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Il peggio è passato, ma la traversata sarà lunga, dichiara Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat. Come d'abitudine a Nord-Ovest si presta molta attenzione alla punta della piramide. Al soggetto ordinatore, la grande impresa, che per tradizione novecentesca dava il "la" al sistema. Affidandosi, speranzosi, a questo spiraglio di uscita dalla crisi. Pareva fosse finita un'epoca quando, sempre Marchionne, nei giorni del lancio della nuova 500 rovesciò l'antico adagio fordista "ciò che va bene alla Fiat va bene al Paese" nel suo contrario: "Se va bene il Paese va bene la Fiat".
Finiva un'epoca che faceva della company town Torino il luogo storico ed emblematico ove osservare e capire il paradigma e i conflitti tra capitale e lavoro, con lo Stato in mezzo a regolare relazioni industriali e welfare. Seguirono fuochi d'artificio, spettacoli sulle rive del Po, che mettevano assieme i successi postindustriali delle Olimpiadi della neve, appena celebrate, con l'uscita della Fiat dalla lunga crisi industriale. Fu il breve inizio del "rinascimento torinese". Non più company town, ma città regione del Nord-Ovest.
Nodo strategico tra Lione, Genova e Milano. Non più solo conflitti e mediazione tra capitale e lavoro, ma grandi opere per collegarsi ai corridoi europei. Con nuovi conflitti e mediazioni territoriali come quello per la TAV in Val Susa. Con un'attenzione forte non solo alla Fiat e al distretto industriale dell'automotive, ma anche al capitalismo delle reti e alla modernizzazione del territorio del Nord Ovest, per agganciarlo ai flussi della modernizzazione. L'alleanza tra multiutility delle energie e dei trasporti con Genova e con Milano.
L'ansioso seguire il risiko bancario tra Torino e Milano. Tanto da appassionarsi sia al ruolo della Fondazione CRT in Unicredito, che alla costruzione della torre-grattacielo di Intesa San Paolo, eretta a simbolo locale della fusione, quanto e più del riuso delle aree dismesse di Mirafiori acquisite per 60 milioni di euro alla Fiat dalla Regione e dal Comune. Orgogliosi di una città regione globale in grado con il suo Politecnico di attrarre Motorola. Di aprire assieme al Politecnico di Milano una sede universitaria a Shanghai e di candidarsi per un anno, il 2008, a capitale del Design. Rilanciando un MI-TO postfordista sull'asse Milano Torino, dove il rinascimento torinese giocava un ruolo metropolitano non sul ferro di un tempo, Fiat-Alfa Romeo, ma su quello della terziarizzazione delle funzioni produttive e della nuova composizione sociale. Che cambiava. Molto più lentamente di coloro che, con retoriche postindustriali, sostituivano il motto pesante "proletari di tutto il mondo unitevi" con quello leggero "creativi di tutto il mondo unitevi".
Ma cambiava. Producendo nuove forme di lavori nell'economia dei servizi, della conoscenza, della cultura, dove i figli degli operai Fiat facevano, precari e flessibili, i creativi.
Nella crisi si torna al conflitto tra capitale e lavoro. E magari, soffiando sul fuoco del protezionismo che cova sotto la cenere del vulcano della crisi, si torna ancora più indietro.
Quando, al primo arrivo degli immigrati dal Sud alla Fiat, non si affittava ai meridionali, e gli operai specializzati, l'aristocrazia operaia torinese, guardava con diffidenza all'operaio massa. Oggi incombe l'operaio polacco. Non solo per la Indesit, ma anche per la Fiat, essendo che la 500 è prodotta in Polonia. O quello sloveno per la Renault.
Visto il ritorno in Francia della produzione della Clio. E' tempo di passioni tristi. Che irrompono dentro i numeri della crisi: cassa integrazione solo a Torino per 713 imprese per oltre 65mila addetti (dati Fiom), 64% di piccole imprese torinesi, più della metà nel ciclo dell'auto, che prevede una contrazione rispetto al 2008, con un 38% che prevede un calo dell'occupazione e solo il 24% prevede di investire.
I centri Caritas segnalano 50mila passaggi, +25% rispetto al 2008. Numeri che inducono una gran voglia di protezione. Ognuno si occupi dei poveri, degli operai e delle imprese sue. Da qui il riapparire di un triste dibattito, un deja-vu che mette i piccoli contro i grandi, territori in lotta tra loro per i trasferimenti, il Nord Est contro il Nord Ovest e si ragiona sui diritti dei garantiti e sui non diritti dei precari, scatenando una lotta tra gli ultimi. Rischio di dissolvenza che è evitato da un ritorno ai fondamentali. Altro dai fondamentalismi della paura. Nel microcosmo di domenica 1° marzo ho raccontato il Nord Est della famiglia e dell'impresa ancorato alle piattaforme produttive. Qui nel Nord Ovest tornano protagonisti le imprese leader, gli enti locali e le forze sociali. Tutti e tre questi attori tengono e fanno da pedana da cui ripartire. A tutti è chiaro che c'è molto da fare per attraversare il deserto che inaridisce il fare società. Per trovare le oasi di mercato, per consolidare l'essere città-regione, per difendere il lavoro dei padri e i nuovi lavori dei figli occorre coniugare l'universalismo, che non vede il nemico nell'operaio polacco, con il destino della globalizzazione. Marchionne e la Fiat ci stanno provando in un ciclo dell'auto globale sempre più turbolento. Sfida molto alta anche per le rappresentanze sindacali. Molto dipenderà non solo da Fiat. Ma da come reagirà Cuneo, la provincia granda nel capitalismo diffuso, la langa della Ferrero, del barolo, di slow food e di Carlin Petrini, il biellese del tessile con Zegna come leader, Novara della logistica e della De Agostini e il Verbano con il suo distretto maturo dei casalinghi...
Molto dipenderà anche dalla maturità di quella composizione sociale giovane e acerba, per esperienze e sistemi di protezione, in formazione nel terziario della città regione. Solo così si potrà dire, una volta usciti dalla crisi, se va bene il Nord Ovest, il sistema paese, va bene la Fiat.
Aldo Bonomi |
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