AASTER Ricerca attiva
Contattaci
Biografia
Chi siamo
Cosa facciamo
Progetti
Archivio progetti
Editoriali
Interviste e dibattiti
Rapporti
Collaboratori
CON LA FESTA PER LA 500 TORINO HA CELEBRATO ANCHE LA SUA RINASCITA

IL SOLE 24 ORE
8 luglio 2007



Nella società dello spettacolo prudenza e sobrietà sono virtù necessarie. Per distinguere le rappresentazioni dai processi che trasformano materialmente economia, società, cultura. Vanno applicate allo spettacolare lancio della nuova 500. Prodotto che può riproporre il gruppo Fiat ai vertici mondiali dell'automobile.

E' una metafora che scava nella metamorfosi del nostro modello produttivo e in quella delle possibili affermazioni di una classe dirigente rinnovata nello stile e nel rapporto con il territorio e il sistema Paese. Torino è stata la città più fordista di tutte.

L'unica company town italiana sembrava destinata a un post industriale fatto di fiere del libro e prodotti tipici piemontesi al Lingotto e di Olimpiadi. Eventi e mutamenti che si sono invece saldati senza soluzione di continuità, con la ripresa industriale Fiat celebrata l'altra notte sul Po, dallo stesso eventologo delle Olimpiadi. Non si tratta di un ritorno al passato.

Non lo è per la Fiat. L'azienda ha incorporato nei propri assetti industriali l'economia dell'esperienza orientata al cliente e della creatività ad alti contenuti tecnici determinante nel decidere il successo di un prodotto.

Ha rinnovato la propria organizzazione. I dirigenti sono quarantenni, i quadri ancora più giovani. Non lo è per la città. Nei trent'anni compresi tra il '71 e il 2001, Torino ha quasi dimezzato il proprio esercito industriale. La quota di valore aggiunto attribuibile all'industria è passata dal 46,9% del 1981 al 27,4% del 2002. Quella del terziario è aumentata dal 49% al 66%. Fiat a Torino impiega direttamente non più di 15mila addetti.

Nella "città dopo Ford" il ruolo della Fiat è irrilevante? No, se si pensa alla qualità del capitale umano che le grandi organizzazioni hanno contribuito a formare. Molti di questi oggi si trovano alla guida di una "manifattura intelligente" fatta di medie imprese, al servizio della produzione globale dell'auto. Che negli anni della crisi si sono emancipate dalla monofornitura Fiat.

Ai bordi di Mirafiori si sta progettando un melting pot dove ricerca, alta formazione e impresa sono intrecciate. Il prossimo spot della 500 sarà prodotto da una piccola agenzia della città che si è imposta sui concorrenti internazionali.

Giovani che vengono da quel mondo produttivo di contenuti creativi che spera di trovare visibilità a fianco del car design italiano quando Torino, l'anno prossimo, sarà word design capital. L'impresa leader non sarebbe in grado di trainare alcun rilancio senza il concorso degli altri attori che in questi anni hanno lavorato al riposizionamento del territorio.

Dal Politecnico, ai servizi finanziari, agli enti locali. Non stiamo parlando solo del mutamento della città, ma della formazione di una classe dirigente adeguata allo spirito dei tempi. La città che abbiamo sempre osservato, soprattutto in autunno, per capire se sarebbe stato caldo il conflitto e la stagione dei contratti, la città dell'operaio massa è oggi un magma in ebollizione.

In alto, non in basso. Qui serve osservare per capire il formarsi di un invaso di neoborghesia che non vuole più né protezione, né rottamazione, ma promozione. Ha bisogno di reti di connessione ad alta velocità, di servizi efficienti, fiere, aeroporti, università, utilities, banche secondo standard europei. Uno scenario dove si fanno avanti tre potenziali segmenti di nuova borghesia: la grande impresa ormai transnazionale, le filiere del made in Italy guidate da multinazionali tascabili e un capitalismo delle reti sempre più strategico.

E' la connessione tra un capitalismo delle reti e delle funzioni terziarie concentrato nelle metropoli e il capitalismo manifatturiero delle grandi piattaforme produttive territorializzate, dal Nord Ovest a Melfi, alla Polonia, al Mercosur, alla Cina, all'India.

Quello che più colpisce nella parabola della nuova Fiat di Marchionne è la capacità di coniugare la cultura di impresa globale con l'identità di una classe dirigente che rinnova il patto con la città. Un evento che assume un valore simbolico in tempi di ritorno della questione settentrionale.

Si spezza l'immagine del malessere del nord come incapacità di mangiare futuro da parte di un capitalismo industriale destinato al declino. Questo può aiutarci a capire che il grande problema del nord non è più l'incontro-scontro con un capitalismo fattosi globale.

Oggi la fase è profondamente mutata. La questione settentrionale, vista da Torino, da quella notte sul Po, simboleggia la grande opportunità di una modernizzazione possibile per tutto il Paese. E' un paradosso poco notato. Proprio nel momento in cui torna d'attualità la questione settentrionale muta di segno e torna ad acquistare un significato di potenziale unificazione del sistema Paese per competere nella globalizzazione.

L'arrivare a rovesciare il paradosso non è stato indolore. Il travaglio della transizione ha fatto sì nascere tracce di nuova borghesia, ma ha prodotto anche figure sociali deboli e in difficoltà. Dagli spaesati orfani delle comunità di paese originarie, agli stressati del capitalismo molecolare in difficoltà nella competizione globale, ai naufraghi del fordismo.

Quei tanti operai che non sono più nel ciclo fordista della Fiat, spesso confinati nelle periferie metropolitane deindustrializzate. Nel crogiuolo del cambiamento, tra i fumi dei fuochi artificiali sul Po, si intravede il formarsi di una nuova classe dirigente.

Che sarà tale se saprà occuparsi degli orfani del fordismo, degli orfani della subfornitura garantita dalla Fiat e degli spaesati che non si ritrovano più nella società dello spettacolo e della comunicazione che viene avanti. Il rovesciamento, da parte del neoborghese con il maglioncino postfordista Marchionne dell'adagio del fordista in doppio petto Valletta che sosteneva "ciò che va bene alla Fiat va bene all'Italia" nel suo contrario "se l'Italia va bene va bene la Fiat" mi è parso un buon inizio.



Aldo Bonomi


Torna agli Editoriali