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LUNGO L'ADRIATICO C'E' IL TERZO POLO DELLA CREATIVITA'

IL SOLE 24 ORE
10 luglio 2007



Di quella piattaforma produttiva che si estende lungo la dorsale adriatica, da Venezia a Pescara, passando per Rimini e Ancona, le Marche rappresentano uno dei sottosistemi regionali in cui la transizione produttiva sta avvenendo senza quei caratteri dirompenti presenti in altre realtà del Paese.

Il celebrato modello della Terza Italia di Bagnasco, delle virtù civiche di Putnam e di industrializzazione senza fratture di Fuà, è infatti riuscito nel contesto marchigiano a quotarsi efficacemente nella modernità della competizione globale a partire da quel processo di accumulazione di capitale di coesione sociale che affonda le proprie radici nella figura del metal-mezzadro, delle comunità operose e dei sistemi distrettuali, rispetto ai quali detiene una sorta di primazia rispetto al Nord Est.

Non è un caso se marchigiana è anche la capacità di dare un nome a un protagonista della competizione in campo internazionale, quella media impresa che è stretta parente della "multinazionale tascabile" di Merloni, a sua volta depositaria di quel Dna olivettiano che, ancora una volta, enfatizza una cultura diffusa della continuità dei valori nella modernità.

Del resto anche questa capacità di rappresentare i fenomeni non è casuale, ma rimanda semmai a quel lento processo di contaminazione con il modello romagnolo in cui caratteri della cultura produttiva marchigiana si sono mescolati con quella, tutta orientata all'attenzione al cliente, del modello di accoglienza turistica, a determinare un virtuoso fenomeno di fertilizzazione reciproca tra i due contesti.

Ne deriva che le principali risorse non stanno nelle capacità direttamente produttive, ma in quelle comunicative, nelle capacità cioè di rendere dense di significato, e poi di comunicarle, le cose che vengono prodotte. Non è, ad esempio, un caso se le Marche si collocano al terzo posto, subito dopo Lombardia ed Emilia-Romagna, per incidenza di designer sugli addetti nelle imprese del made in Italy, con un tasso di crescita che è il più significativo nell'ultimo decennio.

Queste figure di "capitalisti personali", che lavorano nel ciclo della creatività, trovano sbocchi collegandosi alla filiera delle imprese che, partendo dai distretti, vanno nel mondo a vendere i loro prodotti. Questo fare impresa, con l'attenzione alla merce, può servire da esempio ai tanti turismi locali: balneare, religioso, culturale, ambientale, enogastronomico, oggi non pienamente valorizzati. Occorre una logica di sistema che sappia coniugare queste diverse anime dell'imprenditoria territoriale.

Da questo punto di vista, il policentrismo tanto vivace e dinamico da simulare quello che nel Nord Est continua a mancare, la città-regione, ha in sé quel potenziale regolativo che potrebbe incidere significativamente su un ultimo elemento che ancora resta da mettere a regime per assicurare la competitività del sistema.

Si tratta di tutti quei beni competitivi territoriali che vanno sotto il nome di capitalismo delle reti, vere "macchine a vapore" dell'economia globalizzata, e che rimandano al tema delle funzioni di rete per la mobilità (infrastrutture stradali, porti, interporti, aeroporti, ferrovie), alle fabbriche del capitale umano (università, centri di ricerca, eccetera), alla finanza e alle utilities, alle reti digitali e satellitari, alle fiere e ai servizi collettivi in genere.



Aldo Bonomi


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