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SOLIDALI PER NECESSITA' - Quel dono necessario per la coesione sociale

IL SOLE 24 ORE
16 gennaio 2008



Le teorie del dono che più hanno scavato nel perché l'essere umano faccia mutualismo e solidarietà sono state elaborate da antropologi che hanno studiato società chiuse. Dove, in un mondo agro-silvo-pastorale o nomade, il donare una mucca a chi l'aveva persa permetteva poi di conservare l'equilibrio e la sopravvivenza della comunità stessa.

L'inchiesta del Sole 24 Ore sul cosa sia oggi il sistema del privato sociale in Lombardia colloca questo tema nella regione italiana più aperta ai flussi globali. Ci fa capire come la teoria del dono si sia evoluta, non più per sopravvivere, ma per vivere nell'ipermodernità. Bastano pochi esempi per capire.

In tempi in cui l'ambiente e la questione ecologica sono problemi della specie, donare un po' del proprio tempo (tanto per stare su una questione di attualità) per la raccolta differenziata è un dono-egoistico.

Così come in tempi di crisi del welfare, che accompagnava con servizi dalla culla alla tomba, aderire ad una banca del tempo ove ci si scambia gratuitamente servizi, aiuta a vivere meglio. Per non citare il nostro aderire ad associazioni che aiutano a curare malati terminali o ad incentivare la ricerca sul cancro. E' a tutti utile essendo che, come la peste di un tempo, "a chi la tocca, la tocca".

Solo così si spiegano, con un mix di analisi economica sottratta alla dittatura del Pil e di antropologia delle società moderne, i numeri del volontariato, del privato sociale e dell'impresa sociale di questa regione.

Nella sola provincia di Milano circa 340mila volontari (un abitante su 10) si adoperano ogni giorno nelle organizzazioni non-profit. Ci sono più di 10mila istituzioni non-profit in cui lavorano 72.400 dipendenti pari al 15% del totale degli occupati milanesi. Più della metà di queste strutture nascono e si consolidano a partire dagli anni 90. Vendono per circa il 40% i propri servizi sul mercato e sono attive nei settori dell'istruzione, della sanità e nell'assistenza sociale.

Basta citare alcuni nomi di innovatori dall'alto per capire: il San Raffaele, la Fondazione Veronesi, l'Airc. Strutture a tutti note che partendo dalla Lombardia sviluppano servizi per tutto il paese. Si parte dalle umane sofferenze, dai problemi drammatici e reali come i mutilati per la guerra, nel caso di Don Gnocchi per poi sviluppare ricerca scientifica, prendersi in carico pazienti affetti da ictus cerebrali, parkinson, alzheimer sino ad arrivare alla domotica per permettere il massimo di autonomia in casa alle persone disabili.

Oggi la fondazione ha alle proprie dipendenze 3700 operatori, oltre un migliaio di collaborazioni professionali e in convenzione con il Ssnn opera in 28 centri in 9 regioni italiane curando ogni giorno più di 7000 persone. Dei 28 centri, 12 sono in Lombardia. Ma il tessuto non è fatto solo da grandi nomi che si cimentano nel contrastare le grandi malattie che ci fanno paura.

Senza le cooperative sociali che si occupano giorno per giorno di anziani, disabili e della cura degli ultimi il nostro welfare sarebbe ben poca cosa. Sono 6150 in tutta Italia queste strutture che fanno welfare locale, di comunità. Il 16,2% ha sede in Lombardia, prima regione italiana. Da qui partono reti come quelle del gruppo cooperative Cgm, 1100 tra cooperative e consorzi, il 37% in Lombardia e della Fondazione Impresa Sociale con mille realtà aderenti di cui il 39% in Lombardia.

Interessanti sono le forme dei lavori che caratterizzano queste strutture. Il personale delle cooperative sociali in Lombardia è composto da volontari per il 18%, da dipendenti per il 67,4% e da collaboratori per il 13,6%. Se si toglie l'apporto dei volontari siamo di fronte a strutture da media-grande impresa che occupano in tutta Italia, come nel caso dei consorzi Cgm più di 70mila addetti.

Non tutto il privato sociale si è strutturato facendosi grande fondazione di ricerca o mettendosi in mezzo alla crisi del nuovo welfare facendo cooperative sociali. Vi sono strutture che stanno sul margine. Veri laboratori di sapere sociale di fronte ai nuovi drammi e ai temi della società che viene.

Senza la Casa della Carità di Don Colmegna che opera a Milano per produrre inclusione e assistenza degli ultimi più ultimi, sapremmo ben poco dei nuovi conflitti e dei disagi che avvengono nelle micro banlieue della nostra metropoli. Non è un caso che partendo da questo sapere sociale di frontiera si è elaborato quel patto sulla sicurezza per dialogare e capire i nostri problemi e quelli delle comunità rom.

Come, senza il Naga, una associazione di medici volontari che assistono e curano gli immigrati, poco sapremmo del mutamento della nostra composizione sociale e degli stili di vita. Senza dimenticare che sapere sociale e globale, quello prodotto da Emergency, partendo da Milano ci ricorda che noi abbiamo avuto i nostri mutilati curati dalla Fondazione Don Gnocchi nel 1945 ma che le guerre non sono finite e tanti sono i mutilati e i feriti nel lontano Afghanistan. Non siamo di fronte all'esercito dei buoni da celebrare con logiche da conservatorismo compassionevole.

L'evolversi della necessità del dono come fattore di coesione sociale fa apparire fondazioni che operano sui temi della nuda vita e quelli che si mettono in mezzo facendo welfare e occupandosi della vita nuda di coloro che hanno il problema di mangiare, dormire, sopravvivere. E ci sono anche quelli che stanno sul margine, indicandoci le emergenze sociali che vengono avanti.



Aldo Bonomi


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