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I CASALI DI NONANTOLA E I GHETTI DI SASSUOLO

IL SOLE 24 ORE
10 settembre 2006

Le due facce del Modenese dai ghetti ai casali di Nonantola


Nonantola, 14mila abitanti a 10 km da Modena. Nei terreni della Partecipanza Agraria del Comune sono stati ristrutturati alcuni casali come residenza per gli immigrati. La carta dell’abate dell’abbazia benedettina nel 1058 assegnava al popolo, in cambio della costruzione delle mura e della protezione dai nemici, un antico diritto di suolo. Usato oggi per confrontarsi con i nuovi stranieri: gli immigrati. Nel 1990, in preparazione della prima conferenza nazionale sull’immigrazione, si fece tappa a Nonantola perché qui erano stati eletti gli immigrati che gestivano, assieme agli operatori del comune, il loro centro di accoglienza. Allora erano solo 150, oggi sono più di mille. Come in provincia di Modena sono più di 50mila con una crescita negli ultimi 15 anni del 576%. Erano l’1,4% della popolazione nel ’92, oggi la percentuale oscilla attorno al 10%. Più di 10mila hanno meno di 18 anni. In coincidenza con le elezioni europee del 1994, Nonantola, primo comune italiano, ha eletto due consiglieri comunali aggiunti immigrati. Il Sindaco di allora, Walter Reggiani, eletto in Provincia è stato presidente e animatore della Consulta provinciale per l’immigrazione per molti anni. Oggi si dedica, con passione militante di altri tempi, alla Casa delle Culture. A Modena riunisce 25 associazioni, 10 italiane e 15 straniere, che con le scuole e i comuni promuove eventi e microincontri interculturali. Cerca di diffondere il modello della Casa delle Culture in molti comuni. Così come con la Consulta furono realizzati, seguendo i distretti socio sanitari, 12 centri stranieri spalmati sul territorio. Solo quello di Modena smista 14mila pratiche all’anno. Nei centri lavorano operatori sociali, mediatori culturali e cooperative in convenzione. Si occupano dei problemi del lavoro, della casa, dell’assistenza sanitaria e di mediazione dei conflitti. Sembrerebbe il solito bel quadretto sul modello emiliano di buon governo locale e di economia dei distretti che regge e si confronta anche con l’immigrazione. Che ha messo al lavoro 27mila stranieri nel 2004, 25mila nel 2005, più o meno un quarto degli avviamenti. Percentuale che sale al 37.8% nei trasporti e nel magazzinaggio, al 36.6% nelle costruzioni, al 30.7% nell’agricoltura e al 30.1 nel tessile abbigliamento. Proprio il mitico distretto di Sassuolo, ove questa percentuale lavorista è tra le più alte, è lì a ricordarci con il suo condominio di Via San Pietro ormai chiamato “il Raggio Verde” che, finito il ciclo di integrazione dentro le mura delle imprese, appaiono piccoli ghetti ove sono a rischio non il produrre, ma le forme di convivenza, e il fare società. Percorrere la Via Emilia serve per capire come andare oltre. A Modena, in Via Attiraglio, c’era lo stesso problema del “Raggio Verde” di Sassuolo. Un condomino con 240 miniappartamenti con tanto di piastra commerciale a rischio di ghetto. E’ stato promosso un contratto di quartiere dal Comune e dall’Acer (Azienda Casa Emilia Romagna) mettendo risorse per 4 milioni di euro. Il Comune si occupa della parte non residenziale, promuovendo nuove localizzazioni, e l’Acer di acquisire gli appartamenti e recuperarli. A Luglio più del 50% degli alloggi era stata acquisita e in via di ristrutturazione. Claudio Testi, amministratore del gruppo siderurgico SOCFEDER, leader nei laminati per carpenteria, ti spiega che per loro gli immigrati sono oramai una risorsa indispensabile. Per questo hanno scelto di dare un appartamento in affitto calmierato a più della metà dei 70 immigrati che lavorano in azienda. Affitti bassi, circa la metà del prezzo di mercato e l’esperimento funziona senza problemi. Così come l’Agenzia della casa del Comune di Modena che si occupa delle questioni abitative per le fasce deboli (anziani, giovani e/o immigrati con reddito basso, il punteggio sale se hai famiglia) con operazioni garantite di intermediazione tra domanda e offerta di alloggi. Modello che è stato applicato anche a Carpi, Mirandola e Castelfranco Emilia. Tutti i comuni hanno una presenza di immigrati che lavorano nelle fabbrichette che oscilla tra il 7 e il 10% della popolazione. L’immigrazione, visibile e regolamentata dentro le fabbriche, diventa fenomeno carsico, adattivo e comunitario fuori dalle mura. Carsico perché a volte si inabissa nei rivoli dell’irregolarità e dell’illegalità, adattivo e comunitario perché si adatta, partendo dalle comunità di provenienza, alla società locale. Dalla Via Emilia dei distretti vi è stato una risalita a salmone degli immigrati lungo l’Appennino. Sono soprattutto nuclei familiari che hanno bisogno di spazi più ampi rispetto al singolo lavoratore che salgono in collina alla ricerca di appartamenti e case. Tutte storie di un’immigrazione ormai stabilizzata e radicata. Numeri che vanno ben oltre il 10% della popolazione nei piccoli comuni dell’Appennino come Serramazzoni, Palagano e Guiglia. Ma si parla al massimo di 600-700 persone su 5mila abitanti. Hanno dato vita a microcomunità immigrate, composte da 50-70 persone, sparse nelle frazioni del territorio. Che, sarà bene ricordarlo, era a rischio di abbandono. Qui le forme di convivenza paiono tenere più che nel continuum urbano che ormai è diventato la Via Emilia. I piccoli comuni si aggregano per i servizi in unioni come le “Terre dei Castelli” (cinque comuni per 65mila abitanti) mettendo assieme i servizi per la scuola, per gli anziani, per i giovani e anche per gli immigrati. Il laboratorio modenese, anche se non è più solo un quadretto buonista da raccontare, ha molto da dire per le sfide che ci attendono sul terreno dell’immigrazione. Ci insegna che il modello di integrazione basato sul solo processo economico in cui si dice all’immigrato lavoratore “guadagna, poi ti cerchi una casa là dove costa meno sia l’affitto che la proprietà” può produrre il condominio ghetto di Sassuolo. In via san Pietro più di un terzo degli appartamenti sono di proprietà degli immigrati che a loro volta subaffittano ad altri immigrati… Non basta il mercato del lavoro o quello della casa da solo. Tant’è che anche qui si sta intervenendo con un progetto finanziato dal Comune e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena sul modello del Contratto di quartiere di Via Attiraglio. Tiene il modello di Modena e Carpi fondato su una forte integrazione sistemica realizzata e accompagnata dal pubblico con modelli di welfare community come l’Agenzia per la casa. Come tiene il modello comunitario diffuso dei piccoli comuni dell’Appennino. Ci sono poi punte avanzate come Nonantola in cui da sempre si sono messi assieme servizi di welfare e diritti. Dal diritto di voto locale per il consigliere immigrato aggiunto, sino al tema oggi centrale della Casa delle Culture per disegnare la società multietnica. Questi quattro modelli locali di confrontarsi con l’immigrazione hanno al loro interno indicazioni utili per intraprendere politiche nazionali ormai sempre più urgenti. Se non vogliamo, nei prossimi anni, ritrovarci a fare solo racconto dei “territori perduti della Repubblica”. Per ora “i territori perduti” sono solo un condominio qua, un’area dismessa là o pezzi di quartiere come a Padova e in alcune aree metropolitane. Se non riconquistati alle forme di convivenza possono diventare “non luoghi” che incendiano la prateria.



Aldo Bonomi


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