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DUCATI E FERRARI, CORRE L’EMILIA ROSSA

Da Campodolcino a Mediobanca, viaggio in un’area che ha costruito la modernità

IL SOLE 24 ORE
23 Aprile 2006

Le piccole fredde passioni economiche volano nel cielo della politica.

Declino o non declino, il Nord produttivo e il risultato elettorale, i soliti inglesi che dicono che non ce la faremo. Non che chi scrive e commenta l’economia ne sia estraneo. Basta rifarsi all’annosa disputa tra i guelfi, sostenitori della piccola impresa e dei distretti, e i ghibellini a favore della grande impresa. Sembrava sopita dalla crisi della grande impresa e da una difficoltà dei distretti ad andare nel mondo, sostituita da una riflessione pacata sul fare sistema.

Riesplode nello stress della globalizzazione tra sostenitori della hard economy e quelli del soft economy. Anche le terminologie si adeguano. Da una parte si esalta la potenza della ricerca, della finanza, della dimensione e si sogna un buon numero di campioni europei, stracitando il caso UniCredit. Dall’altra la leggerezza, la qualità, il territorio, il turismo, malevolmente evocati come un nostro destino da camerieri.

Da tempo cerco di sottrarmi a questa dicotomia feroce e vado sostenendo che più che di contrapposizione tra modelli occorre ragionare sull’intreccio tra le due polarità, tra big players e sviluppo territoriale. Mi aiuta il libro di Beppe Berta “La Fiat dopo la Fiat” e una ricerca dell’Ervet, che si occupa della valorizzazione territoriale dell’Emilia Romagna, sulle eccellenze della filiera della motoristica allargata in quella regione.

Lo storico del fordismo hard, della one company town torinese, nell’introduzione, citando Peter Drucker, dichiara che il settore dell’automobile non è più “l’industria delle industrie”. Dopo un’analitico racconto degli ultimi cinque anni di crisi Fiat, conclude ricollocando l’impresa fordista per antonomasia in uno spazio di impresa più delimitata ma ancora vitale che “finirà per uniformarsi di più al profilo di un sistema italiano improntato sui livelli intermedi”.

Anche la Fiat è scesa dall’olimpo ed è una medio-grande impresa del nostro capitalismo di territorio che compete nella globalizzazione con prodotti di qualità e accordi strategici di fornitura e di subfornitura globale. Questo la rende più simile a quella “Fiat a cielo aperto” che l’Ervet fotografa da Piacenza a San Marino. A differenza della Fiat pochi sono i libri che la raccontano. Sono 1.277 imprese che l’Ervet qualifica come eccellenze. 173 nella filiera dell’auto, con aziende come Ferrari, Maserati, Bugatti, Lamborghini, 37 nella filiera moto con Ducati, Minarelli e Moto Morini, 304 nella filiera macchine agricole e movimento terra, con leader mondiali quali Case New Holland (gruppo Fiat), Maletti, Landini ed Emak. L’indotto trasversale e diretto è composto da 763 imprese che realizzano componenti di medie e piccole dimensioni. Non è una leggenda metropolitana l’aneddoto che per “le rosse”, sia per la Ducati che per la Ferrari, quando qualcosa non va nelle corse per il mondiale sono tormentoni che non riguardano soltanto il reparto corse ma anche tanti piccoli fornitori della filiera. Questa è andata ben oltre il distretto e si espande nella piattaforma territoriale, che vede in pianura le medie imprese e alcuni fenomeni di risalita a salmone dell’indotto nell’Appennino parmense, reggiano e modenese. La filiera si presenta come una rete di imprese interconnesse tra di loro. Alcune medie imprese leader con un brand globale, ma tutte cercano di avere propri mercati di sbocco all’estero. Infatti quella che non è più “la fabbrica delle fabbriche”, concentrata tutta dentro le mura, vede un ruolo fondamentale dei fornitori. In alcuni casi nell’industria automobilistica mondiale rappresentano il 75% del valore del prodotto finale.

Il caso dell’Emilia Romagna è emblematico. Non c’è e non c’era in Regione nessuna fabbrica automobilistica di grandi dimensioni. Le imprese subfornitrici si sono specializzate da subito con le medie imprese leader locali, ma soprattutto nella rete lunga locale-globale. Non è hard economy per la classifica delle grandi imprese ma i numeri di questa fabbrica territoriale dovrebbero far riflettere chi ha nostalgia della grande impresa. Dal censimento ISTAT del 2001 risultano 6.755 imprese della filiera motoristica che impiegano 80mila addetti. Numeri che sono cresciuti negli anni della crisi Fiat. La piattaforma dell’Emilia Romagna ha aumentato del 16% l’occupazione a fronte di un calo in Piemonte e in Lombardia con la crisi di Mirafiori e la chiusura dell’Alfa Romeo di Arese. Nel 2003 l’export della filiera è stato pari a 5.923 milioni di euro. Anche la dimensione aziendale è cresciuta. I numeri delle prime 150 imprese della filiera oscillano verso la grande dimensione (459) nel settore auto e la media nel settore moto (270) e nel settore macchine agricole (155). Anche l’indotto si è fatto robusto nell’eccellenza. Quello trasversale ha una media di 163 addetti, quello diffuso di 76. Le medie imprese si concentrano in tre province, Bologna, Modena e Reggio Emilia, mentre l’indotto è distribuito su tutta la piattaforma regionale. Qui occorre collocare la questione della ricerca. Che vede strutture per l’alta formazione all’Università di Bologna molto orientata nel campo della meccanica con master e scambi con le università straniere, in quelle di Modena e Reggio Emilia che hanno attivato lauree specialistiche in ingegneria del veicolo. A queste eccellenze si affianca la rete diffusa degli istituti tecnici e professionali, la scuola superiore dell’Istituto di Scienza dell’Automobile “Ignazio Giunti” a Modena che ha attivato corsi in Automotive and Engineer e in scienza stilistica. Inoltre sono presenti piccoli laboratori di ricerca diffusi e specializzati nell’alta tecnologia meccanica. Il tutto, manifatture e ricerca, saper fare e saper progettare, è alimentato da una passione territoriale per i motori con mostre e musei come quello della Ducati e della Ferrari. Passione che prende corpo in grandi eventi che attraggono milioni di utenti-clienti alla fiera del Motor Show e all’autodromo di Imola per il Gran Premio. Altro non è la soft economy. Una dimensione economica ove la storia, le passioni e i saperi territoriali si coniugano con l’alta tecnologia e il tutto alimenta il saper fare delle tante imprese e impresine che delineano la piattaforma motoristica. Che, sarà bene ricordarlo, è un nostro campione europeo. Meno spettacolare e decantato dell’Airbus che fa concorrenza alla Boeing, ma altrettanto in grado di competere e rappresentarci nel mondo.



Aldo Bonomi


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