|
|
 |
IL NODO DEI ROM SI SCIOGLIE CON NUOVE REGOLE DI CONVIVENZA
IL SOLE 24 ORE 19 agosto 2007
|
 |
 |
Può un microcosmo contenere la "questione dei nomadi"? Definita dal presidente del Consiglio "un problema politico che va ben oltre l'Europa". Che su questo tema ha sanzionato 14 Paesi membri, tra cui l'Italia, di non recepire appieno la direttiva contro le discriminazioni razziali.
Un racconto meno tragico del rogo avvenuto sotto il ponte alla periferia di Livorno, può aiutarci a capire.
Opera, comune operoso della prima cintura metropolitana milanese. Era Natale. Per l'emergenza Rom vi fu allestito un piccolo campo. Non più di cento persone e molti erano bambini. Prima bruciarono alcune tende del campo in allestimento. Poi fu un susseguirsi di presidi di protesta contro l'insediamento. Saltarono tutti i ruoli di mediazione sociale. Dal Comune, accusato di portarsi in casa i problemi della grande Milano.
Alla parrocchia, con il parroco messo sotto schiaffo per una omelia troppo aperta verso gli ultimi. Al sindacato, che riuniti i suoi iscritti, molti pensionati, si trovò di fronte alla paura dei furti e degli scippi. Anche il patto di legalità sottoscritto dai Rom e proposto da Don Colmegna della Casa della carità, non placava la protesta. Che volò nel cielo della politica. Da una parte i fuochi con grigliate dei residenti attorno al campo nomadi sostenuti dalla Lega Nord. Dall'altra le bandiere rosse in difesa dell'etnia discriminata contrarie anche al patto di legalità. In mezzo i Rom come stracci che volano.
Dopo tre mesi i settanta Rom rimasti tra cui più di trenta bambini furono spostati alla Casa della carità. Il fenomeno delle migrazioni si è sempre presentato con etnie che di volta in volta inducevano allarme sociale. Per poi rientrare nell'alveo dell'inclusione mano a mano che marocchini, albanesi, slavi si inserivano nel circuito del lavoro. Il popolo Rom è perturbante perché pare irriducibile al nostro codice lavorista.
La Commissione europea ci fa notare che la legislazione italiana limita il campo del divieto di discriminazioni ai luoghi di lavoro. La direttiva europea è più ampia, vieta discriminazioni in materia di protezione sociale, di istruzione, di accesso ai beni e servizi compresi l'abitare. Quello che è successo ad Opera non è avvenuto dentro le mura di una impresa, ma fuori. Il problema principale non era il lavoro, ma i servizi e l'abitare.
Che muove e suscita il razzismo differenzialista, per cui è problema non il colore della pelle, ma il ritenere l'antropologia dell'altro da sé irriducibile ai propri usi e costumi. Le direttive europee che vengono dall'alto rischiano di far la fine delle grida manzoniane e della Costituzione europea, se non si scava nel profondo della nostra antropologia, del nostro fare economia e società. Incorporando un pensiero plurale e delle diversità.
Molti di noi lavorano nell'economia della conoscenza, dominata dalla potenza della tecnica o in quella della creatività e della comunicazione. Ci preoccupiamo tanto del numero degli ingegneri sfornati dalle nostre università ed elaboriamo significativi modelli per quantificare la classe creativa. Ci prende molto il dibattito sulle nostre pensioni e sui lavori usuranti per capire quanti sono e come vanno tutelati quelli al lavoro dell'economia del fare, la mitica classe operaia.
Il perturbamento provocato dai Rom altro non svela che l'esistenza di un'altra economia e di altre forme dei lavori: l'economia informale. Quella ove si lavora sopravvivendo borderline tra economia del dono e dello scambio di comunità e sul margine della legalità. Che fa dire a Massimo Converso, presidente dell'Opera nomadi, che "una famiglia che vive di accattonaggio in Italia ne mantiene cinque nel Paese d'origine".
Progettiamo le nostre città e disegniamo le nostre forme di convivenza e dell'abitare contemplando lavori e forme di inclusione date dall'economia del pensare, del creare e del fare. Non ci rendiamo conto che pezzi dell'economia informale vivono dentro e nel sottosuolo metropolitano. È così anche per la globalizzazione che prende in considerazione i Paesi emergenti solo quando entrano nei tre circuiti riconosciuti dal mercato e quotati in Borsa dalla old e dalla new economy. Sono visibili solo quando emergono e vanno oltre l'economia informale.
I Rom, con la loro presenza, anche se minima (sono stimati in 150mila in tutta Italia), sono l'altro corno del dilemma dell'immigrazione. Quello affatto altro che discutere sul come attrarre forza lavoro specializzata e qualificata per la nostra economia. Sono ormai questione politica. Da una parte si dice che è colpa di Berlusconi che ha lasciato poche risorse, dall'altra si ironizza su Prodi, bacchettato da una normativa europea emanata quando lui era presidente della Commissione.
Più semplicemente svelano che è finita la fase in cui il tema dei flussi migratori poteva essere affrontato con logiche giuslavoriste. Si apre il tema della società della immigrazione. Che non è questione solo di campi nomadi, ma rimanda alle moschee, al come programmare forme abitative, spazi commerciali, le scuole, gli asili.
Su questo dovrebbero confrontarsi le forze politiche. Così come l'Europa non può pensare che l'Europa dei popoli si costruisca a colpi di "raccomandazioni". Basate a volte su principi universali per evitare le discriminazioni, a volte sull'olismo che riconosce l'autodeterminazione e le comunità locali, e altre ancora sui diritti dell'individuo.
Ulrich Beck in un suo ultimo libro traccia uno scenario dai tempi lunghi che delinea l'Europa del sincretismo cosmopolita. Un'Europa del "sia … sia" contrapposta ad un'Europa dell'"aut …aut". L'antropologo Appadurai ci invita a costruire uno spazio pubblico diasporico. Un Europa che tenga conto delle diaspore che l'attraversano dall'interno, da est e da sud. Molto dipenderà dal come le élite europee si porranno di fronte al tema dell'immigrazione. L'Europa dell'euro, la Banca centrale europea, ha svolto il suo ruolo con efficacia anche nella recente crisi delle borse mondiali. Non vedo la stessa passione e capacità di intervento rispetto al tema grande dell'Europa dell'immigrazione.
Aldo Bonomi
|
 |
|
 |
|