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MEGLIO NON MORIRE PICCOLI TRA I GRANDI.
MILANO EUROPA 13 gennaio 2005
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Da quando ci siamo messi assieme a progettare "Milano Europa" una questione
ci era chiara: Milano con le sue metamorfosi sociali ed economiche è un laboratorio
politico del moderno. Ma ragionare su Milano comporta necessariamente il voler estendere
il nostro fare inchiesta al triangolo ipermoderno che va da Torino a Trieste,
risalendo da Ancona sino a Milano lungo la Romagna e la via Emilia. Ciò impone di avere
un punto di vista sul capitalismo italiano. E' noto che qui più che altrove si è consolidato
quel po' di fordismo che ha caratterizzato il novecento postbellico e si è dispiegato
il postfordismo nella sua versione italica di capitalismo diffuso, qualcuno osa dire di
popolo, di capitalismo molecolare, dei distretti, della fabbrica diffusa che ha innervato
il Nord Ovest, il Nord Est e tutta l'Emilia Romagna. So bene che anche l'Italia di
mezzo è contaminata da questo modello. Ma qui, a differenza che nel grande Nord,
la questione non è mai volata nel cielo della politica. Parliamo di capitalismo e
delle implicazioni che le forme produttive della fabbrica diffusa hanno per questi
territori, per il sistema paese e per la nostra collocazione nella globalizzazione.
Forse val la pena di assumere come chiave interpretativa
i limiti della competitività e non la competitività come idolo.
Si capirebbe che non esiste solo l'idolo come modello unico di capitalismo
e con la sua forma politica: l'impero. Ma più capitalismi che affondano
le loro radici nelle lunghe derive della storia e dei territori, dalla cui
evoluzione, oltre che dai popoli, dipenderanno le forme della politica.
Per rimanere alla scala europea, si confrontano sei modelli di capitalismo:
- il capitalismo anglosassone, che nel corso del tempo ha maturato una
specializzazione finanziaria e che ha nella Borsa di Londra il grande motore e il simbolo.
Appare un capitalismo finanziario le cui prerogative di influenza
vanno ben oltre il settore e le sue specializzazioni. Basta guardare, per tornare a noi,
quanti sono i giovani al lavoro nel ciclo della finanza della city milanese che si sono
formati dentro questo capitalismo e lì hanno i loro riferimenti culturali e formativi.
- Il capitalismo renano, che continua a produrre un modello
fordista temperato da una cogestione tra impresa, banca, sindacato.
E' un modello che proprio in virtù di questa logica cogestionale ha saputo
assicurare elevati livelli di coesione sociale, a cui giustamente il centrosinistra
ha sempre aspirato, dimenticando però che il nostro paese mai ha raggiunto un fordismo
forte a tal punto. E forse va tenuto presente, a proposito di modelli, che anche il
capitalismo renano non sembra più contare oggi sugli automatismi che l'intesa tra capitale
e lavoro garantiva.
- Il modello francese continua ad avere al centro della economia il
ruolo della politica, dello Stato. Nella versione più recente, quella europea,
questa si caratterizza attraverso la creazione guidata dal governo di
"campioni europei", cioè di aggregazioni industriali, bancarie e di servizi
di dimensioni tali da poter competere con le transnazionali globali.
- Il capitalismo anseatico
anseatico si estende come un tempo fino alla Fiandre e con Svezia,
Finlandia e Olanda registra costantemente i più alti standard di innovazione.
E' il modello che sembra aver realizzato il passaggio di fase che dalle materie
prime e dal lavoro fisico giunge agli attuali fattori chiave dell'economia: conoscenza,
creatività, competenza tecnologica . Credo non sia estranea a questo balzo la memoria
storica di quelle che lì un tempo erano le città anseatiche specializzate nelle reti della
globalizzazione di allora. Lo invidiamo sia per gli alti tassi di ricerca e sviluppo,
ma anche per le forme dei lavori terziari, per l'alto tasso di occupazione femminile,
per l'uso equilibrato del part time e per le forme di convivenza. Anche se la dolce
Olanda con l'uccisione di Fortuyin e del regista Van Gogh svela che nessun modello può
oggi volare sulle nuvole dell'innovazione, liberandosi dal peso dei fondamenti
che notoriamente stanno a livello del suolo e del sottosuolo.
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Il capitalismo postcomunista
è la forma di transizione che appare nell'Europa di mezzo, ove società post
comuniste passano "dalla dittatura a un mondo nuovo che consente tutto ma
non garantisce nulla" . E' la lapidaria sintesi con cui Peter Esterhazy,
scrittore ungherese, riassume lo scenario dei dieci paesi entrati con l'allargamento.
Un capitalismo alle prese con il tema di socializzare e
far apprendere la grammatica di una sicurezza capace di comprendere,
non di escludere, la libertà. E' un capitalismo ove delocalizziamo, partendo dal grande Nord,
imprese alla ricerca del basso costo del lavoro e compriamo banche e
facciamo investimenti diretti all'estero in competizione con il capitalismo renano.
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Infine, e sono convinto bisognerebbe dire last but non least,
il nostro modello: il capitalismo di territorio. Il territorio non
è certo una caratteristica nuova nel capitalismo nazionale ed ha nel grande Nord
il triangolo produttivo post fordista. Qui si è andati oltre la fabbrica diffusa e
i distretti locali, che le altre forme di capitalismo ci hanno invidiato e studiato
per capire come sia possibile mettere al lavoro pezzi di comunità locali in cui tutto
si tiene, dalla famiglia all'impresa fino alle
autonomie locali. Oggi nel grande Nord il territorio si
fa motore dello sviluppo anche attraverso il protagonismo di medie imprese,
che con una forma di capitalismo a grappolo si qualificano ormai come autentico
architrave del modello italiano. Sono imprese che non interrompono i rapporti locali
con il territorio, nel nome della proiezione internazionale; rinsaldano al contrario
la propria presenza su scala globale, utilizzando e trasferendo risorse di conoscenza
alla rete di imprese minori che continua ad operare nella rete corta locale.
Assieme disegnano nel grande Nord piattaforme produttive, che altro non sono che fabbriche
a cielo aperto e a ciclo territoriale continuo. Le statistiche dicono che sono 25 i settori
produttivi in cui i prodotti italiani sono ancora leader nel mondo pur subendo
contemporaneamente una concorrenza dall'alto, dei settori avanzati del capitalismo
anglossassone, renano, anseatico, francese, e dal basso dal capitalismo neofordista
di paesi emergenti, come Cina, Brasile India. Siamo presi in mezzo e siamo un capitalismo
di mezzo che non ha i numeri e i fondamenti giusti per competere
sul terreno della finanza, delle alte tecnologie e non riusciamo ad agganciarci ai
grandi progetti dei campioni europei. Così ci deprimiamo ogni volta che vengono pubblicate
le classifiche di sistema e di impresa secondo i paramentri dell'idolo della competitività.
Nello stesso tempo siamo incalzati sul piano dei prodotti dalla standardizzazione a basso
costo del neofordismo dei cinesi, e allora qualcuno invoca dazi e barriere di protezione
per il popolo dei produttori che sta a Nord. Ma non è che le politiche del centrosinistra
diano delle risposte, se non ogni volta ricordare al capitalismo messo in mezzo,
al popolo dei produttori, che noi siamo messi male perché non facciamo una volta come
gli inglesi, un'altra come i socialdemocratici tedeschi e un'altra ancora come
gli avanzati scandinavi.
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Il grande Nord, sotto stress nella competizione, impone alla politica di avere una visione
sul futuro del capitalismo nel nostro paese. Questa mi pare la questione vera.
In primo luogo, prendendo atto che la concezione e la specificità della forma impresa,
dell'intraprendere, che poi è alla base della formazione del capitalismo, non è uguale
per tutti i modelli esaminati e per quelli emergenti nella competitività capitalistica.
Come ci ha insegnato Giacomo Beccattini, l'impresa può essere una molecola del capitale;
e certo questo è vero laddove sia prevalente la primazia della finanza o di un soggetto
politico come lo è nel capitalismo renano o in quello francese o come lo è oggi in Cina.
Lo era da noi con la Fiat e l'IRI (e mi paiono entrambi non più spendibili come soggetto politico).
Oppure l'impresa è un progetto di vita. Come la storia del capitalismo
di territorio, della fabbrica diffusa, delle comunità economiche dei distretti.
Nel grande Nord l'intreccio tra forma-impresa e progetto di vita per emanciparsi,
e perché no, arricchirsi, è molto più stretto di quanto si pensi.
Non sarà un caso che messaggi semplici come
"mi sono conquistato questo benessere e guai a chi lo tocca" o la
"riduzione delle tasse" hanno presa facile su chi vede messa in gioco non
solo la forma-impresa ma anche un progetto di vita. E qui il centrosinistra
se vuol dialogare con la composizione sociale nel grande Nord deve ripartire dalla
domanda, che Romano Prodi conosce bene, sul come si fa ad afferrare Proteo, che i comunisti
emiliani si posero quando si resero conto che la loro base di massa era diventata
nei fatti un micro capitalismo di popolo. Allora su scala regionale si trovò la risposta.
Ora la risposta riguarda non solo il grande Nord ma tutto il sistema paese. E a questo proposito
credo che dovremo scegliere una volta per tutte, se, nella globalizzazione,
nella divisione internazione del lavoro, ci collochiamo e rappresentiamo come i più piccoli
dei grandi o come i più grandi dei piccoli. Nel primo caso, l'essere i più piccoli dei grandi,
continueremo a sognare di essere capitalisti renani, anseatici, senza averne né le tradizioni
né i numeri, né gli apparati militari che supportano la ricerca di base, né le grandi banche,
e rincorreremo vincoli e parametri della competitività per supportare capitalismi e
modelli produttivi altri dal nostro. Nel secondo, quello di percepirsi i più grandi dei piccoli,
forse capiremo che il nostro capitalismo delle medie imprese, delle piattaforme territoriali
che vanno dal locale al globale e ritornano, ha ancora molto da dire sul piano
della specializzazione produttiva, e anche sul piano
dell'innovazione di prodotto. E che tutto ciò permette strategie
di globalizzazione a medio raggio sia nei confronti del capitalismo post-comunista
che in tutta l'area del Mediterraneo. Anche il rapporto con la Cina e con il
neofordismo dei paesi emergenti ci vedrebbe in quest'ottica con un ruolo e un
protagonismo altro dai dazi o dal pensare di trasferire una Fiat, che ha ormai
perso la sfida nella globalizzazione. Altro è pensare che questi paesi sono per
noi contemporaneamente un mercato sui segmenti alti di prodotto e partner per
esportare quel capitalismo di territorio che sempre si sviluppa dopo l'ondata
della prima industrializzazione. Mi risulta che le delegazioni cinesi in visita
in Italia non vengono per copiare marchi e prodotti, ma per capire come è possibile
un'industrializzazione senza fratture nel difficile rapporto che loro oggi hanno
tra company town ipermoderne e campagne miserevoli. Da qui discende un nostro
ricollocarsi dentro l'Europa in costruzione. Ma la questione centrale mi pare
sia quella di riafferrare Proteo, cioè di avere un progetto per il capitalismo
che verrà. E in questo, anche noi, di Milano Europa, dovremo cambiare, capendo
che non esiste più l'intellettualità che dall'alto indica la strada, ma che
esistono tante intellettualità messe al lavoro nelle forme moderne del capitalismo,
di cui occorre ricominciare a fare racconto.
Aldo Bonomi
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