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EMBLEMA DEL CAMBIAMENTO
IL SOLE 24 ORE 12 febbraio 2007
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La bella inchiesta di Roberto Galullo, scavando tra imprese e soggetti sociali, fa di Terni un luogo emblematico del cambiamento.
Terni, con la classe operaia che passa da 12mila addetti ai 3mila di oggi e con la crisi verticale delle partecipazioni statali, fatte le debite proporzioni, fa venire alla mente un po' Torino, un po' Genova.
Per poi trovarla posizionata appena dopo Milano come seconda provincia per attrazione di capitali esteri.
Tre luoghi emblematici del nostro capitalismo precipitano, senza il trauma delle crisi e senza il clamore dei successi, nella provincia umbra.
Sarà, come dice Putman, che le virtù civiche che caratterizzano l'Italia di mezzo dei borghi e dei comuni, aiutano a fare economia, a fare impresa, a temperare i conflitti.
Che qui hanno funzionato ammortizzatori sociali e le buone politiche pubbliche, come dice il Sindaco. Ma c'è qualcosa di più.
L'ex piccola company town del fordismo da partecipazioni statali chimiche e siderurgiche si è aperta al mondo.
Attrae sul suo territorio ben 15 multinazionali. Terni non è un caso isolato.
Nel vicino Abruzzo è atterrata la Honda e nella piana del Fucino la Micron, impresa hi-tech globale che produce semiconduttori.
Per capire serve scavare in due fenomeni.
Uno storico antropologico, che Giorgio Fuà, lo studioso della terza Italia, ha individuato nel metalmezzadro.
In questi territori dell'Italia di mezzo, dalla Fabriano dei Merloni all'Aquila a Terni, l'industrializzazione di grandi e piccole imprese
si è inserita senza fratture nel tessuto agricolo e comunitario. Producendo una classe operaia non sradicata come quella dei poli industriali
ed un ceto imprenditoriale che, come dice Merloni, è attento al mondo ma torna sempre nella "tana del lupo".
Questo ha prodotto imprenditori e operai che sono una risorsa di saperi e di saper fare strategica in tempi di globalizzazione.
Non poteva che nascere qui un'impresa chimica come la Novamont che è la sintesi moderna del metalmezzadro di un tempo
con l'accordo tra impresa chimica e agricoltura per produrre mais e lino a scopi industriali per sacchetti ambientalisti biodegradabili.
L'altro fattore che ha aiutato Terni a diventare "città aperta al mondo" sta nel suo spazio di posizione.
Nel suo essere la porta dell'Umbria verso Roma. Ai tempi dell'Italietta, la prossimità con la capitale ne aveva fatto un ridotto dell'acciaio e dell'industria bellica.
Oggi Roma è diventata sempre più città- regione per tutto il Centro Italia e città globale che attrae e irradia sul territorio circostante flussi e investimenti.
Terni beneficia di questa prossimità e diventa a sua volta una piccola città globale.
Che non significa solo attrarre sul proprio territorio imprese multinazionali, ma anche flussi migratori.
Anche in questo Terni, nel suo piccolo, assomiglia a Torino, Genova e Milano dove questi fenomeni sono contemporaneamente una risorsa produttiva e problemi per le forme di convivenza.
Il problema della tenuta della società locale e della capacità competitiva del territorio dipende dal suo confrontarsi con il capitalismo delle reti.
Da quelle infrastrutturali, la Terni-Orte-Civitavecchia per far scorrere i flussi con la città regione a quelle dei saperi, dei distretti tecnologici e delle mulitiutilities locali e la loro crescita e liberalizzazione.
Per attrarre flussi e imprese per un territorio è sufficiente avere ben ordinati una serie di parametri competitivi. Per partire dal territorio, dallo spazio di posizione e
andar nel mondo facendo anche rappresentazione del proprio tessuto economico occorre ci sia una élite, una classe dirigente, una neoborghesia non solo in grado di attrarre il globale nel locale, ma di portare il locale nel globale.
Occorre una visione, un progetto di reti a più ampio raggio che non facciano solo manutenzione del locale, negoziando risorse per gli ammortizzatori sociali per attraversare le crisi industriali.
Terni è un nodo di rete industriale importante nella piattaforma produttiva che va dalla Maremma sino alle Marche attraversando tutta l'Umbria e toccando l'alto Lazio e l'Abruzzo.
Più che pensare e pensarsi a corto raggio con logiche da provincia grande (Terni più Spoleto che vuole sganciarsi da Perugia) occorre percepirsi come un territorio di questa piattaforma che va dal Tirreno all'Adriatico.
Dotata di un forte capitale naturale, fatto di ambiente, agricoltura di qualità, basti pensare al successo del Sagrantino di Marco Caprai e di un patrimonio artistico e culturale unico al mondo.
Di un capitale industriale con poli come Terni e Fabriano e di distretti della qualità, da quello del cachemire con marchi come Cucinelli e Malo, a quello delle scarpe e del lusso di Della Valle.
Dal mondo delle imprese e dalla sua rappresentanza potrebbe arrivare un segnale forte.
Forse è giunto il momento di prendere atto che le imprese multinazionali, di distretto, quelle che stanno sulla filiera del turismo e dell'agricoltura si muovono con logiche da piattaforme produttive che vanno rese competitive per reggere la sfida della globalizzazione.
Aldo Bonomi
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