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LOMBARDIA, DUE VIE VERSO LA MODERNITA' TRA POLITICA E CANZONI
IL SOLE 24 ORE 17 febbraio 2008
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Spero non sembri irriguardoso, scrivendo di Lombardia, mettere assieme il governatore Roberto Formigoni con il cantautore Davide Van des Sfroos. Che non è un olandese. Ma un "laghee" di Mezzegra e canta in dialetto. Il che spiega il suo nome preso dai contrabbandieri che sul confine "andavano di nascosto". In questo decennio, con ruoli e funzioni diverse, sono stati due innovatori.
Il prima dall'alto del Pirellone. Sul territorio c'era una gran voglia di piccola e grande patria. Si scomodava addirittura il Lombardo-Veneto. Segnali di disagio e di un'eterno ritorno al passato, perché non ci si sentiva in grado di affrontare il futuro. Globalizzazione e ipermodernità che venivano avanti. Gli interessi si coagulavano in piccole e fredde passioni e, nella difficoltà del competere, i bersagli diventavano "quelli di Roma" e lo straniero di turno.
Utile per lavorare, ma perturbante come nuovo cittadino. Far alzare dal livello del suolo questo rancore non era facile. Oggi gli interessi si sono elevati, accompagnati da un'operazione di innovazione che li ha fatti appassionare degli oggetti della ipermodernità: la Pedemontana, la Bre.be.mi, la Statale 36, la nuova tangenziale, Malpensa, Orio al Serio, Montichiari…
Strade, autostrade, aeroporti, ferrovie sono - è vero - oggetti freddi per produrre passioni. Si può essere perplessi su singole proposte, ma culturalmente e politicamente è meglio confrontarsi sui temi della modernità incompiuta che su quello della secessione. Con lo stesso grumo identitario si è confrontato il cantautore lombardo. Che tutti avevano etichettato come leghista perché riscopriva il dialetto del suo lago e non solo.
Innovando dal basso con il suo racconto, denso di microcosmi e antropologie minute su come - nei Comuni polvere nelle aree tristi delle vallate alpine, nella pedemontana del turbocapitalismo e giù, giù fino a Milano - cambiavano i soggetti sociali, le forme del vivere e del produrre. Con tanta nostalgia per ciò che non c'era più e tanta incertezza per quello che non c'era ancora.
Arrivano gli immigrati e Davide cantava "sem partì" scavando nella memoria del nostro essere migranti. Chiudevano le grandi fabbriche, esplodeva l'economia dei servizi. E in Grand Hotel raccontava dei fattorini degli alberghi impegnati su e giù per le scale con le valigie dei ricchi clienti che venivano nel "lake district". La pedemontana diventava una grande fabbrica diffusa a cielo aperto con migliaia di addetti nelle piccole imprese. Finito il lavoro, nel fine settimana, andavano al ristorante a Milano attraversando "la valle dei semafori ove crescono i telefoni".
Cercavano la Milano da bere. Per poi tornare delusi. E speranzosi in un gratta e vinci per cambiare la loro esistenza. Nel suo ultimo album, appena uscito, il "suo scavare" va sempre più in profondità. Sino in miniera. Con la storia di un minatore di Frontale, paesino dell'alta Valtellina, scavata come un gruviera da dighe e condotte forzate per alimentare le centrali. E' un inno ai lavori invisibili, estremi, eroici che a lui ricordano gli indiani d'america specializzati nella costruzione dei grattacieli. A me ricorda la tragedia della Thyssen. Adesso anche la frontiera è cambiata.
Ci si porta droga e migranti, le uniche "merci" che non sorvolano i territori. C'è ancora Milano, con la sua potenza attrattiva dei destini che vengono dalla provincia. Tre microstorie. Chi ci è andato a studiare e poi si è perso nel terrorismo. Chi ci è andato per fare il poliziotto e poi la guardia del corpo. Chi per fare il gigolò nella Milano da bere. Van des Sfroos vi tira fuori anche la storia di Guido Abbate, mitico costruttore di motoscafi a Tremezzo che non si è mai piegato alla dittatura della plastica.
Ha vinto la sua scommessa, se è vero che i suoi tre figli, partendo da Tremezzo, stanno realizzando ad Arbatax una delle fabbriche più competitive nel mondo per la produzione di offshore. E' una musica da ascoltare, capire. E' una musica da microcosmo.
Aldo Bonomi
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