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LA DORSALE ITALIANA DELLO SVILUPPO DIFFUSO
IL SOLE 24 ORE 21 maggio 2006
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La retorica del declino, non si è fatta sindrome del crollo anche grazie alle 103 Camere di commercio italiane.
Anno per anno ci ricordano il rafforzamento della struttura imprenditoriale che ha superato il record di 6
milioni di imprese.
Appare un sincretico capitalismo di popolo di cui politica e mezzi di comunicazione spero
tengano conto. Se è vero che quei numeri, essendo nella maggior parte dei casi imprese familiari, vanno
moltiplicati per tre se non per quattro.
So bene che questa è la forza e anche la debolezza di questo capitalismo.
Ma il rapporto Unioncamere con Mediobanca ogni anno ci ha evidenziato come in questo mare crescono le
isole delle medie imprese leader che sono ben 4mila.
Ragioniamo sulla fotografia e la cartografia che appare. In tempi di globalizzazione, in cui le imprese non sono
radicate nel territorio, ma solo ancorate, c'è da lavorare per rafforzare questa economia arcipelago.
Fatta di
4mila isole di medie imprese eccellenti, ancorate a 71mila gruppi produttivi, che navigano nel mare di 5 milioni
di imprese ed impresine di capitalisti personali.
Negli anni passati la novità del rapporto era l'emergere, dentro la
crisi selettiva, delle medie imprese; quest'anno il dato sui 71mila gruppi produttivi. Questo rivela che il meccanismo
di crescita e di condensa riguarda non solo poche isole, ma il mare del nostro capitalismo.
Ci si aggrega, si cresce,
come dimensione e come reti di internazionalizzazione, partendo sempre dalla specificità manifatturiera e di prodotto.
Per gruppi monosettoriali, nei quali si creano altre imprese che operano nello stesso settore, per gruppi di prevalenza,
ove più di 2/3 degli occupati e dei profitti rimanda a industrie dello stesso settore.
O per gruppi di filiera verticale nei
quali i 2/3 dell'occupazione e del profitto appartengono ad una filiera che va da monte a valle come ad esempio
un'industria alimentare che controlla un'impresa agricola e una commerciale, o per filiere orizzontali in cui un'impresa
alimentare controlla un'industria meccanica che produce macchine per l'impresa alimentare.
Sono pochi i gruppi di
diversificazione in cui un'impresa alimentare controlla ad esempio un'impresa di costruzioni.
Si cresce per saperi produttivi consolidati. Aggiungendo al saper fare e al saper produrre la terziarizzazione con altre
imprese di distribuzione, di commercializzazione e di servizi.
Mixando con prudenza la rete corta di prossimità con la
rete lunga della simultaneità dei servizi e del commercio.
Seguendo la crescita delle imprese e il consolidamento dei
gruppi appare la mappa della dorsale dello sviluppo che lambisce il Piemonte, diventa fortissima in Lombardia e in Veneto,
con il cuneo di Pordenone nel Friuli Venezia Giulia, attraversa L'Emilia Romagna, la Toscana verso il Tirreno, il Centro Italia
con Umbria e Marche, esplode a tassi lombardi nel Lazio di Roma città regione, si dispiega in Puglia e Campania arrivando
sino in Sicilia.
Non vorrei ripetermi, visto che le elezioni sono finite, ma questa è la mappa della modernizzazione
del sistema produttivo che preme sulla politica. Ne tenga conto il nuovo ministro dello sviluppo economico.
Anche perché, oltre a questo quadro del nostro capitalismo territoriale, il rapporto Unioncamere è utile per
capire tre temi caldi dell'agenda politica: l'immigrazione, l'occupazione e il destino del made in Italy.
Sono quasi 50mila le imprese individuali con titolare un immigrato che più o meno si collocano nella dorsale
dello sviluppo. Anche questi numeri vanno moltiplicati per tre o per quattro.
Se si pensa al fare impresa delle
comunità marocchine e cinesi che sono ai primi posti. Non per tutti gli immigrati, ma per molti, l'integrazione passa
attraverso modelli imitativi e adattivi con le nostre comunità economiche territoriali.
Il nostro modello
di industrializzazione senza fratture, che ha funzionato nel rapporto città-campagna, ha molto da dire anche rispetto
al fenomeno delle migrazioni.
In totale controtendenza con la retorica del declino, l'occupazione è aumentata, dal 2000 al 2005, di circa un milione
e trecentomila unità. Questo significa che, dentro la stagnazione e la crisi selettiva di sistema, si è investito per uscirne
sulle risorse umane. Le medie imprese, quelle che vanno dai 50 ai 500 addetti, hanno tenuto.
Le grandi imprese hanno
licenziato. Le piccole aziende, quelle che arrivano al massimo a 50 dipendenti, hanno l'indice più elevato di crescita (+1,9%).
Sono le imprese che hanno investito di più nel lavoro, come se per attraversare la crisi si fosse in presenza di un patto
non scritto tra padroncini e aristocrazia operaia e professionale territoriale.
Siglato per tenere in casa il meglio del sapere
operaio territorializzato funzionale all'innovazione di prodotto. Sono numeri non indifferenti all'applicazione mirata del
cuneo fiscale. Infine il made in Italy e Italian style, che in alcune classifiche sulla creatività ci vedeva arrancare nelle
ultime posizioni tra Turchia e Messico.
Con una indagine sul marchio Italia, che ha interessato 500o operatori economici
stranieri, il rapporto evidenzia che l'Italia, dopo gli USA, è il paese preferito per il lancio di un nuovo prodotto, che siamo
al quarto posto dopo Cina, USA e Brasile per localizzare un nuovo stabilimento.
Troppo ottimismo si dirà. Ma quel che
conta è che l'impresa-Paese è associata alla nostra storia e cultura, al design e alla creatività, ad un buon livello
di industrializzazione, all'ospitalità, ad una buona qualità della vita. Pur segnalando il 22% problemi di sicurezza e
di difficile vivibilità.
E' una botta di ottimismo che almeno ci fa risalire, per quel che conta, dagli ultimi posti della classifica. Serve anche questo.
Come è utile il lavoro dentro le comunità economiche che vede le singole Camere di Commercio presentare
il loro rapporto locale nella giornata dell'economia. Vi ho partecipato a Lodi e Cremona.
Una valanga
di numeri sull'economia locale, ma anche un momento forte di confronto con le piccole fredde passioni
mobilitate dagli interessi.
Un momento in cui ogni territorio, partendo dai numeri delle imprese, dei profitti
e dell'occupazione, ragiona sul suo spazio di posizione regionale, nazionale e globale.
Sul come fare spazio
di rappresentazione, sempre più necessario nella globalizzazione, dei propri punti di forza economici e produttivi.
E' un utile esempio di mobilitazione di quella coscienza di territorio sempre più necessaria, non per rinchiudersi
nel localismo, ma per andare nel mondo.
E' quello che ci aspetta se vogliamo uscire definitivamente dalla sindrome del declino.
Aldo Bonomi
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