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Al politecnico le devolution vale anche per i saperi.

IL SOLE 24 ORE - 9 novembre 2008

Val la pena dedicare un microcosmo all'università. Dall'alto è indicata spesso come un covo di fannulloni. Dal basso come luogo di rivolta dei cognitari, i nuovi proletari della società della consocenza. Sono entrato, con il metodo dell'inchiesta al Politecnico di Milano, che si presta per varie ragioni. Per i numeri, innanzitutto: 38mila studenti, nell'anno accademico 2006/2007, di cui 23.500 ad ingegneria (ma non ci lamentavamo che si formavano pochi ingegneri?), 4.500 a design e 10.000 ad architettura, a fronte di 1.270 ricercatori e professori di ruolo.
Il Politecnico è importante anche per il suo impatto sulle trasformazioni urbane di Milano. Con la sua nuova sede alla Bovisa, fondi permettendo, le sue tre specializzazioni occuperanno 300mila metri quadri. Non è più la Bovisa filmata da Olmi e raccontata da Testori nel Fabbricone.
Con il polo universitario è arrivata anche la Triennale e si sviluppa nel quartiere un pulviscolo di studi di design, gallerie d'arte, laboratori artistici e artigianali, studi di architettura. Il Politecnico è inoltre un "ateneo della città-regione" con sedi a Como, Cremona, Lecco, Mantova e Piacenza. Facendosi così autonomia funzionale delle quattro lombardie. Quella del distretto alpino, quella pedemontana, con le sue migliaia di imprese e impresine, quella della bassa padana con il suo sistema forte di agroindustria e logistica, e quella di Milano. È un ateneo che ha applicato anche ai saperi una mirata devolution della devolution. Altro dalla proliferazione localistica fatta di una università in ogni borgo. I laboratori del Politecnico sono inoltre centro di ricerca avanzato nelle biotecnologie, nuovi materiali, micro e nanotecnologie, tematiche ambientali, energia, trasporti, prodotti e processi industriali. Parole chiave ben note a chiunque analizzi il deficit di competittività del nostro Paese. Che si cerca di colmare attraverso la Fondazione Politecnico, struttura dedicata ad organizzare i rapporti tra i dipartimenti e il mondo delle imprese, spesso con la formula dei consorzi misti pubblico-privato. Per la sperimentazione di prototipi si lavora con Agusta-Westland, per l'energia con grandi player come Enel, Eni, A2A, nell'automotive con Pirelli, Macerati e Ferrari.
Più difficile il rapporto con il pulviscolo delle piccole imprese, mediato da consorzi regionali. Ma credo che senza i tanti designer e architetti laureati in Bovisa - alle porte della Brianza del legno-arredo - sarebbe impensabile il successo del Salone del Mobile di Milano. Il Politecnico è infine una porta sull'asse Milano-Torino. Con il Politecnico di Torino ha dato vita all'Alta Scuola Politecnica e a fatto nascere il campus italo-cinese a Shanghai. Diventando porta di entrata del mondo verso l'Italia. Più di 2mila studenti stranieri, provenienti da 115 Paesi sono iscritti ai corsi di laurea del dottorato del Politecnico.
Un altro migliaio è presente per programmi di scambio. Sono una bella e giovane risorsa per un paese che arranca nella globalizzazione. Peccato che li consideriamo immigrati indesiderati. Una volta laureati non ricevono il permesso di soggiorno e non possono essere assunti in Italia. Tutti questi meriti sono stati rivendicati con forza dal Rettore Giulio Ballio, all'inaugurazione dell'anno accademico. Ma come si sa, l'autoreferenzialità dei sistemi non vale nelle società complesse. Valgono le valutazioni esterne, il giudizio del mercato e quello degli utenti-clienti. Parole un po' abusate, che non ci hanno evitato la crisi dei subprime. Ma se così vogliamo chiamarli, partiamo dal giudizio degli utenti. Quest'anno sono stati più di 12.000 i giovani che si sono sottoposti ai test per potersi iscrivere al Politecnico di Milano. Il 27% proveniente da altre regioni e il 6% dall'estero. Ma quel che è più interessate è capire che fine hanno fatto 576 laureati in architettura, 528 in design e 2.362 in ingegneria nel periodo luglio-dicembre 2006.
Soltanto il 28% di loro ha il padre laureato. Il che dimostra che la tanta vituperata università di massa funziona. Le donne sono in maggioranza tra gli architetti e i designer e in minoranza tra gli ingegneri. Con una rilevazione effettuata solo un anno dopo si scopre che il 91% degli architetti e dei designer lavora e ben il 94% degli ingegneri hanno trovato lavoro in meno di sei mesi e il 24% di loro ha già cambiato lavoro. Il 40% degli architetti e il 22% dei designer svolgono attività autonoma occupati in studi con meno di 15 addetti, mentre tra gli ingegneri prevale l'assunzione a tempo determinato e poi si va verso la stabilizzazione in gruppi con più di 250 addetti.
E' il reddito che li fa diventare a rischio di essere cognitari. Il 47% degli architetti e designer ha una retribuizione media netta mediamente attorno ai 1000 euro, gli ingegneri se la cavano meglio, ci si aggira tra i 1.500 e i 2000 euro. Il parametro non cambia confrontando il lavoro dipendente e il lavoro autonomo. In compenso c'è una forte dichiarazione di senso rispetto al proprio lavoro. Più del 90% si dichiara soddisfatto della mansione che svolge e quasi l'80% si dichiara soddisfatto delle conoscenze acquisite nel periodo di studio. Il Politecnico si è sottoposto ad una valutazione internazionale che ha coinvolto il 95% dei docenti e tutta la ricerca prodotta dall'ateneo. Il 45% di loro è risultato nell'eccellenza, il restante oltre la media europea e solo il 3% risulta sotto uno standard internazionale accettabile. Insomma un fannullone. Ma la valutazione dice anche che "la scarsità di risorse statali non permette un numero sufficiente di allievi di dottorato e soprattutto un congruo numero di docenti e ricercatori stranieri". Visti i numeri e i dati, forse, più che a questa moderna fabbrica dei saperi è al nostro mercato del lavoro che andrebbero dedicate le stesse attenzioni retoriche che si dedicano ai fannulloni. Proprio per evitare un giorno la rivolta dei cognitari.



Aldo Bonomi


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