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UN PAESE SPACCATO. SOLO A ROMA
EUROPA 12 giugno 2006
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L’Italia è davvero un paese spaccato in due? Da ieri certamente sì nella sua rappresentanza politica. Ma solo lì. Anche quando il primo popolo (politica, giornali, opinion leader) dice, con un po’ di ipocrisia, di non capire il secondo popolo non considera che il paese profondo è molto meno profondo di quanto si pensi. Solo uno sguardo aristocratico, di sorvolo dall’alto, può essere vittima di certi abbagli. In realtà l’Italia è un paese dentro la transizione della modernità, che l’ambivalenza di questa campagna elettorale (declino o non declino, Argentina o Bengodi) non è riuscita a rappresentare. Anche la retorica del “vogliamoci bene” non basta, ma occorre interpretare i segnali del cambiamento.
Quali? Hanno perso i salotti e ha vinto il territorio? Attenti, perché lo sviluppo del sistema paese dipende dalla capacità di mettere in relazione i big player e le élite delle aree metropolitane (banchieri e padroni delle reti) con lo sviluppo diffuso. E’ questa la sfida della politica. Se lascia un vuoto, si espone al rischio del neopopulismo carismatico di Berlusconi che si pone come interprete del territorio contro le élite, come si è visto all’assise di Confidustria a Vicenza.
Il voto ha premiato il centrodestra al Nord, in tutto il Nord. La questione settentrionale non è riapparsa all’improvviso. In realtà non è mai finita, ma il centrosinistra ha dimostrato di n on averlo capito. Il Nord non pone un problema di secessione, non è più l’espressione solo del rancore dell’antipolitica come nei primi anni Novanta. Ma rappresenta una composizione sociale in cui i capitalisti personali sono egemoni rispetto ai pezzi di società fordista. Cosa chiedono i capitalisti personali? Soprattutto tre cose. Certamente più autonomia e libertà, intesa come possibilità di autorealizzazione. Poi di essere riconosciuti come soggetti sociali. Infine, di abbassare la soglia del rischio d’impresa dentro la globalizzazione.
Guai a pensare che questa composizione sociale chieda solo più libertà di evadere le tasse. Ha criticato l’operazione cuneo fiscale perché tutta e solo a vantaggio delle grandi imprese e non dell’impresa diffusa. Si è dimostrata poco sensibile alla proposta di abbassamento dell’IRAP solo sul lavoro perché privilegia l’impresa con molti addetti, a scapito della piccola e piccolissima. E’ una composizione sociale che entra dentro gli interessi reali. Certo, gli manca una visione. Ma questo è il compito della politica.
I segnali di disincanto nei confronti del berlusconismo non mancavano. L’Unione forse li ha colti ma certamente non ha saputo interpretarli. Non basta presentare un progetto di innovazione dall’alto. Il paese non è spaccato in due. Solo una transizione dolce può aiutarlo a respirare nello stress della globalizzazione.
Aldo Bonomi
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