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IL CAPITALISMO DOLCE DELLE MARCHE CHE SPOSA FABBRICA E TERRITORIO
IL SOLE 24 ORE 27 maggio 2007
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I luoghi eterotopici sono quei luoghi che, a differenza dell'isola di utopia, mostrano che qui e subito è visibile e rappresentabile un modello, una visione. Se penso al made in Italy, come marchio territoriale e non solo di merci, penso alle Marche. Territorio plurale ove l'Italia è più Italia. Qui si è realizzato un modello di capitalismo dolce, Giorgio Fuà diceva di industrializzazione senza fratture, utile per capire il capitalismo della terza Italia.
Una recente ricerca di Ilvo Diamanti ci dice che il 75% dei marchigiani è orgoglioso di esserlo per le imprese di questo territorio. Un bel balzo identitario per il metalmezzadro che nelle imprese nascenti aveva visto la possibilità di mettere assieme i tempi dell'agricoltura con i ritmi dell'industria. Un modello raccontabile partendo da cinque imprese più grandi delle altre. Quelle che Merloni definì multinazionali tascabili.
Avendo in mente la sua impresa che partendo da Fabriano, la tana del lupo, aveva iniziato ad andar nel mondo. Sono arrivate dopo la Tod's di Della Valle, I Guzzini, la Scavolini ed Elica. Imprese che si sono fatte grandi innovando e scavando in settori maturi. Passando dagli elettrodomestici alla domotica, dalle scarpe al lusso, dall'illuminazione alla luce, dai mobili per la casa a quelli per le navi da crociera, dalle cappe per le cucine al disinquinamento degli ambienti.
Si va dai 7mila addetti nelle sole Marche della Merloni alle poche centinaia di addetti delle altre imprese. Il che conferma che sono grandi non tanto per il numero fordista degli occupati, ma per i loro marchi e le loro reti di commercializzazione e la loro capacità di reggere l'urto della globalizzazione. Applicando quel fordismo dolce caro ad Adriano Olivetti che mette in rapporto la fabbrica e il territorio, non come sistema concentrazionario ma facendo crescere i paesi e le comunità locali.
Da dove si parte per lavorare nella grande fabbrica continuando a vivere il paese, magari curando e mantenendo un pezzo di terra. Sono cresciute anche tante medie imprese virtuose che hanno smentito i declinisti. Quelli che dicevano che per gli scarpai o per chi faceva tessile e moda l'unico destino era quello di sparire.
Cosa dicono oggi della Fornarina con i suoi prodotti moda per i teenager o di Naturina con le sue scarpe per bambini o del Calzaturificio Manas del giovane Cleto Sagripanti o del marchio Nero Giardini che in pochi anni ha decuplicato il fatturato? Medie imprese che seguendo le multinazionali tascabili hanno le loro reti lunghe come la Somacis che fa circuiti stampati per microchips che ha aperto uno stabilimento a Wang Dong in Cina e la tanto raccontata Rainbow che compete nel settore dei cartoni animati con Disney e con i giapponesi.
Dalle scarpe, all'elettronica, alla moda, all'intrattenimento si compete innovando. Come la Faam che partendo da un settore maturo come le batterie industriali passa alla ricerca sui motori elettrici e sull'idrogeno. Prendendosi una nicchia di visibilità rispetto alla Volkswagen che si è aggiudicata la motorizzazione delle olimpiadi cinesi.
A Pechino durante le olimpiadi 35 veicoli elettrici verranno dalla Faam di Monterubbiano. Questo fordismo dolce non ha sradicato i metalmezzadri. Anzi ha incrementato una agricoltura di qualità. Il tessuto delle cantine sociali tiene, con punte di eccellenza e di qualità come il Rosso Conero e il Verdicchio. Il tutto è inserito in un circuito agroalimentare di grande qualità italiana.
Come i dolci della Giampaoli, i maccheroncini di Spinosi detti Spinosini, gli anici e gli amari della Varnelli…
Non credo sia un caso se a Senigallia c'è uno dei più famosi cuochi italiani: Moreno Cedroni con la sua Madonnina del Pescatore. Il mare come risorsa alimenta uno dei più competitivi distretti della pesca e l'industria della nautica con Crn del Gruppo Ferretti che realizza ad Ancona mega yacht di alta qualità.
In questo intreccio di attività il turismo è cresciuto tutto in orizzontale con strutture e alberghi ancora caratterizzati dalla conduzione familiare. Partendo da questa proliferazione si ragiona oggi sulla sua modernizzazione prendendo come piattaforma di riferimento la città adriatica che va da Venezia giù, giù fin verso il Gargano. Le Marche sono un segmento strategico di questa modernizzazione.
Anche con le sue aree interne, basti pensare al Monte Feltro e a Urbino. Da questo breve racconto si capisce l'orgoglio di appartenenza al territorio del capitalismo dolce. Qui è stata applicata una forma di cogestione tra la cultura di impresa e il metalmezzadro coinvolgendone la famiglia. Due volte l'anno, mi racconta Federico Vitali, la Faam riunisce i dipendenti con le loro famiglie.
A loro si spiega l'andamento dell'impresa, del fatturato, del mercato.
Lo si fa in tutti gli stabilimenti, nelle Marche, a Manfredonia e anche in Cina. Certo qualcuno potrà osservare che più che di cogestione siamo in presenza di fenomeni di paternalismo o addirittura di familismo amorale.
A me pare un modello di responsabilità sociale dell'impresa, certo molto poco anglosassone, ma molto italico. Nelle Marche ha funzionato producendo coesione sociale.
Aldo Bonomi
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