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L'IMMIGRAZIONE E I TERRITORI PERDUTI DELLA REPUBBLICA
IL SOLE 24 ORE 30 marzo 2008
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Forse è un bene che la campagna elettorale non si accenda sull'immigrazione. Ogni volta che questo tema è entrato nell'agenda ha fatto la fine degli stracci che volano. Si preferisce sussumerlo nell'indistinto tema sacrosanto della sicurezza. Ma si tratta di una grande questione.
Ovvero di quel flusso di 3,7 milioni di stranieri regolari che nel 2006 costituivano il 6,2% della popolazione, rispetto ad una media UE del 5,6% (dati CARITAS 2007). In Europa solo la Germania può contare su cifre maggiori. Il fenomeno italiano ha seguito un andamento esponenziale, se si considera che nel 1970 gli stranieri in Italia erano 144mila e gli emigranti italiani erano ancora 152mila.
Alla fase nascente del fenomeno di cui la Legge Martelli dei primi anni '90 tentò una prima regolazione, è succeduta la fase da sindrome da invasione, di cui rimane l'immagine emblematica della nave ricolma di albanesi poi rinchiusi nello stadio di Bari. Quella fase sancì un'emergenza sociale che precipitò dentro la bolla calda della politica.
E' nel contesto di questa sindrome che si sono succedute per oltre un decennio le diverse leggi di regolarizzazione. Dalla Turco-Napolitano, che delineava diritti e percorsi di inclusione sino alla soglia del diritto di voto, alla legge Bossi-Fini, urlata sul piano della repressione, ma di fatto realizzando la più grande sanatoria mai avvenuta nel nostro Paese, sino alle proposte Amato-Ferrero mai discusse dal Parlamento.
Nelle tante realtà produttive del Paese si è realizzato un primo grande sforzo di metabolizzazione del fenomeno migratorio. Da inquadrare nel particolare modello del nostro capitalismo di territorio. Che, a differenza di quello francese, anglosassone o renano, si caratterizza per un tessuto produttivo diffuso. Quello delle "cento città" e dei duecento distretti produttivi.
Il flusso dei migranti, giunto sul territorio italiano, si è disperso in mille rivoli. Inseguendo le opportunità che i tanti sistemi produttivi offrivano. Si sono evitate in questo modo quelle pericolose concentrazioni metropolitane che hanno infiammato le banlieues d'oltralpe. Anche se la gran parte degli immigrati stranieri è concentrata al Nord con il 59%, seguiti dal centro con il 26% e il Mezzogiorno con il 15%.
La forza lavoro straniera è stimata dall'ISTAT (2006) in 1,5 milioni, con un'incidenza sul totale della forza lavoro pari al 12,5%. Mentre gli immigrati titolari di impresa sono più di 150mila e operano nell'edilizia, nel commercio e nei servizi domestici.
Questo sopra, nelle città visibili. Fonti come il NAGA (associazione milanese che dal 1987 offre servizi sanitari, legali agli stranieri irregolari), ci segnalano il sotto, le città invisibili. Dal 2000 al 2006, nella sola Milano, ne ha assistiti e censiti più di 38mila. E' quel fenomeno carsico che affiora nelle microbanlieue metropolitane in un intreccio perverso e difficilmente leggibile tra forme di economia informale, lavoro nero ed economia criminale.
Il 58% dei clandestini censiti nel 2006 aveva un lavoro, ovviamente senza contratto. Pur con molti buchi sinora il nostro rapporto con l'immigrazione si è retto fondamentalmente su un patto "giuslavorista".
Si sono scambiati diritto di soggiorno con domande di lavoro nelle diverse aree.
Il patto pare aver funzionato se i consumi degli immigrati si avvicinano progressivamente ai nostri. Il 91% degli stranieri utilizza un cellulare, l'80% possiede un televisore, il 60% ha un conto corrente, il 55% un'auto e il 22% un pc. Ogni anno un aspirante alla patente di guida su tre è straniero, mentre il mercato immobiliare vede al 15% la quota degli stranieri che acquistano casa.
La stabilizzazione del fenomeno migratorio, non tanto in termini quantitativi ma piuttosto in termini di crescente radicamento dei soggetti e delle famiglie nelle nostre "comunità", rende oggi insufficiente quel patto incentrato solo sul lavoro.
Il dibattito politico-istituzionale in questa direzione è ancora molto acerbo. Nel frattempo, cominciano a manifestarsi una serie di episodi problematici che segnalano l'apparire di quelli che lo storico francese Georges Bensoussan chiama territori perduti della Repubblica. Condomini, quartieri, aree dimesse, piccole enclaves territoriali, nei quali vi è una diffusa percezione della perdita di sovranità delle regole civili e delle forme di convivenza.
L'indifferenza del mercato e dei consumi ci dice che l'immigrato è una risorsa. La passione del volontariato ci segnala che al pieno dentro le mura delle imprese corrisponde il vuoto sociale sul piano delle politiche abitative di inclusione e integrazione. E la politica?
Tra coloro i quali auspicano un improbabile ritorno allo Stato sociale classico (welfare state), così come lo abbiamo conosciuto nella seconda metà del '900, coloro i quali vedono nella privatizzazione e nella mercatizzazione low cost del welfare l'unica prospettiva praticabile per raggiungere un equilibrio di lungo periodo e coloro i quali segnalano la necessità di fare welfare community, occorre trovare inedite forme e pratiche di welfare mix capace di esaltare i caratteri migliori delle diverse prospettive in campo. Che poi significa ragionare, lavorare e pensare la società dell'immigrazione.
Aldo Bonomi
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