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IMMIGRATI, COME CONCILIARE "PIETAS" E SICUREZZA SOCIALE
IL SOLE 24 ORE 10 giugno 2007
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La società dell'immigrazione sembra dominata dai temi della sicurezza. In ogni città piccola, media, grande, i patti per la sicurezza sono il tema all'ordine del giorno. Giusta esigenza. Non si possono costruire forme di convivenza prescindendo da regole e norme condivise e rispettate. Il pendolo del dibattito oscilla da sempre dall'accoglienza dei soggetti migranti, per lavoro (ci sono sempre più necessari) o per umanità (il mondo è pieno di guerre e carestie), alla repressione a volte invocata per etnie ritenute irriducibili alle forme di convivenza. In questo periodo vanno molto di moda i rom.
In totale controtendenza mi piacerebbe fermare il pendolo. Convinto come sono che solo evitando la bolla calda dello scontro tra le due polarità è possibile vedere tracce di saperi e comportamenti sociali altri dalla pietas del volontario e dal manifestare invocando legge ed ordine.
A Brescia, l'agosto scorso, un padre pakistano uccise la figlia che voleva vivere forme di convivenza altre da quelle della comunità originaria. Qui, nel 1880, Vittoria Razzetti fondò una casa di accoglienza per donne sole e in difficoltà. Ragazze madri, molte erano domestiche che avevano bisogno di aiuto. Nel tempo la casa di accoglienza si concentrò sui minori e oltre a luogo di assistenza di ragazze madri divenne un orfanotrofio in grado di accogliere fino a quattrocento bambini accuditi dalle Ancelle della carità.
Fu riconosciuta e trasformata in fondazione con regio decreto nel 1919. Per fortuna, o per dir meglio per evoluzione e inclusione sociale, diminuendo l'emergenza delle ragazze madri e degli orfani bisognosi, negli ultimi anni la fondazione vivacchiava facendo un po' di convitto e semiconvitto per i ragazzi che dalle valli venivano a studiare a Brescia.
Nel 2000, questa secolare casa della carità e dell'accoglienza alimentata dalla buona borghesia bresciana deve scegliere se estinguersi per esaurimento dello scopo sociale o cambiare. Buona parte del patrimonio costituito soprattutto da lasciti rischiava di essere alienato per le pure spese di manutenzione della casa stessa. Si cambia. L'idea di fondo è sempre la stessa, fornire sostegno a donne e minori in difficoltà, ma si orienta l'azione al mutato contesto sociale bresciano.
Ci si occupa di donne immigrate in difficoltà. Le domestiche di un tempo a servizio nella Brescia di inizio secolo sono diventate le moderne badanti. La fondazione diventa una onlus. La animano due donne, la presidente Adele Ferrari e la responsabile Bianca Frigoli, che hanno cura di altre donne. Si ristruttura l'edificio realizzando ventun monolocali che diventano centro di accoglienza di ragazze madri soprattutto straniere in situazione di disagio temporaneo. Molte sono segnalate dai servizi sociali dei comuni che non sanno che fare.
Vengono sostenute in progetti di recupero della genitorialità e dell'autonomia, trovare casa, lavoro, muoversi nel tessuto sociale. Dopo tre anni di attività si verifica che molte sono le donne che hanno lasciato la struttura riuscendo a integrarsi nelle forme di convivenza di una Brescia in continuo cambiamento. Questo è stato possibile anche perché non si è fatto di Casa Vittoria un ghetto caritatevole e di pura accoglienza, ma lentamente la si è aperta sempre di più alla città e ai suoi cambiamenti.
L'asilo, inizialmente destinato solo ai bambini ospiti della casa e a pochi altri segnalati dalla Caritas e dai servizi sociali del comune, è stato aperto attraverso
convenzioni aziendali alle donne che lavorano nelle imprese, che spesso riescono con difficoltà a mettere assieme carriera professionale, lavoro e famiglia. Si è lanciato il progetto "Donne senza frontiere" per le immigrate nel quartiere e nella città.
Figure spesso invisibili in molte comunità di immigrati sono diventate visibili frequentando laboratori didattici di lingua italiana, di informatica e di attività domestica. Centoquattordici donne di varie nazionalità sono uscite di casa, hanno socializzato, e acquisito oltre che la lingua italiana abilità spendibili in famiglia o sul posto di lavoro. Si è poi continuato il lavoro sui minori organizzando un progetto di prima accoglienza di ragazzi stranieri appena giunti in Italia propedeutico e di affiancamento all'inserimento scolastico partendo dall'insegnamento dell'italiano.
Visitandola vien da pensare che se l'azione di Casa Vittoria avesse raggiunto la sua famiglia pakistana Hina sarebbe ancora viva. Proprio per questo penso che sarebbe molto utile far crescere tra le due polarità della pietas e dell'ordine pubblico esperienze di responsabilità sociale che si mettano in mezzo producendo dialogo e servizi funzionali a costruire la società dell'immigrazione.
Questa piccola onlus bresciana è oggi sostenuta, oltre che dal patrimonio ereditato dal solidarismo del Novecento, da contributi di fondazioni come la Comunità Bresciana, Bonolis, Asm, Cariplo e la Banca San Paolo.
Nella sua strategia di apertura verso il territorio e verso le imprese Casa Vittoria chiede aiuto non solo alle fondazioni che per statuto possono supportare la sua attività, ma anche alle imprese e alla nuova borghesia bresciana. Se questa neoborghesia c'è, batta un colpo. Non per spirito caritatevole, ma perché è nel loro interesse che la coesione sociale di uno dei poli produttivi più forti del Paese sia in grado di reggere anche i tempi della società dell'immigrazione che stanno venendo avanti.
Aldo Bonomi
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