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PUGLIA, IL LABORATORIO DELLO SVILUPPO AFFACCIATO SUI BALCANI

IL SOLE 24 ORE
2 settembre 2007



E' difficile andare a Sud senza i pregiudizi alimentati da anni di "questione meridionale". Rinfocolati dalla centralità che per la politica ha assunto la "questione settentrionale" più ingombrante e potente dei lamenti provenienti da Sud. Che raccontato il Mezzogiorno come un luogo dell'indistinto caratterizzato solo da uno sviluppo difficile e da frammentazione sociale.

Invece appare anche un territorio nel quale le terre "dell'osso e della polpa" si compenetrano in un mosaico ipermoderno. La Puglia è una terra di frontiera. Già nel dopoguerra vi arrivarono consistenti flussi di modernizzazione. La potenza fordista dei grandi insediamenti industriali delle partecipazioni statali, che hanno avuto nell'Italsider di Taranto la punta della piramide e più diffusamente i flussi di trasferimenti pubblici hanno inciso profondamente nella società pugliese. Aumentando i livelli di reddito procapite e coagulando nuclei di una "borghesia compradora" e di una "classe operaia inventata".

E' la lunga stagione che Carlo Trigilia ha folgorato come "uno sviluppo senza autonomia". Con la metà degli anni '80 questo sistema entra in crisi con la fine dell'intervento straordinario e della Cassa del Mezzogiorno. Che produce un vuoto, lasciato dall'inaridirsi dei flussi. A cui corrisponde anche l'apertura di finestre di opportunità. Queste aprono la Puglia alla dorsale dello sviluppo che dalla Città Adriatica scende in Molise, sperimentando una proliferazione di sistemi produttivi di piccola impresa centrati sulla manifattura leggera.

Gli anni '90 sono gli anni della crescita del made in Italy maturo fatto di tessile, abbigliamento, calzaturiero (TAC) e di produzione del mobile imbottito. Pezzi di Marca Trevigiana e di Brianza nascono a sud, facendo crescere gli addetti al manifatturiero leggero per tutti gli anni '90. A fronte di un calo vertiginoso degli addetti ai grandi impianti partecipati di Taranto (tra l'81 e il 91 questa provincia perde 7.222 addetti, -33,3% nel settore dell'acciaio), in provincia di Bari gli addetti legati al settore del mobile aumentano da 2.147 nel 1981 a 10.836 nel 2001 (+404,2%).

Dalle macerie delle partecipazioni statali e dalla crisi fiscale dello stato emergono tracce di sviluppo diffuso della Terza Italia che si radica e prolifera dove il modello dello sviluppo dall'alto non era atterrato. E' di quegli anni il diffondersi del fenomeno dei patti territoriali dello sviluppo che, nel vuoto della ritirata dello Stato, tentano di porre il problema di una crescita dal basso.

Tutto questo non basta. I dati economici segnalano un rallentamento e una difficoltà sia del modello TAC che del salotto. Anche qui è arrivata la globalizzazione, Cina compresa. Vedesi Natuzzi che tiene, ma che apre in Cina. Cosa rimane dei distretti pugliesi e soprattutto, nell'impatto tra flussi e luoghi, che ne è della piattaforma ultima della Città Adriatica? La Puglia ha uno spazio di posizione da balcone mediterraneo che si affaccia sul "Mare Corto" che la separa dalla regione balcanica.

Arrivando da Nord si incontra il sottosistema del tavoliere segnato un tempo dalla grande proprietà agraria e oggi in cerca di una transizione verso un'agroalimentare di qualità. Un territorio ai margini dei flussi che rischia di assumere contorni da comunità inerziale dove i cambiamenti non sono metabolizzati, ma vissuti al ribasso. Come dimostra l'uso al limite della parola schiavismo della forza lavoro immigrata denunciato dai sindacati. I distretti della manifattura leggera del made in Italy oggi in crisi partendo dall'entroterra barese si spingono sino alla Basilicata e verso sud sino a Lecce. Non si producono solo scarpe, tessile e mobili. Cresce anche una subfornitura di qualità nella meccatronica a Bari.

O nell'aerospaziale a Brindisi, attorno alle tedesche Bosch e Getrag. Tolte queste punte agganciate a filiere lunghe i distretti del made in Italy sono a rischio di diventare comunità in dissolvenza. Per la pressione che viene, da est, al di là del mare, e al di là del globo. Per effetto di delocalizzazioni povere che non lasciano nulla laddove partono per andare alla ricerca del lavoro a basso costo. Sembra assumere i contorni di una comunità operosa il Salento. Qui alcuni sindaci e grandi operatori turistici tentano di partire dai beni pubblici della tradizione per aprirsi al globale.

E' un territorio da soft economy possibile. Infine abbiamo la comunità in divenire delle città delle reti logistiche e della conoscenza: con Bari e il suo porto, quello di Brindisi già strutturato, e a Taranto dove si aspettano i container dalla Cina, con le casse comunali in fallimento al punto di non essere più in grado di fornire i servizi elementari. La tenuta di questi quattro sottosistemi territoriali, e il loro diventare piattaforme in grado di competere, dipenderà dall'intreccio con reti dell'innovazione socio tecnica ed economica che sappiano fare da pivot, da big players.

In primis la finanza. Il sistema delle banche locali per anni ha rappresentato il punto debole dello sviluppo, essendo attive solo come intercettatori parassitari dei flussi di trasferimento. Da questo punto di vista c'è poca nostalgia per la vecchia finanza di prossimità. Oggi arrivano i grandi gruppi nazionali e non solo. Si spera che le reti lunghe di questi gruppi, ben posizionate al di là del mare corto, accompagnino nello stress da globalizzazione. Ci sono anche eccellenze. Il Politecnico di Bari o l'Istituto delle nanotecnologie di Lecce sono strutture capaci di reti lunghe internazionali, di collaborazione con la Nasa, con centri tecnologici cinesi, indiani e giapponesi.

Ma, nel medesimo tempo, hanno difficoltà a dialogare con il capitalismo molecolare dei distretti. Un ridotto numero di aziende ha saputo riconvertirsi nella forma del capitalismo a grappolo dell'impresa a rete o dei gruppi. Non sono più di 60 le medie imprese capaci di fare globalizzazione a medio raggio verso l'est europeo e non solo. Sono soltanto 480 i gruppi di imprese in tutta la regione ed incidono soltanto per il 6% degli addetti del territorio.

Sono isole in un mare di microimpresine individuali che in Puglia alla fine del 2005 erano l'82% del totale contro il 76,5% dell'intero Mezzogiorno e il 67,3% nazionale. E' debole il livello del capitalismo medio in grado di mettersi in mezzo tra big players che giocano sulle reti lunghe e la nebulosa dei piccoli. I flussi commerciali fanno emergere lo spazio di posizione della Puglia come regione del Mare Corto.

Il 5 dicembre 2006 la Confindustria di Bari si è presentata a Milano con un buon gruppo di imprese reduci da un laboratorio titolato "La fabbrica del futuro". Con orgoglio hanno presentato a Milano un pezzo del Sud che innova. Rappresentano una risorsa importante, per una regione che voglia davvero diventare una piattaforma del Mare Corto. Perché ciò accada i nodi strutturali della società pugliese che ne comprimono le chance di sviluppo andranno prima o poi affrontati.



Aldo Bonomi


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