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La "green economy" delle comunita' montane.

IL SOLE 24 ORE - 26 ottobre 2008

Strano raduno ad Asiago. Là sull'altopiano, ove è nato e morto Rigoni Stern, lo scrittore del radicamento, sradicato dalle sue montagne solo dalla guerra, si è svolta una sincretica manifestazione chiedendo di lasciare "la montagna alla montagna".
Uno slogan che più mono-identitario non potrebbe essere. Eppure ha mobilitato una pluralità di passioni e di interessi. C'è il CAI (club alpino italiano), e si capisce. Ma non è lì in difesa del mito inglese dello scalare i monti da preservare intatti e fruibili adesso che anche l'Himalaya è diventato in alcuni punti una discarica. Il suo presidente parla e scrive di spaesamento, di manutenzione socio-economica e di rapporto equilibrato tra montagna, zone rurali e metropolizzazione del territorio.
Ci sono gli alpini. E dove dovrebbero essere se non lì, quelli di "Centomila gavette di ghiaccio". Ma sono a fianco, caso strano, di Cgil, Cisl e Uil, e c'è pure l'Ugl, che distribuiscono volantini in difesa dei posti di lavoro della forestazione e delle attività economiche localizzate sui nostri monti. Assieme al presidente e al direttore di Federlegno Arredo. Proprio quelli del salone del mobile, il più spettacolare evento del made in Italy e dell'italian style. Lì sul palco a dire che più mobili si consumano e si fabbricano, più si abbassa l'impatto della CO2, sostenendo progetti per la risorsa legno delle nostre montagne. Verrebbe da dire: ma scusa quello non è il padrone? Invece giù applausi quando l'associazione confindustriale dice che la miglior politica ambientale è la manutenzione, il taglio e la riforestazione del bosco. Che sono stufi di importare materia prima dalla filiera della vicina Austria presa a modello. Si sfiora l'eresia quando dopo il rappresentante confindustriale prende la parola il Presidente della Comunità Montana della Val di Susa che spiega e racconta la lunga e defatigante negoziazione del suo territorio rispetto alla Tav e al Corridoio 5. La Coldiretti, con la sua filosofia altra dall'alta velocità con i prodotti "a Km zero", i prodotti tipici che si fanno localmente: polenta, asiago, salsicce per tutti… Affiancati da Confcommercio e Confesercenti in difesa dei piccoli negozi di comunità minacciati dagli ipermercati di fondovalle e a sostegno del turismo e delle sue microattività economiche.
Sono tutti lì a riempire il cinema del paese e pronti a sfilare nella piazza in 2mila sindaci a difesa della montagna. Sono presenti soprattutto quelli dei piccoli comuni. In totale sono 4.201 i comuni di montagna, vi risiedono 10milioni di persone. Non sono poche. I sindaci ci ricordano che sono un pezzo di società. I temi in discussione, come va di moda di questi tempi, sono segnati da un forte sindacalismo-istituzionale. Quella sindrome che prende in tempi di federalismo e di devolution della devolution. Ogni istituzione, dal micro al macro, si interroga sul proprio potere, sul proprio ruolo e sulle risorse che ci saranno e soprattutto sul se ci saranno. Così succede che il piccolo comune compete con il comune medio, entrambi con la comunità montana e la provincia, tutti quanti assieme con l'area metropolitana, la regione e lo stato centrale.

Lì sull'altopiano, nei due giorni di protesta convocati dall'Uncem per ragionare sul destino delle comunità montane, sono 330 oggi, saranno 180 dopo la riforma in senso federale, sono emerse due o tre questioni prepolitiche assai interessanti. Si è discusso di green economy. A fronte della dimensione delle aree urbane sempre più caratterizzate da processi di concentrazione, le aree rurali e le aree montane possono essere il luogo del "riciclo". Molte imprese italiane potrebbero inserirsi produttivamente in questo nuovo modello di sviluppo. Si sono lanciati segnali alla politica. Dicendo che lo spaesamento di chi è costretto a scendere a valle per scuola, i servizi, socialità, produce rancore.

E come scriveva Rigoni Stern rivolgendosi all'allora Presidente della Repubblica Ciampi "quando l'ultimo montanaro sarà sceso a valle le ortiche invaderanno anche piazza San Marco".
Infine, last but not least, questo affollamento delle rappresentanze tradizionali delle imprese e del lavoro tutte unite a difendere e a rappresentare un territorio ove vivono e lavorano 10milioni di persone implica una riflessione sul modello novecentesco di rappresentanza degli interessi. Siamo abituati ad organizzarli secondo logiche di corporazione, di settore produttivo, di coscienza di classe. In tempi di federalismo e di globalizzazione conta anche, e sempre di più, la coscienza di luogo: il territorio.



Aldo Bonomi


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