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IN PERIFERIA I PRIMI PASSI DELLE NUOVE CLASSI DIRIGENTI
IL SOLE 24 ORE 13 maggio 2007
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La sindrome da declino non ci lascia. Visto che non può più esercitarsi sull'industria, adesso si esercita sulle classi dirigenti. Lungi da me il propormi come loro difensore. Ma, come per il declino industriale, anche per le élite e le classi dirigenti è dal nostro capitalismo che dobbiamo partire. Cercando di capire se si va verso logiche di mercato che premiano il merito.
Mi aiuta ad avere una barra strutturale di ragionamento il recente rapporto Unioncamere. Utile strumento che ci accompagna nel racconto non del capitalismo e delle élite di primo popolo, le cui saghe ci appassionano come nella vicenda Telecom, ma del capitalismo di secondo popolo.
Anche qui merita cercare tracce di classe dirigente. In quel capitalismo di territorio strutturato per 45 province a prevalenza di piccola impresa, 27 di media impresa e 31 province a prevalenza di grande impresa.
Come nella fase più alta della retorica del declinismo il direttore del Sole-24 Ore, Ferruccio de Bortoli, scrisse un manifesto in difesa delle Pmi, così oggi vale la pena interrogarsi se da questa geografia territoriale giungano segnali in controtendenza.
I numeri Unioncamere ci danno l'humus dove si possono trovare tracce di borghesia. Partendo da un nuovo paradigma. Che è quello tra flussi e luoghi, con la nuova borghesia in mezzo a trainare il territorio verso gli spazi della globalizzazione. Che ha caratterizzato il nuovo secolo.
Occorre capire se oltre al capitalismo delle medie imprese e delle grandi imprese, che trainano le piccole connesse tramite le filiere produttive, ci sono intrecci con il capitalismo delle reti (quelle della finanza e della conoscenza), con il capitalismo dei servizi (dove si lavora per disegnare, innovare, commercializzare e vendere le merci), e i soggetti della net economy.
Sino a spingersi a raccontare quelli che fanno impresa sociale. In molte province dal rapporto Unioncamere questo intreccio virtuoso basato sul merito è riuscito a reggere l'urto della globalizzazione e ci dà segnali che delineano una nuova borghesia.
Non saprei definire in altro modo l'azione di Alessandro La Terza, presidente di Confindustria Bari, che alleandosi con i saperi dell'università assieme a Gianfranco Viesti ha portato il meglio del capitalismo pugliese a rappresentarsi a Milano sostenendo che anche nel Mezzogiorno inizia a venire avanti una cultura dell'impresa e dello sviluppo scevra da assistenzialismo.
Che anche nei territori del Sud ci sono logiche diverse dallo "sviluppo senza autonomia". O quella di Andrea Tomat, presidente degli Industriali di Treviso, che ha riunito più di 2.500 associati di quella provincia sotto il tendone di Veneto Banca. Che non è più la banchetta del distretto di Montebelluna, ma un gruppo con sedi e filiali in Romania, Ucraina e Moldavia seguendo gli imprenditori del Nord Est.
Ieri è stato inaugurato a Bergamo il Kilometro rosso, polo tecnologico fortemente voluto dalla Brembo di Bombassei dove sono già al lavoro in collegamento con le università e con i centri di innovazione e con imprese come Mercedes e Ibm più di 150 ricercatori. Nel Nord Ovest la squadra di Marchionne ha rivitalizzato la Fiat facendone un caso d'impresa sul come, senza aiuti di stato, ma ripartendo dal prodotto e dalle competenze si può rinascere dentro le crisi globali. Evento che ha segnato, quanto il precedente declino della Fiat, la rinascita della città.
Attorno a Torino Internazionale e al Piano strategico della città si sono mobilitati studiosi come Giuseppe Berta e università come il Politecnico. Dopo aver perso il Salone dell'auto, ci si interroga su come partendo da Torino capitale del design nel settore automobilistico si possa rilanciare il ruolo della città. A Genova, grazie a imprenditori come Castellano si è iniziato a delineare una transizione possibile dalla crisi delle partecipazioni statali.
Il progetto della Collina degli Erzelli, 100 imprese a forte contenuto innovativo, che vi si insediano assieme alla facoltà di ingegneria è un altro segno di rinascita. Da Bologna anni fa è partito verso la Cina, ben prima delle tardive delegazioni istituzionali, Alberto Forchielli.
Per anni ha fatto da consulente per gli imprenditori italiani che volevano inoltrarsi nel mercato cinese. Oggi ha costituito un fondo di private equity (Mandarin) che si sviluppa su due vettori: investimenti in aziende italiane a supporto di progetti di espansione in Cina e investimenti in aziende cinesi per i loro progetti di espansione in Italia e in Europa. Gli davano del matto.
Aveva solo anticipato i tempi delle nostre inerti classi dirigenti. E' ormai un must il racconto dell'avventura europea di Alessandro Profumo e Unicredito che continua a espandersi in Russia, e in Turchia. Per ultimo citerei il caso del bresciano Jhonny Dotti.
Un trentenne che si è formato nel ciclo del volontariato e della cooperazione. Oggi è presidente di Cgm, una rete di cooperative sociali con più di 20mila addetti. Anche dentro la crisi del welfare si è fatto impresa e si sono prodotti servizi per gli anziani e per gli ultimi senza aspettare i dibattiti che sembrano non trovar soluzione come quello sulle pensioni.
Mentre a Venezia si svolgeva il forum Aspen sul declino delle classi dirigenti, Milano era attraversata dal Forum peripatetico, dalla Bocconi alla Casa della Carità, su economia e società. Imprenditori, studiosi, politici, esperti, rappresentanti delle nuove professioni si sono interrogati sul ruolo di una città chiave per il sistema Paese.
Un utile momento di autocoscienza collettiva che in parte dà risposta al mio interrogarmi se dentro il nostro capitalismo ci siano tracce di una nuova borghesia che ha coscienza di sé. Vedremo.
Aldo Bonomi
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