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Le imprese individuali degli immigrati aiutano l'integrazione.
IL SOLE 24 ORE - 7 dicembre 2008 |
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Sullo sfondo di una crisi globale che potrebbe avere forti ripercussioni anche sulla qualità delle relazioni sociali tra autoctoni e immigrati per le previste tensioni sul mercato del lavoro, mi pare importante continuare a ragionare sui percorsi carsici di integrazione intrapresi da una parte significativa di migranti a mezzo dell'autoimpiego, del lavoro autonomo. Lo faccio sulla scorta di un recente studio (settembre 2008) licenziato da Unioncamere in collaborazione con l'Università La Sapienza, che si è occupato di raccogliere dati e storie di vita di protagonisti dell'imprenditoria straniera in Italia e a Roma in particolare. I numeri sono impressionanti: 227.524 imprese individuali condotte da titolari nati fuori dalla UE nel 2006 (Unioncamere-Infocamere, Movimprese), con un aumento del 116% nel periodo 2001-2006. Nel 2006 un terzo degli avviamenti fanno capo alla componente straniera, mentre tra aprile e giugno 2007 sono state avviate 10.958 ditte individuali a fronte di 4.770 cessazioni. Un crescita di 6.188 iniziative individuali a fronte di un saldo negativo di -3.999 imprese individuali italiane. Al primo posto piccolo commercio e le costruzioni, che assommano il 71% delle imprese, mentre il 25% si concentra nelle aree metropolitane di Milano, Roma, Torino e Firenze. Il record regionale va alla Lombardia con circa 40.000 imprese, mentre la Toscana ha il più alto tasso di concentrazione, 10%, che sale al 25% nella Provincia di Prato.
Tutti numeri che, a seconda dei punti di vista, possono acuire la sindrome da invasione o il wishful thinking di un integrazione senza conflitti attraverso il mercato. La ricerca Unioncamere evidenzia come siano sostanzialmente tre gli elementi di analisi alla base del trend di crescita: uno di carattere soggettivo, uno di carattere culturale ed uno di carattere strutturale. La spinta soggettiva trova linfa nella propensione al rischio tipica di chi ha intrapreso un percorso migratorio pieno di incognite. L'elemento culturale ha a che fare con il retroterra di provenienza dell'immigrato (etnia, genere, livello di istruzione, etc.) e il capitale sociale di cui i soggetti riescono a dotarsi nel corso del tempo.
Infine vi è un elemento che rimanda al mutamento della struttura del mercato del lavoro e ai cambiamenti dei modelli produttivi. Da una parte i processi di flessibilizzazione e terziarizzazione dell'economia postfordista favoriscono la proliferazione di micro-imprese che riservano agli immigrati le attività delle 3D "dirty, dangerous, demanding", che gli italiani, si dice, non vogliono più. Dall'altra, specie nelle aree metropolitane, assistiamo alla crescita di mercati ed economie etniche a circuito chiuso, cioè che si rivolgono quasi esclusivamente alle comunità nazionali di riferimento. In entrambi i casi la percezione è che l'autoimpiego non rappresenti tanto un ripiego di chi non riesce ad inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro dipendente, quanto un meccanismo di emancipazione all'interno della comunità etnica di riferimento, ancor più che una modalità per accrescere il proprio reddito. Da questo punto di vista fatico a pensare che il semplice fare impresa di per sé assicuri integrazione: l'endogamia etnica porta con sé marginalizzazione sociale. Se aggiungiamo la non facile convivenza tra impresa commerciale etnica e vecchio tessuto commerciale autoctono in crisi di identità ecco i rischi della sindrome da invasione. Nella prospettiva di un approfondirsi della crisi che tipo di evoluzione possiamo immaginare a fronte della situazione attuale?
Quante chances di sopravvivenza avranno le oltre 200mila imprese individuali a conduzione straniera, dal momento che spesso operano, come suggerisce Unioncamere, in segmenti produttivi molto aleatori e con una situazione patrimoniale spesso molto traballante? Se intendiamo favorire il consolidamento di un segmento economico capace di contribuire ad uscire dalle paludi della crisi del Paese allora bisognerà che banche, pubblica amministrazione, sistema formativo e rappresentanze offrano la strumentazione necessaria per accrescere la chances di sopravvivenza, al pari delle imprese condotte da italiani. Sarebbe questa un'occasione per riconoscere, o far sì, che il futuro del Paese riguardi anche le minoranze etniche e non sia solo questione degli italiani, la crisi come momento di scelta (krisis), appunto, come momento per "fare società dell'immigrazione".
Aldo Bonomi
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