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IL TERRITORIO HA VOGLIA DI RISCHIARE

IL SOLE 24 ORE
12 gennaio 2007



L'editoriale di domenica scorsa ha battuto un secondo colpo del manifesto delle Pmi. Molto orientato al Governo. Vedremo. E' già molto continuare a cercare per continuare a capire, mettendosi in mezzo tra il primo popolo in conclave a Caserta e il secondo popolo delle piccole e medie imprese. Affinché non prevalga nei primi, "una politica ansiosa di ridisegnare il volto del capitalismo italiano", nei secondi, quella "secessione dolce" che non si aspetta più nulla dalla politica, se non le tasse. Con in mezzo la crisi della rappresentanza delle passioni e degli interessi: la forma partito e le rappresentanze sociali. Per i quasi 5 milioni che fanno impresa nel nostro Paese sono stati anni durissimi. Ci è entrata in casa la globalizzazione. Scavando in quel modello a mezzi scarsi, poca tecnologia - poca ricerca - molto saper fare, ma con fini certi: la subfornitura della grande impresa, il capannone, la casa di proprietà, e magari anche la seconda, e la BMW in garage.

Può sembrare banale. A suo modo era una visione di futuro per cui valeva la pena di intraprendere, di rischiare. I confini erano certi. La comunità locale, il paese, il distretto, l'economia nazionale. Poi i mezzi sono diventati abbondanti, nuove tecnologie - manodopera immigrata - l'euro - il marketing - la pubblicità… e i fini sempre più incerti. Come le forniture delle grandi imprese e i confini sempre più ampi, con i mercati dell'Est, del Far East… E' stata un'apocalisse. Una metamorfosi, per dirla con Berta e Colli, che ha visto nascere il quarto capitalismo. Bisognava reggere l'urto. Hanno tenuto le 4mila multinazionali tascabili, le medie imprese con più di 250 addetti. In un clima d'incertezza in cui le hanno provate tutte per sopravvivere nella globalizzazione. Dalla delocalizzazione alla ricerca del basso costo del lavoro, al rifare all'estero piccole enclave simili ai distretti, sino al chiedere le barriere doganali per le merci cinesi. Molti hanno mollato. Rendeva di più investire nell'immobiliare, nella bolla della new economy, o nelle finte privatizzazioni. Con tanto d'ideologia a supporto della paura del futuro: il declinismo. Per le imprese non è solo un problema di profitti o di rendita, ma di senso del futuro che abbassi l'incertezza. E' importante la dettagliata disamina dei provvedimenti governativi, ma conta accompagnare e capire se c'è ancora in giro, per dirla con De Rita "il gusto e la voglia di provarci".

Se quelli che sono in conclave credono nella soggettività desiderante (Keynes avrebbe detto "l'animale imprenditore") che serpeggia nel tessuto diffuso del capitalismo italiano. Scavando nei numeri dell'export del made in Italy pare che ce l'abbiamo fatta. Partendo dalla tenuta delle medie imprese e dai nostri distretti ci siamo inventati un melting pot postfordista. Che pone al centro una manifattura di qualità, tiene assieme identità, saper fare, radicamento dei piccoli sino al tessuto artigiano. A valle sono al lavoro migliaia di impresine che immettono saperi, conoscenza, design per produrre, vestire, commercializzare e vendere le merci del made in Italy. Forse non è la quinta ondata di capitalismo, ma poco ci manca.

Riterritorializzato, tiene assieme identità plurali in una ragnatela del valore che va dai saperi contestuali del territorio sino ai saperi formali che alimentano l'innovazione continuata del ciclo e del prodotto. Sono cinque i circuiti vitali del fare impresa che, come dice Capezzone, dopo aver indossato il cappotto nel gelo della globalizzazione, adesso, in scarpe da tennis e jeans, l'affrontano come fosse una primavera per ricominciare a correre.

Stressando e investendo tutte le forme di capitale presenti sul territorio. Carlo Trigilia li ha puntualmente denominati: da quello naturale a quello fisico, al capitale umano e a quello sociale passando per quello simbolico che rimanda all'identità territoriale. Se facciamo interagire la mappa di questi capitali investiti con la vitalità dei soggetti appaiono, nel tessuto delle imprese, tracce di futuro. Delle medie imprese architrave del capitalismo manifatturiere e del made in Italy si è già detto in abbondanza.

Disegnano la geografia delle sviluppo che colora tutto il Nord del Paese, il Centro, e scende sino alla Puglia e alla Campania, Basilicata compresa. Il fare impresa mobilita passioni, interessi, conoscenza e una nuova voglia di percorrere spazi e mercati sempre più ampi. Sarebbe già molto se la politica si riconoscesse in questo processo vitale.

Avendo per chi fa impresa, per chi campa di partita IVA e di lavoro autonomo, per lo meno la stessa attenzione che si è avuta per i precari da assumere nella pubblica amministrazione. A proposito di riformismo concreto occorre scegliere tra lo slogan di Capezzone "fare impresa in un giorno" snellendo le procedure o le attuali norme di apertura di una semplice partita Iva. Figuriamoci un'impresa.

Così come sarebbe utile che per i molti che lavorano nella net economy, le imprese pubbliche locali, comunali e regionali, non fossero un concorrente che non le fa crescere e al massimo le usa come subfornitori. Piccole cose che assieme a una visione di futuro possono aiutare il timido vitalismo dei soggetti imprenditoriali che cercano di riposizionarsi dopo la globalizzazione.



Aldo Bonomi


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