più complesso.

Qui avviene l'incontro tra università e Pmi. Per capire occorre guardare alle medie imprese leader delle piattaforme produttive che hanno mantenuto l'80% della produzione in Italia con filiere formate in media da 244 fornitori e da 1.155 clienti. Questi sì inglobati in reti che vanno ben oltre il sistema Paese. Qui occorre scavare per capire il fabbisogno di figure professionali qualificate. Sino al 2002 le imprese del made in Italy hanno posto l'attenzione sul processo di selezione delle filiere produttive territorializzate nei distretti, investendo nella razionalizzazione del processo.

Dal 2003 i principali investimenti sono stati indirizzati a valle dalla filiera. Sulla rete di vendita diretta e indiretta, sull'acquisto di marchi, sull'attenzione ai clienti, sulla progettazione e sulla ricerca. Estendendo la catena del valore, dalla produzione delle merci alla ragnatela del valore che le progetta, le disegna, le commercializza, le porta nel mondo incorporando i fabbisogni e i desideri dell'utente-cliente globale.

Il 41,3% delle medie imprese ha investito in progettazione di prodotto, ampliando il proprio staff interno o acquisendo servizi dall'esterno. Il 30% ha investito risorse per la profilazione del cliente. Il 24% nei servizi commerciali, il 19% ha investito in tecnologia e il 19% nella progettazione di nuovi macchinari. L'accentuato interesse alle fasi terziarie appare come il ponte levatoio che si sta abbassando tra domanda delle imprese e offerta di figure professionali da parte dell'università.

C'è una buona possibilità di sbocchi occupazionali in forma autonoma o come dipendente che va dagli ingegneri ai creativi, se vogliamo polarizzare la catena del valore. Dal rapporto tra le università e imprese come quelle rappresentate dipenderà il futuro di molti neolaureati e la capacità competitiva delle imprese stesse. In questo contesto le università assumono un ruolo strategico di attore sociale cui è delegata la funzione di portare flussi di sapere e conoscenza in relazione con le istanze di modernizzazione dei sistemi economici a base territoriale.

Occorre passare dall'università-soggetto all'università-funzione capace di organizzarsi in rapporto a un ambiente in costante evoluzione e guardando ciò che avviene sul territorio. Questo non significa una università in ogni distretto, ma che le reti dei saperi che partono dalle città regione siano in grado d'intercettare la domanda delle piattaforme produttive territoriali. Anche per le università occorre incorporare nei propri piani di studi oltre al talento, la tecnologia e la tolleranza la quarta T di territorio.



Aldo Bonomi


Torna agli Editoriali