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LA PROVINCIA ALPINA VERA CASSAFORTE DEL BENESSERE DIFFUSO

IL SOLE 24 ORE
4 gennaio 2009

Per chi scrive microcosmi tutto l'anno, un commento e un'interpretazione della classifica sulla qualità della vita nelle provincie italiane, del Sole 24 Ore di lunedì 29 dicembre, è d'obbligo. A ben vedere è la madre di tutti i microcosmi. Con il suo tentativo, basato su 36 indicatori, di tenere assieme la dittatura del Pil, i freddi numeri dati dal reddito, con le virtù e i numeri caldi della qualità censiti attraverso parametri quali la sicurezza e il tempo libero. Con in più una verifica, attraverso un campione di cittadini del percepito rispetto ai risultati freddi dei numeri. Di più le classifiche della competizione territoriale non permettono. E' già molto che ci facciano da specchio e da traccia di ragionamento. Vince, come ormai da anni, la piattaforma alpina.

Inducendo meraviglia solo in chi è fermo all'egemonia del pensiero metropolitano che tende a non vedere la vitalità di quel margine, di quello stare sul confine, che va dalle Alpi Marittime alla Carnia, giù giù fino al Carso. Aosta, Belluno, Bolzano, Trento, Sondrio, Trieste e Gorizia sono sempre lì a disputarsi la primazia. Tiene e fa da base al loro successo quel saper mixare in una orizzontalità operosa il fare un po' di turismo, un po' di agricoltura di mantenimento e di qualità, un po' di artigiania, un po' di industria che risale a salmone lungo le vallate, un po' di banche popolari e casse rurali, un po' di cooperazione e tanto risparmio. Investito in quella malattia del mattone, dell'avere una casa di proprietà per cui essere in affitto appare disdicevole o da funzionario pubblico di passaggio che non vuole mettere radici.

Al più si investe nella rendita immobiliare delle seconde case per quelli che vengono dalla città. Piccole tracce economiche che non fanno picchi, ma che producono un buon cocktail di reddito flessibile ed adattivo. Uno sviluppo senza egemonia, senza racconto, che può far apparire queste aree più tristi che vitali, più caratterizzate dal silenzio che non dal conflitto. In preda ad una anomia che non sempre metabolizza i cambiamenti. Oscillando il pendolo dell'enclave alpina tra rinserramento e spaesamento della comunità originaria. Che si confronta con i grandi flussi ipermoderni del turismo, della green economy, della risorsa acqua, delle Alpi come piattaforma logistica delle grandi reti: dalla Tav in Val Susa, al Brennero sino alle autostrade che portano nel cuore della mitteleuropa. I maligni sottolineano subito che forse la primazia delle piccole città alpine è viziata dai trasferimenti dati all'autonomia istituzionale. Vero. Se si esclude Sondrio e Belluno, da Aosta a Trieste passando per Trento sono tutte città di provincie o regioni autonome.

Anche tutte le ultime, da Caltanissetta, Agrigento, Trapani, Siracusa e Palermo apprtengono alla Regione Autonoma Siciliana. Il che fa riflettere, in tempi di federalismo fiscale ed istituzionale che ci può essere sviluppo senza autonomia ma anche autonomia senza sviluppo.

L'ingegneria istituzionale da sola non basta nè a tenere assieme le tre italie, nè a ridar vigore a quelle aree metropolitane che perdono posizioni di anno in anno. Milano mantiene la primazia della ricchezza prodotta ma declina con Roma, Napoli e Palermo negli indicatori di qualità della vita. Quasi ad evocare la maledizione che attraversa e prende la difficoltà del governare e del vivere nelle aree del paese ove si concentrano più di un milione di abitanti. E'un bel quadretto. In quel lento ma ipermoderno processo che nel Far East porta alle megalopoli e che da noi fa delle aree metropolitane - CITTA' INFINITE - a cui non sappiamo dare nè confini, nè limiti, nè funzioni strategiche da città regione o da città porta del paese nella globalizzazione. Partiti dalle piccole città alpine, volto lo sguardo a Mezzogiorno che è ancora questione, attraversate le aree metropolitane, non rimane che volgere lo sguardo all'Italia di mezzo.

A quella delle operose città medie, capitali dei nostri distretti e delle nostre piattaforme produttive. Lecco, Bergamo, Brescia, nel cuore della pedemontana lombarda, perdono più di trenta posizioni. Scendono anche Vicenza e Treviso, motori produttivi della pedemontana veneta. Così come Modena, cuore produttivo della via Emilia e Rimini, la capitale del distretto del piacere della città adriatica. Sino al tonfo di Prato, meno cinquanta posizioni. Il mitico distretto da tutti studiato nella sua lunga deriva dal medioevo ad oggi, era laboratorio un tempo del nostro andar per il mondo, è oggi indicatore di come il mondo ci arriva in casa.
Non più made in Italy, ma made in Cina. Segnali forti che possono indurre al declinismo. Se non tiene l'Italia del made in Italy siamo fatti. Con le sole città alpine non si può competere nella globalizzazione.

Il punto è proprio qua. La classifica ci segnala i punti di forza e di debolezza e quelli sotto stress da accompagnare. Che sono il Mezzogiorno, l'evoluzione e la modernizzazione delle aree metropolitane e le piattaforme produttive che, avendo ristrutturato il loro ciclo economico, si accingono a cambiare e a modernizzare la loro qualità della vita. Qui occorrerà mettersi sotto sforzo nell'anno che verrà.

Aldo Bonomi


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