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In questo week end sarà utile, per continuare a cercare e continuare a capire, guardare a Palermo, dove si è svolto il forum delle piccole imprese di Confindustria, e a Cernobbio, dove è in corso il meeting annuale di Confcommercio. La crisi rivitalizza, ridà ruolo e significato alla società di mezzo. Al sistema delle rappresentanze del lavoro e delle imprese che si mettono in mezzo, appunto, tra economia e società. Rappresentando le piccole e fredde passioni prodotte dagli interessi. Di questi tempi sono chiamate a prender per mano e a dar voce a soggetti sociali impauriti ed incerti. La paura è sempre cattiva consigliera ed espone Morandini e Sangalli - leader, rispettivamente, dei capitalisti molecolari e della rete diffusa dell'economia dei servizi e del commercio - alla sfida dei fondamentalismi e dei corporativismi. Mettono al lavoro e danno senso e reddito a 6milioni di famiglie, il motorino della piccola impresa e del commercio. Nella crisi, la prima reazione del piccolo imprenditore è stata quella di tornare ai fondamentali. Anche un po' con rabbia verso quelli che avevano combinato disastri nei flussi della finanza.
La famiglia con il suo patrimonio e i suoi risparmi, l'impresa con le sue reti di subfornitura e le sue fililere verso le medie e grandi imprese e il localismo dei distretti, sono vissuti come un bene rifugio. A fronte dell'incerto, ci si rifugia in ciò che ci è abituale. Fermarsi serve a leccarsi le ferite per poi ripartire, ma c'è anche il rischio di farsi prendere dalla nostalgia del come eravamo. Non vorrei che nel tessuto delle piccole imprese, a fronte della follia di quelli pensavano di poter produrre denaro con il denaro, si pensasse sia possibile stare nel mercato con il fondamentalismo delle merci che producono merci. C'è il rischio di tornare ad una ideologia dell'impresa-trivella radicata nel territorio e nel distretto, che ce la fa ad uscire dalla crisi rimettendo al lavoro tutta la famiglia e guardando solo ai mercati di prossimità. Il caso Prato è lì a ricordarci che quando un distretto perde le sue reti lunghe, quando perde la voglia di intraprendere nella turbolenza globale e si siede sulla rendita è destinato al declino. Spero che gli imprenditori riuniti a Palermo non perdano quella vitalità da impresa-molla che ha caratterizzato, nella metamorfosi del capitalismo italiano, le piccole imprese. Che hanno fatto molla, andando dal locale al globale e, anche se piccole, si sono avventurate alla ricerca di nuovi mercati.
So che attualmente sembra che anche per il capitalismo non esista più un Altove. Nelle crisi precedenti, se non tirava l'Europa, c'era la Cina, il Far East, la Nuova Europa....Pare si sia spenta la luce ovunque. Non tornare ai fondamentalismi significa proprio aspettare e cercare il pertugio da dove verrà lo spiraglio di mercato. Proprio nei piccoli organizzati in Confindustria può scattare la molla per le imprese-molla. Nel tessuto artigiano è più facile che si ritorni ai fondamentalismi dell'impresa-trivella.
Alla contrapposizione ideologica tra piccole e grandi. Che ha prodotto la falsa polarizzazione tra aiutare la Fiat o il capitalismo dei piccoli. Sarebbe già molto se da Palermo si uscisse con la convinzione che negoziare con le banche per il credito si fa partendo da dove eravamo arrivati: un capitalismo di territorio fatto da piattaforme produttive che tengono assieme artigiani, piccole imprese, medie imprese leader e perchè no anche la Fiat, che in Italia ha un indotto che tocca più di un migliaio di piccole imprese. Per Sangalli, leader della Confcommercio, la partita è contemporaneamente più chiara e più drammatica. La crisi nasce dalla finanziarizzazione della vita quotidiana, piuttosto che dalle dinamiche del capitalismo manifatturiero. Mutui, credito al consumo e carte di credito sono le tre bolle speculative che sono scoppiate.
Trasformando la manna di un'economia del desiderio senza limite condita dall'illusione di inclusione sociale per tutti a mezzo esclusivamente del mercato, in titoli tossici. Che qualcosa non andasse si vedeva anche in basso, nei comportamenti minuti e quotidiani. Quando in Brianza o nel Nord Est o in Emilia-Romagna ti dicevano che con il credito al consumo si finanziavano ferie e viaggi, magari low cost, alle Maldive o Sharm el Sheik, si capiva che era saltato quel codice disciplinatorio che portava le comunità locali a diluire razionalmente nel tempo la soddisfazione del desiderio di consumo. La manna è finita. Da qui la gelata che, ancora prima delle imprese manifatturiere, ha investito il tessuto diffuso del commercio. Di cui poco ci occupiamo perchè quando chiude un'attività commerciale non fa notizia. Sono più piccole delle piccole imprese. Hanno una media di 2,4 addetti per attività. Solo un sussurro a fronte delle grida della cassa integrazione. Eppure sono una rete produttiva di settori strategici per il Paese, come il turismo e non solo. Dagli alimentari specializzati, all'abbigliamento, sino alla ristorazione, negli ultimi anni hanno chiuso l'attività 62.135 esercizi cancellando 150mila posti di lavoro. In controtendenza aprono bazar e attività di commercio ambulante e al dettaglio e aumenta il commercio elettronico.
Come si vede Palermo e Cernobbio sono intrecciate. Le piccole imprese eccellenti dell'arredamento, del tessile, dell'abbigliamento e del calzaturiero hanno un punto di forza nella rappresentazione della merce nei punti vendita, che sono diventati terminali esperienziali della fabbrica. I saldi di qualità di Natale sono andati bene. Sono un punto da cui ripartire. Avendo chiaro che nelle abitudini di noi tutti qualcosa sta cambiando. Un'economia del desiderio senza limite lascia il posto a comportamenti sincretici che metteranno assieme sobrietà e consumo, la cultura della crescita con quella della decrescita, le reti lunghe commerciali con quelle a chilometro zero ove acquistare i prodotti di stagione. Compito della rappresentanza è anche quello di produrre una cultura del commercio in sintonia con le imprese e con il sentire sociale che verrà.
Aldo Bonomi |
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