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LA NUOVA POLITICA E' FARE SOCIETA'
IL SOLE 24 ORE 13 febbraio 2008
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E' tempo di elezioni. Per ora si parte con un forte dinamismo delle forme e un surplace sui contenuti. Fare società. Questa è la principale indicazione che mi sentirei di fornire alla politica in crisi dagli anni 90. Allo scadere del secolo breve siamo passati tutti da una società dei mezzi scarsi, ma dai fini certi, a una società dai mezzi abbondanti ma dai fini incerti. E non ci siamo ancora ritrovati. Il lavoro, la scuola, il risparmio garantivano che i figli sarebbero stati meglio dei padri.
Anche sui temi della vita, del come nascere e del come morire, i fini erano più certi. Sezione di partito, parrocchie, famiglie, il lavorare assieme erano tutti luoghi che abbassavano l'anomia e producevano socializzazione. L'apocalisse culturale ci ha preso quando non ci siamo più ritrovati in ciò che ci era abituale. Nell'impresa, nel lavoro, nelle città, nei paesi, anche nei tanti piccoli Comuni, sono cambiate le consuetudini di spazio e di tempo a cui eravamo abituati.
La società è sempre più una rete a maglie larghe e chi rimane impigliato solo nel locale arretra, si perde. Sono cambiate categorie fondanti per la politica. Dalla società della scarsità in cui si lottava per l'uguaglianza si è passati al condividere le opportunità che valorizzano le differenze di genere, di territorio, sessuali… Qui la nostra antropologia ha svoltato.
Nella crisi, dalle grandi ideologie che hanno attraversato la politica del 900 sono nate tre sottoculture per intercettare l'apocalisse. L'individualismo proprietario impersonato da Berlusconi, il rancore territoriale di cui il leghismo è stato interprete, è ciò che restava dell'identità di classe di cui il prodismo è stato l'ultimo tentativo con il suo programma di 281 pagine che cercava di tenere assieme capitale e lavoro.
Queste tre sottoculture non mordono più. Si può avere la casa, l'impresa, l'i-phone, ma i figli non mangiano futuro. E' la malattia dei ceti medi che vedevano nell'individualismo proprietario una soluzione. Il rancore territoriale si è alzato. Non si esercita più nel perimetrare piccole patrie. Si appassiona per avere la Pedemontanta, il Passante, Malpensa… la modernizzazione delle reti. La classe si è fatta moltitudine. Massa senza più coscienza di sé ove il problema è se si è dentro o si è fuori dal cerchio delle opportunità. Questione che riguarda anche gli individualisti proprietari.
Chiunque nella "società dell'incertezza" è a rischio di diventare "coriandolo" esposto ad ogni refolo di vento. Se sei operaio e vivi la tragedia della Thyssen ti accorgi che non hai più la forza di porre la questione della vita. Chi abita i territori del rancore può scagliarsi contro il rom di turno ma, senza le reti per andare per il mondo, rimane inchiodato al suolo. Si possono avere i risparmi di una vita, ma basta un soffio delle borse che arriva dall'America che anche questi volano. La politica deve capire e interpretare che la società italiana non si è rassegnata ad essere volatile coriandolo.
Si sente il bisogno di comunità, in assenza della comunità, che porta alla questione più grande del fare società. Che non è solo questione sociale. Raggiungere la terza e la quarta settimana è importante. Ma c'è una dimensione dell'essere più profonda che chiede, che interroga. Si chiede alla politica di costruire nuove istituzioni dentro la crisi della rappresentanza, altro dal puro dinamismo delle forme. Un rimando, un bisogno di fase costituente adeguata ai tempi. Che chiede anche una visione sull'incertezza dei fini in una società della tecnica che scava nel bios, nella nuda vita offrendo opportunità e rischi. Il problema non è più la mediazione e lo scontro tra le tre ideologie, ma una capacità di accompagnare i processi e la capacità di visione. Uscendo dalla gestione. Essendo che la politica, in crisi di legittimità è entrata ben nel profondo della gestione della nostra vita dagli ospedali, alle utilities…
Sino a pochi anni fa i sondaggi registravano polarità da individualismo proprietario o da rancore localistico. Oggi pongono in cima la grande questione del fare società: il confronto con i migranti, la sicurezza, la scuola, un nuovo welfare… Sensazioni che si hanno anche andando per microcosmi e territori ove il bisogno del fare società ha timidamente iniziato a prender corpo.
Penso alla Sicilia, dove gli interessi, da Confindustria a Confcommercio, hanno iniziato ad occuparsi delle passioni del vivere civile, partendo dalle logiche del mercato. A Bari, dove tra gli imprenditori c'è voglia di rappresentarsi sulle reti lunghe della competizione. A Salerno, dove si è riusciti ad arginare il disastro della monnezza e si parla di logistica e di manutenzione del territorio.
A Brindisi, dove il sindaco Minniti, si occupa del corridoio adriatico e della modernizzazione della città. Al Nord, in Emilia, il presidente Errani andando per il territorio della sua regione ascolta i soggetti e si chiede come ricollocare il policentrismo del modello emiliano nel grande cambiamento. Nel Nord-Est, due presidenti come Galan e il dimissionario Illy ragionano di euroregioni con la Slovenia e di come dare identità alla città infinita veneto-giuliana. In Lombardia, dove l'essenza del formigonismo è stata il trasformare il rancore territoriale in passione per la modernizzazione. E infine Torino, dove si è riusciti a fare della tragedia della Thyssen un lutto collettivo, tenendo assieme la società dello spettacolo delle Olimpiadi e la rinascita della Fiat. Piccoli e grandi esempi che dimostrano che si può fare società.
Aldo Bonomi
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