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Dall'emergenza uno sguardo lucido sul cambiamento.

IL SOLE 24 ORE - 25 novembre 2008

In queste settimane, in virtù di alcune crisi aziendali che hanno occupato le cronache non solo locali (e di cui questo speciale rende ampiamente conto), il Piemonte e il suo capoluogo sono stati rappresentati come "epicentro" di quella che ormai tutti definiscono la principale recessione dal secondo dopoguerra.

Credo che questa immagine sia nella sostanza priva di fondamento empirico. Ci troviamo di fronte a una crisi, come mostrano tutte le stime fornite dai grandi osservatori internazionali (FMI) e domestici (Istat, Banca d'Italia, Confindustria tra gli altri) che non sarà breve e che coinvolge tutte le principali economie mondiali. Per quanto ci riguarda, i principali indicatori congiunturali convergono nel delineare uno scenario critico per l'intero sistema-paese. Le imprese rivedono i programmi espansivi, lamentano un deterioramento delle condizioni del credito, stressano il ricorso alla cassa integrazione; i consumi delle famiglie, già stagnanti negli anni favorevoli, si contraggono ulteriormente. Difficile pensare a territori che si collochino fuori da questo quadro o delimitarne gli "epicentri".
Il paradosso semmai è che fino all'estate il sistema produttivo piemontese sembrava tenere meglio le posizioni di fronte alla già evidente frenata dell'economia "reale" (ammesso che la demarcazione tra questa e l'economia finanziaria abbia senso nel capitalismo dei giorni nostri). La cronaca vede invece una concentrazione di episodi di "nera" nell'area torinese, le conclamate difficoltà del comparto artigianale e delle PMI evidenziate dalle indagini congiunturali, molta cassa integrazione e famiglie che non ce la fanno.

Giova tuttavia osservare che se gli indizi di crisi oggi sembrano qui più fitti e avvertiti "in tempo reale", ciò dipende anche da fattori casuali. L'importanza del comparto automotive nel mix manifatturiero espone quest'area all'andamento del mercato dei mezzi di trasporto, che tutti i dati ci indicano tra quelli più colpiti (pensiamo a quanto accade a Detroit). A differenza del passato Fiat realizza però risultati migliori dei principali competitor: cinque anni addietro commentavamo una grave crisi dell'azienda, non del suo mercato. La componentistica soffre. La crisi della Bertone ha radici specifiche, mentre le difficoltà di Pininfarina sono di riposizionamento competitivo nel contesto segnato dalle difficoltà strutturali di tutti i carrozzieri internazionali. Ancora diverso è il caso delle multinazionali che chiudono sedi produttive (come Michelin) o prestigiosi centri di ricerca (Motorola). Quest'ultimo ha fatto particolarmente discutere, e giustamente, non soltanto perché il Centro Ricerche con i suoi quasi 400 ingegneri fu il primo simbolo della trasformazione in città della conoscenza della company town, ma perché impone una riflessione non secondaria sul tema delle politiche industriali locali.

Come sempre i periodi di crisi s'incaricano di accelerare (nel bene e nel male) processi niente affatto congiunturali. Non sono stati forse lo spettro della deindustrializzazione e della crisi Fiat a favorire negli ultimi quindici anni la ricerca di nuovi sentieri dello sviluppo e di inedite forme di regolazione locale, proprio a Torino e nel Piemonte? Per Torino è più importante accompagnare il Politecnico nella sua affermazione come polo eccellente dell'alta formazione che cercare una nuova Motorola, come mostrano i tanti centri di ricerca che in questi anni hanno chiesto d'insediarsi proprio nella Cittadella universitaria.

Intravedo piuttosto quattro rischi. Il primo è la possibile riproposizione della vetusta dialettica tra "industrialisti" e "modernizzatori". Il Piemonte, il suo capoluogo, come tutto il Nord, vivono da tempo d'intreccio e polivalenza. Il mutamento del mix produttivo metropolitano non è però l'esito di una "scelta sbagliata": cultura, servizi, formazione, tempo libero, nuovi media, sono consustanziali alla metropoli postfordista e alimentano di funzioni necessarie il ciclo della manifattura intelligente.

Secondo punto. Il possibile rinserramento localistico di alcuni settori della politica e dell'opinione pubblica. L'apertura ad accordi e alleanze extra-territoriali è stata una grande innovazione e rottura rispetto al tradizionale isolamento della company town. Certo, Torino e il Piemonte non possono sottoscrivere accordi in perdita ma dovranno tuttavia mantenere "la rotta" tracciata dagli accordi tra multiutilities (GTT-ATM, Iride), tra i Politecnici di Torino e Milano, e via di seguito. D'altra parte la tentazione di concentrare gli interventi laddove gli effetti della crisi sembrano più manifesti non può vanificare le prove di modernizzazione orizzontale degli anni passati e la ricerca di nuovi equilibri tra capoluogo e "provincia".

Terzo. Il possibile deflagrare delle crisi aziendali e il prolungarsi delle difficoltà possono produrre effetti accelerati sulla struttura sociale. Il territorio e la città devono porsi tempestivamente (come mi pare stiano facendo) il problema di contrastare i fenomeni di disorientamento, di sfiducia, di rottura della coesione sociale. Difficoltà delle imprese e delle famiglie non possono certo essere affrontate solo localmente. La tenuta della società e l'attivazione di meccanismi di solidarietà costituisce in ogni caso un argomento prioritario nell'agenda di fase.

Quarto e ultimo punto. Torino e il Piemonte hanno già attraversato in tempi recenti altre fasi negative; qui si è sedimentato un sapere "della crisi" che probabilmente attrezza quest'area - più di altri contesti - ad affrontare la situazione con adeguati strumenti, prima di tutto culturali. E' questo un banco di prova formidabile per i gruppi dirigenti che hanno traghettato il territorio oltre la crisi della Fiat e durante le Olimpiadi. La stagione del rinascimento sembra alle spalle, ma se i frutti che ha portato a maturazione sono di qualità, il territorio uscirà rafforzato anche in questo nuovo passaggio critico. Le risorse per farlo il sistema le possiede tutte.



Aldo Bonomi


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