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ECONOMIE LOCALI, LA SFIDA ITALIANA DELL'ALTA QUALITA'

IL SOLE 24 ORE
16 luglio 2006



In Italia fanno impresa più di sei milioni di persone. La maggior parte di queste imprese, piccole o grandi che siano, hanno dietro una famiglia. Se ne deduce che circa venti milioni di persone campano di impresa. Un vero e proprio capitalismo di popolo. Abitualmente leggiamo questa composizione sociale con le categorie proprie delle corporazioni. Quella dei taxisti è stata molto visibile recentemente. Ma anche il capitalismo può essere attraversato dalle passioni. Categoria che si usa per leggere i movimenti sociali, più che gli interessi organizzati. E' un'utile eresia visti i numeri del capitalismo di popolo e come vi si dispiegano passioni che vanno ben al di là dell'individualismo proprietario che si aggrega solo per tutelare i propri interessi. A muoversi in questa ambivalenza, da alcuni anni, ci sta provando Symbola con i suoi raduni annuali in stile movimentista e cercando di fare lobby buona delle qualità italiane. Non a caso questa esperienza nasce da quella cultura ambientalista che in nome dell' "agire localmente e pensare globalmente" incontra sul territorio i tanti soggetti semplici della nebulosa capitalistica che fanno impresa localmente producendo miele, castagne, tartufo, ceramiche, nocciola, ciliegie sino all'olio e al vino. Marginalità localistiche per cui può far sorridere scomodare la parola pesante capitalismo. Ma è proprio seguendo questa vibratilità del margine che si capisce, nella crisi ambientale del vino tagliato con il metanolo, che occorre passare da logiche fordiste basate sulla quantità a logiche postfordiste sulla qualità orientate al consumatore. Così come si impara a fare consorzi per i prodotti locali. Valga per tutti l'esperienza del Parco delle Cinque Terre. Va detto che questo movimento dei marginali in questi anni è stato abbondantemente supportato da fondi europei a sostegno delle aree rurali e svantaggiate che hanno innervato piccole filiere di sviluppo locale fatte di chiesine ristrutturate, prodotti tipici e trattorie di qualità. Che si è incontrato con quella voglia di borgo, che De Rita ha definito "l'Italia borghigiana", che intercettava i flussi in uscita dal vivere metropolitano dei benestanti. Così, pezzi di storia, di città d'arte, di turismo religioso e culturale, si sono uniti a territori prima ai margini, come le Langhe e il Monferrato, il Pollino, volando nel mercato globale dell'intrattenimento che scopre la Tuscanyshire e che celebra al Lingotto il Salone del Gusto. Non è un caso che le convention dei marginali si siano sempre celebrate a Ravello, borgo della costiera amalfitana e quest'anno a Bevagna e Montefalco, in Umbria. Il ragionare di capitalismo ha portato lo sviluppo locale dei marginali a confrontarsi con il capitalismo manifatturiero dell'Italia delle pmi. Assieme si prova a dispiegare un progetto sul come è possibile che le qualità italiane reggano la sfida del turbocapitalismo. E' la soft economy che si differenzia dall'hard economy perché basata sulla qualità invece che sulla quantità. Tiene assieme l'intera capacità produttiva dei territori invece che basarsi su poche company town. Che in Italia, se si esclude Torino, non ci sono mai state. Made in Italy che tiene assieme la qualità dei freni Brembo, il produrre di Pininfarina, le antenne di Calearo, la Vespa di Colaninno, la StM di Pistorio, con i produttori del Sagrantino, del Barolo e del Donna Fugata. Una mappa unificante dalla Sicilia alla Lombardia passando per Bevagna e Montefalco. Più che il conflitto tra modelli, da quello del Lombardo-veneto a quello emiliano, che si collega a quello tosco-umbro-marchigiano sino ai tanti Mezzogiorni, quello che conta è se il sistema-Paese riuscirà a vincere la sfida delle qualità italiane. Affrontando il tema della ricerca e dello sviluppo che rimanda all'hi-tech da incorporare nella qualità dei territori e dei prodotti. Utilizzando fino in fondo la nostra capacità di produrre, per dirla con Alvin Toffler, high touch, cioè la capacità di tenersi per mano, dai produttori di castagne a quelli che fanno freni per la Formula Uno. Questa mi pare una sana passione promossa da Symbola. Come si sa le passioni inducono sogni come quello di siglare a Bevagna-Montefalco un gemellaggio emblematico tra i muri a secco che sorreggono i terrazzamenti delle Cinque Terre con la potente Muraglia Cinese. E' la stessa passione che ha indotto la Fondazione Symbola a promuovere con la grande Fiera di Milano la rivisitazione della mitica campionaria declinata nel segno delle nuove qualità italiane. Di questo si discuterà nella prossima convention di Symbola. Si cercherà di capire se, dalla tenacia dei distretti in evoluzione alle reti delle banche e delle fiere, si riuscirà a realizzare davvero una rappresentazione del capitalismo delle qualità italiane.



Aldo Bonomi


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