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QUEL FUNERALE PREMATURO DEL POST-FORDISMO
IL SOLE 24 ORE 30 novembre 2007
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Dopo la crisi il Piemonte e il suo capoluogo stanno vivendo l'euforia del rilancio. Crisi e rilancio di Torino sono "emblemi" di processi la cui portata simbolica eccede i confini territoriali e coinvolge la riflessione sul Paese in generale. Ho sempre rifiutato l'estetica del declino che accompagna il dibattito economico da quindici anni, senza con ciò negare l'evidenza dei vuoti (sociali, industriali, urbanistici) aperti, a Torino più che altrove, dalla ritirata del fordismo.
E' giusto mantenere sobrietà analitica anche di fronte allo "spettacolo della ripresa", senza con ciò negare i successi economici e di immagine ottenuti negli ultimi anni. Il rilancio della Fiat non può infatti occultare i nodi irrisolti della transizione da una società industriale a un modello complesso, che tende a farsi economia e società della conoscenza: è una transizione che io chiamo del "capitalismo meticcio".
Mi sembra importante, in questo senso, focalizzare il discorso su quattro argomenti.
Il primo è il rapporto tra la grande industria e la metropoli. Il timore paventato da una parte del mondo intellettuale è che - laddove la crisi Fiat aveva innescato la ricerca di nuovi assetti socioeconomici e favorito modelli innovativi di governance - la sua ripresa possa bloccare la tensione al cambiamento con un parziale ritorno al passato, alla tradizionale divisione del lavoro tra grande industria e soggetto pubblico, con il secondo confinato a curare gli eventuali fallimenti o effetti non desiderabili della prima.
Se così fosse si tratterebbe di un grave errore. Colgo un certo recentrage del discorso su Torino e sulla Fiat, dopo che per anni il sistema Piemonte si rappresentava per gli elementi di modernizzazione orizzontale (Torino va male, ma guardiamo cosa succede a Cuneo), di differenziazione (cultura, Ict, soft economy), di riassetto degli equilibri nell'automotive (Fiat è in crisi, ma la componentistica si riposiziona con successo nella competizione globale).
Credo che occorra però discernere con attenzione gli elementi spettacolari dai processi materiali. Torino non rischia un ritorno al fordismo poiché la sua materia sociale è oltre, più ibrida e meticcia di ieri: per mix produttivo e portafoglio delle competenze, per i desideri e le aspettative dei giovani, per immaginario e cultura.
Il secondo argomento riguarda l'equilibrio tra manifattura e nuove vocazioni.
Ritengo che la crisi degli scorsi anni abbia rappresentato un formidabile percorso di apprendimento collettivo per le imprese dell'automotive. Chi ha resistito ha mutato modello di business, facendosi "manifattura intelligente" e diversificando il mercato. Nonostante la relativa debolezza di parte dei subfornitori, i limiti di coordinamento tra le imprese, le difficoltà a fare sinergia per produrre i beni collettivi, questo sistema rimane il nucleo più solido dell'economia subalpina. Ciò, naturalmente, non significa che le vocazioni alternative siano velleitarie.
Se le prospettive di crescita nell'high tech e nella ricerca trovano un accordo sostanziale, molto - viceversa - si discute sull'effettivo peso economico della cultura e delle attività "creative". Penso che cultura ed eventi non siano da analizzare soltanto in termini economici né essere ridotti a moderni panem et circenses. Torino organizza e promuove eventi e appuntamenti di grande richiamo: da Artissima al Torino Film Festival, da Settembre Musica all'imminente World Design Capital e altri ancora che sarebbe davvero lungo elencare.
Gli eventi sono consustanziali alla metropoli contemporanea; il problema è se accanto a essi si stia sviluppando una vera economia delle produzioni immateriali. Si rilevano segnali, nicchie che promettono di svilupparsi, ma nel complesso il Piemonte (come l'Italia in genere) non esprime leadership in questo campo. Vedremo.
Terza questione, per Torino e il Piemonte la vera sfida è produrre le risorse che legittimino l'espressione di società della conoscenza.
Non c'è analisi, agenda di policy, valutazione che non individui nell'insufficiente sviluppo del capitale umano la vera priorità. Torino attrae centri di ricerca e organismi di prestigio internazionale; sarà in grado di formare e attrarre più "cervelli"? Il Piemonte è penalizzato da una dinamica demografica negativa; sarà in grado di valorizzare gli apporti dei tanti stranieri che vivono sul territorio?
Infine, ultimo argomento, nella transizione Torino e il Piemonte hanno capitalizzato alcune "eredità positive" del ciclo fordista: la cultura tecnica e manageriale, la presenza di grandi Fondazioni di origine bancaria, un'amministrazione pubblica capace di mobilitare il consenso. Ciò ha favorito l'ampliamento del nucleo di attori alla guida del cambiamento, con un evidente protagonismo di soggetti come il Politecnico, ma non un vero ricambio dei gruppi dirigenti. Al contrario, credo che proprio la ristrutturazione della rappresentanza e la capacità di accogliere il protagonismo degli attori sociali emergenti costituisca il principale nodo irrisolto del Piemonte all'epoca del suo rilancio.
Aldo Bonomi
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