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PER L'INTEGRAZIONE NON BASTA IL LAVORO SE MANCA LA SOCIETÀ

IL SOLE 24 ORE
27 Agosto 2006

Da alcuni mesi l’immigrazione traccia segnali sulla carta geografica della società italiana. Non solo sulla frontiera, a Lampedusa con i suoi tragici sbarchi. Anche nel triangolo d’oro dell’economia diffusa dove, fino ad ora, l’equazione immigrato = lavoratore aveva funzionato. Il condominio ghetto di Sassuolo, il muro di Padova, la serpeggiante voglia di fare un caso di Brescia, con i suoi quattro omicidi agostani commessi da immigrati, sono lì a segnalare che non basta più guardare solo il mare o dentro le mura delle fabbriche. Fuori dalle mura, in una città come Brescia, tutto era iniziato in sordina. Come mi racconta Giovanni Valenti, nel 1989 responsabile dello sportello orientamento immigrati del Comune, c’era un flusso continuo di lavoratori maschi e adulti dal Senegal, dal Ghana, dal Marocco e dalla Somalia. Nel giro di venti giorni erano già al lavoro nelle fabbriche bresciane. Rimaneva il problema dell’alloggio. I numeri erano tali che bastavano alcuni alberghetti convenzionati. Il comune garantiva un mese, la prima settimana tutta, poi a scalare fino a quando i lavoratori immigrati trovavano una sistemazione. Valenti, che veniva da dieci anni di esperienza con i nostri emigranti in Svizzera e Germania, era meravigliato che non esistessero i wonhein (alloggi collettivi) organizzati dalle imprese. Ma nel modello renano i nostri emigranti lavoravano assieme ai turchi nelle grandi imprese. Qui gli immigrati si distribuivano nella miriade di imprese e impresine a Lumezzane, in Valsabbia, in Valtrompia e un po’ dentro Brescia. Non era un problema drammatico. Erano pochi, visibili nelle fabbriche, invisibili in città. Nel ’90 erano in tutto 1028. Con la legge Martelli arrivarono un po’ di risorse e furono attrezzati tre centri di prima accoglienza che negli anni sono diventati cinque. Arrivarono anche i primi pakistani. Quattro dalla Francia e uno dalla Germania. Solo con la guerra del Golfo del ’91 Brescia divenne una meta privilegiata di immigrazione di questa comunità. Chiudevano gli impianti e le attività negli Emirati e i saldatori e gli operai specializzati pakistani erano una risorsa per la siderurgia e la metallurgia bresciana. Poi il flusso divenne una moltitudine. Con la Martelli e la sanatoria Dini (1991–1995) ne furono regolarizzati 8mila. Con la Turco-Napolitano (1998), che apriva anche alle attività commerciali e ai ricongiungimenti familiari, 12mila. Con la Bossi-Fini nel 2002 i regolarizzati furono 24mila. Oggi in provincia gli immigrati regolari sono 133mila e a Brescia città 26mila. Sono il 12,5% della popolazione provinciale e il 13,5% di quella cittadina. E in alcuni piccoli centri della bassa sono il 22%. Si è già alla seconda generazione. Ce lo dice la cronaca con la tragedia di Hina, uccisa dal padre perché deviante rispetto alle tradizioni. Ce lo dicono i numeri degli alunni immigrati nelle scuole che sono più di 14mila. Il tutto in un crogiuolo di etnie. Da quella pakistana che è la prima in città, a quella maghrebina prima in provincia, con i ghanesi e i senegalesi che arrivavano per primi a cui si sono aggiunti flussi da est, le 30mila badanti ucraine, moldave e rumene, con gli indiani sik che sono circa 10mila al lavoro nelle cascine della bassa. Questo produce, solo nella città di Brescia, tre moschee, quella dell’Ucoii, quella pakistana e quella del Bangladesh. Sei comunità ortodosse, una comunità protestante afroamericana e il centro degli indiani sik. Il comune ha potenziato i servizi. Il centro di orientamento per il lavoro è diventato il servizio per l’integrazione e la cittadinanza. Vi lavorano 20 addetti tra cui 11 immigrati operatori di comunità che dialogano e svolgono servizi a seconda delle etnie. Il codice economico tiene. Tanti lavorano nelle fabbriche, più di 10mila sono iscritti ai sindacati. Molti hanno aperto attività commerciali. La comunità pakistana ha attratto investimenti nei servizi tramite le reti familiari dall’Inghilterra e dall’America. Non pochi, imitando il modello italico, hanno fatto piccola impresa. Secondo i dati della Confartigianato, che ha stampato un manuale in 12 lingue sul come fare impresa, in provincia le piccole imprese di immigrati sono più di 1700. L’integrazione dentro alle mura dell’impresa, con il sindacato, attraverso il lavoro autonomo commerciale e artigianale ha fatto il suo ciclo. I problemi oggi sono fuori dalle mura. Non basta il mercato con il suo codice economico, occorre fare società. Un anno fa la fondazione della Asm, la potente multiutility locale, ha finanziato alle cooperative sociali Cgm una ricerca sull’integrazione. Nel centro storico, anche per il progetto di ristrutturazione massiccio, compreso un nuovo commissariato di polizia, i problemi si sono attenuati. Al San Polo, invece, si vive per comunità perimetrate in base alle etnie che tracciano la geografia degli appartamenti, dei corridoi, delle scale. Solo il quartiere del mercato è una terra di mezzo ove ci si incontra, si dialoga, si comunica. L’agenda cittadina dei problemi rimanda all’urbanistica: spalmare o ghettizzare la residenza, fare muri o fare quartieri, con quali forme di convivenza, dialogando attraverso meccanismi di etnicizzazione della rappresentanza o partendo dai quartieri, ove tutti i residenti sono cittadini. Poi c’è il tema del dialogo interreligioso, dove non bastano più i cicli organizzati dalla diocesi di Brescia. I problemi sono gli stessi che animano il dibattito nazionale sulla proposta della cittadinanza per gli immigrati dopo cinque anni di residenza regolare. Nel 1991 con la legge Martelli fu convocata la prima conferenza nazionale sull’immigrazione. Fu anche l’ultima. Oggi, a fronte della nuova fase in cui ci accingiamo a costruire la società dell’immigrazione, sarebbe forse il caso di convocare una seconda conferenza nazionale. Così come a Brescia, ove sono stati appena celebrati gli stati generali dell’economia, non sarebbe male se gli enti locali convocassero gli stati generali sull’immigrazione.




Aldo Bonomi


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