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SEGNALI CONCRETI DI SPERANZA

IL SOLE 24 ORE
12 marzo 2007



L'inchiesta di Lionello Mancini si chiude con un interrogativo di speranza possibile affidata ai giovani, difficile da sostanziare "laddove non sono finora riusciti la Fiat, il dopo terremoto, il petrolio e i fondi europei". Forse, il perché non si riesca a mangiare futuro e il perché dell'esodo di "Rocco e i suoi fratelli", non più con la valigia di cartone ma con il pezzo di carta della laurea, starà proprio nello iato tra big players e sviluppo locale.

Eppure i simboli della terra del latte e del miele per cui si migrava qui sono atterrati. Dal prato verde di Melfi, con la Fiat e il suo indotto, all'Eni in Val d'Agri, alla Ferrero a Balvano, sino alla Marcegaglia Building spa. Grandi gruppi che sono tra le top ten del capitalismo italiano. Anche il modello del capitalismo leggero e diffuso della piccola e media impresa e dei distretti ha contaminato questi territori.

Di quello mitico del salotto si è scritto tanto. Ma basta girare per aree industriali per capire e incontrare imprenditori come Salvatore Pellettieri, che partendo dal laboratorio del padre tappezziere ne ha fatto un'impresa con 40 addetti nel settore dell'arredamento e del design. O Gabriella Megale della Sulzer Sud srl, che produce componenti meccanici di precisione. Anche le potenti cooperative emiliano e romagnole hanno investito nell'aerea.

Hanno un forte insediamento con Apofruit Italia, nata dall'aggregazione territoriale di cooperative preesistenti. Il Metapontino e Maratea sono due perle nella geografia del turismo italico. E il Parco del Pollino e le Dolomiti Lucane sono ciò che di meglio offre la natura per non parlare di quel patrimonio dell'umanità che sono i sassi di Matera. Si parte da Eni, Total e dalla Fiat, passando per piccole imprese e cooperative e si arriva al turismo di qualità, alla soft economy. Sembrerebbe un racconto riuscito di emancipazione dal realismo di Rocco e i suoi fratelli e dalla commedia di costume del Federale con Nino Manfredi in visita ai tuguri dei Sassi di Matera.

Eppure più che senso di sé, orgoglio di avercela fatta ad agganciarsi alle dinamiche produttive del sistema Paese, si avverte forte, in quelli che Mancini chiama i numeri brutti, un sottofondo di lamento. Come se si fosse in preda a una sindrome da convergenze parallele. Ossimoro che può andar bene per la politica, ma che non funziona tra economia, territorio e società.

Da una parte l'impresa con i suoi insediamenti, i suoi conflitti e successi dentro le mura, dall'altra il territorio con i suoi poli turistici di eccellenza e i fondi europei. Che con i Piani integrati territoriali (PIT) finanzia le microfiliere di chiesine ristrutturate, prodotti tipici e piccoli agriturismi. In comuni polvere ricostruiti dopo il terremoto.

E la politica che stanzia 80 milioni per il "Patto con i giovani". Linee parallele destinate a non incontrarsi mai. Soprattutto nei luoghi deputati a fare tessuto intermedio come le università, le Camere di commercio, le strutture di rappresentanza. Occorre mettersi in mezzo. E far entrare le dinamiche del territorio e dei piccoli comuni nelle imprese e viceversa.

Insomma occorre fare rappresentanza non solo degli interessi corporativi piccoli o grandi, di comunità locale o di impresa, occorre avere un'idea e una visione di rappresentanza e di rappresentazione, partendo dalla città capoluogo del territorio regionale. La recente fusione tra l'Assoindustria di Potenza e di Matera mi pare un concreto segnale di speranza per far sì che un giorno non lontano le convergenze parallele si incontrino.



Aldo Bonomi


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