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UN MODELLO IPERMODERNO
IL SOLE 24 ORE 24 Aprile 2006
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Mutualismo e cooperazione sono diventate parole pesanti del dibattito politico e in quello sulle regole del mercato. Preferisco trattarle nella loro genesi e nella loro attualità. Osservando le lunghe derive della storia in ogni momento di discontinuità, di frattura profonda, si vede riapparire la voglia di mutualismo e di cooperare.
E’ stato così nel nostro paese nel passaggio epocale dall’800 al 900 caratterizzato dall’onda lunga, per una moltitudine, da una società agricola a una società industriale. Quella moltitudine sradicata dalle campagne lasciava forme dei lavori scandite dal sorgere e dal tramontar del sole e incontrava il lavoro a ciclo continuo del macchinario industriale. Lasciava forme di consumo basate sul prosumerismo per andare verso l’acquisto dei beni di consumo. Aveva nella famiglia patriarcale la rete di cura dei vecchi e dei bambini, le badanti e le balie non le ha inventate Maroni, e si ritrovava senza reti di protezione. Il linguaggio e la trasmissione del sapere correva lungo il filo bocca-orecchio della storia orale e in città e in fabbrica, il sapere e il potere scorreva nella parola scritta. Il denaro era un legame debole nella campagna e diventava una cifra del salario e dello scambio nella società industriale.
In questa transizione nascono le leghe operaie o i bisogni di creare cooperative di consumo per avere a costo calmierato i beni necessari. E creare le mutue per la cura e la malattia nella vecchiaia e inventare le università e le scuole popolari ove imparare a leggere e a scrivere. Sino a formare casse rurali ed artigiane o banche popolari per sottrarsi all’usura e per abituarsi ad usare la merce più leggera e più pesante che ci sia: il denaro. Sono tutte tracce di mutualismo e di costruzione dal basso dentro i bisogni sociali di forme di impresa cooperativa.
Anche il tempo presente è segnato da una frattura profonda. Eravamo abituati al lavoro normato e salariato. Lo praticavamo un po’ alienati e senza il possesso dei mezzi nelle grandi strutture pubbliche e private. Ora ci dicono che il mezzo siamo noi. Dobbiamo connetterci nel lavorare comunicando e dare l’anima per essere flessibili imprenditori di se stessi, fuori e dentro le mura delle organizzazioni produttive. Ci eravamo abituati alla società dei consumi. Poi basta una mucca pazza o la paura dell’aviaria per farci dubitare di ciò che mangiamo. Eravamo abituati ad essere accompagnati dalla culla alla tomba da uno Stato previdenza e dobbiamo incominciare a costruirci un welfare fai da te. Per chi può con le badanti, per gli altri utilizzando molto il volontariato e le cooperative sociali. Ci eravamo abituati a risparmiare nei Bot garantiti dallo Stato e dialogare con le banche che accompagnavano le economie territoriali. Adesso le banche per diventare grandi e andar nel mondo si sono sollevate dal territorio.
Forse osservando queste due transizioni si capisce che mutualismo e cooperazione sono parole non del passato ma del moderno. Vi sono tracce e voglia di mutualismo nei tanti che cercano di ragionare sul come abbassare il rischio dell’essere senza pensioni, senza maternità accompagnata, senza possibilità di fermarsi per malattia. Sul come scambiarsi la conoscenza che è diventata sempre più la merce attraverso cui qualificarsi nel mercato. Così come proliferano gruppi di acquisto solidale che si mettono assieme nei condomini per comprare merci di cui si sa la provenienza saltando la grande distribuzione. Ci si da anche da fare a costruire un welfare di comunità. Assieme ai sindaci rimasti con il cerino in mano del disagio si fanno cooperative sociali che si occupano di bambini, anziani, handicappati e ultimi, nella filiera dell’outsourcing.
Nella grande rete proliferano internet community che cercano di scambiarsi esperienze e linguaggio. A fronte della velocità e della potenza della finanza globale si discute molto di microcredito e di finanza etica. Collocate nella diaspora del sociale e non solo nel dibattito politico ed economico mutualismo e cooperazione mi paiono parole di un’attualità ipermoderna.
Aldo Bonomi
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